Dal gesso ai pixelPompei (ri)vive e parla con noi attraverso la scienza archeologica digitale

Grazie al progetto Pompeii Commitment, nato durante la pandemia, si riaccendono lapilli di genio che ci portano in un parco storico generativo in grado di stimolare tutti i sensi

Il magazzino con le testimonianze di una città piena di vita e l’umano reso immortale dal gesso, in posizione fetale. Foto di Giovanna Silva

Questo è un articolo del nuovo numero de Linkiesta Etc dedicato al tema della nostalgia, in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

Vieni a Napoli, andiamo a Pompei, scrivono Jean Cocteau ed Erik Satie a Pablo Picasso. Si trova a Roma, mentre i due amici stanno visitando Pompei e cercano di convincere il pittore spagnolo e raggiungerli. «A Roma c’è il Papa!», risponderà Picasso. «A Pompei c’è dio», controbatteranno Cocteau e Satie.

Già, dio. A Pompei lo si incontra senz’altro. Cocteau e Satie lo hanno visto nel 1917, se incontrare dio significa fare i conti con l’ispirazione, ma quel luogo è stato testimone di simili avvistamenti per viaggiatori, artisti e scienziati dalla metà del Settecento, appena dopo le scoperte che hanno riportato alla luce Pompei ed Ercolano nel 1738 e 48. Senza mai smettere. Basta pensare a quel concerto dei Pink Floyd nell’anfiteatro romano di Pompei completamente vuoto. Anzi, strapieno delle presenze del posto, un concerto per la città di lava e basta. 1972, un documentario lo racconta tra suoni meravigliosi e suggestioni archeologiche e vulcaniche: è l’immaginazione che prende forma.

A incontrare il divino è proprio la capacità immaginativa e quando accade, Pompei diventa un parco archeologico generativo. Mica male per una materia archeologica testimone di un tempo meraviglioso che non è più. Eppure, Pompei non è mai stato solo questo, ogni visitatore ha trovato una scintilla, un lapillo di quella lava ancora vivo che ha fatto scattare una creatività possibile solo in un terreno fertile come quello vulcanico. Da Goethe (e gli altri protagonisti dei viaggi in Italia) a Freud, fino a Lecorbusier, questo territorio incantato non ha mai smesso di generare. Anche oggi, che con “Pompeii Commitment rigenera forme contemporanee della materia archeologica. 

Un’immagine della mostra del 2021 del siriano Simone Fattal che a Pompei ha messo in relazione la storia universale e le molteplici storie individuali dei cittadini, traendo ispirazione dai manufatti rinvenuti negli scavi

Pompeii Commitment è un portale nato in tempo di Covid per permettere a tutti di continuare a visitare il sito archeologico e di mantenerne la fertilità. Così Andrea Viliani (attuale direttore del Museo delle civiltà di Roma) con Massimo Osanna (direttore Generale Musei e allora direttore del Parco Archeologico di Pompei) hanno aperto le porte di un territorio virtuale che sa trasformare una tensione epistemologica in una materia creativa, una materia archeologica in una tensione artistica. Pompeii Commitment è infatti il primo programma a lungo termine (accolto anche dal nuovo direttore, Gabriel Zuchtriegel) di arte contemporanea istituito dal parco archeologico, con l’obiettivo di «studiare e condividere le molteplici potenzialità conoscitive di Pompei e dell’episteme insita nella sua “materia archeologica”». Così si legge sul portale.

Si comincia a lavorare con Giulio Paolini che connette Pompei alle costellazioni in collage pseudoscientifici, come l’immaginazione: chi ne ha di più di un archeologo? Scienziato del frammento, questo studioso deve ricostruire un tutto impossibile, deve, cioè, forzare le proprie capacità immaginative per ricreare il possibile. Come spiega Andrea Viliani, «Pompeii Comittment è nato quando era vietato viaggiare. In quell’anno, che poi sono diventati due anni, abbiamo prodotto circa cinquanta contributi di artisti di tutto il mondo e curatori che hanno a loro volta coinvolto artisti, per poi pubblicarli in un libro (edito da Silvana editoriale): avevamo capito, a quel punto, che Pompeii Commitment era essenzialmente un metodo, analogo a quello dell’archeologo ma differente». Ovvero?

«Analogo perché l’espressione “materia archeologica” viene dalle cassette di resti misti a terra, cose che emergono dalle aree di scavo, in attesa di studio e che molto probabilmente non potranno essere ricomposte: è una materia archeologica, tra il naturale e il culturale, un materiale da rendere disponibile ma che non si può musealizzare. Materiale fluido, utile per immaginare, e simbolo, metafora di Pompei come stato di continua rigenerazione. La vita non è stata distrutta a Pompei, ma trasformata. Mi piace ricordare le olle metalliche le cui corde in canapa sono state mangiate dai lapilli vulcanici per diventare di pietra. Ma anche i giardini pompeiani, le vigne, gli orti: continuano a produrre i loro frutti, fiori, vini, mieli. C’è nel parco di Pompei una produzione naturale altrettanto importante della produzione artistica di Pompeii commitment perché espressione di un ecosistema vicino alle pratiche ecofemministe per fertilità, vibranza, resilienza, una rifrazione della materia che è presente dappertutto.

l lavoro di Wael Shawky intitolato I Am Hymns of the New Temple nella primavera del 2024 a Palazzo Grimani di Venezia

A Pompei si guarda il futuro invece del passato? La risposta, positiva, è stata data da tutti i nostri contributi che hanno formato questo portale». Dunque è un metodo analogo a quello archeologico per resilienza e vibranza? «Gli archeologi e gli artisti lavorano in parte su dati scientifici, in parte sull’invenzione. L’archeologo usa frammenti per ricomporre un’unità, con un mindsetting e usando gli strumenti dell’epoca, cerca di immaginare come potrebbero essere quelle cose, ricostruisce un ipotetico intero e l’artista fa qualcosa di molto simile. Allora abbiamo deciso di essere supportivi di queste proposte come dei veri e propri prototipi». Così i comittments nel 2023 sono diventati delle digital fellowship con un budget maggiore che permette agli artisti di visitare il sito archeologico e lavorare secondo la metodologia individuata negli esperimenti precedenti. Le risposte sono state molto interessanti.

«L’artista Anri Sala», continua Valiani, «ha deciso di produrre prima su supporto digitale e poi in vinile, un suono. Che è una composizione musicale, un’opera  d’arte sonora, usando il doppio flauto che è rappresentato in vari affreschi e in vare testimonianze artistiche ma anche in un resto che è stato trovato a Pompei. Ha cercato, con l’aiuto di un archeologo della musica che aveva fatto una replica di questo flauto, di risuonarlo. Con una serie di dati scientifici molto solidi ha potuto immaginare una composizione, che non è solo il suono che esce dallo strumento ma come quel suono veniva suonato. Dovremmo pensare al passato remoto come sordo perché il suono non ci è arrivato. Allora il lavoro di Sala è quello di un artista che studia l’archeologia e di un archeologo che agisce da artista. Non è l’unico: l’artista Sissel Tolaas ha usato i dati scientifici per mettere a punto un’archeologia olfattiva, una smell archeology. D’altra parte il precedente illustre è quello di Giuseppe Fiorelli, il direttore di Pompei, che lo trasforma da territorio di proprietà dei Borboni in un parco pubblico, ma che soprattutto ha il merito meraviglioso di aver creato il calco pompeiano.

 Le temperature e le condizioni biotermiche dell’eruzione hanno fatto sì che i corpi rimasti intrappolati nelle polveri piroclastiche soffocassero. Il corpo non è esploso, si è lentamente decomposto, lasciando sulle polveri il segno di sé che si è conservato nei secoli. E Fiorelli – sempre per immaginazione – si è inventato il procedimento che, colando del gesso nel vuoto lasciato dai loro corpi nella cenere, trasferiva il negativo in positivo». Le digital fellowship sono al secondo ciclo che si concluderà alla fine di quest’anno. La metodologia rispetto all’uso dell’arte contemporanea è chiara: l’artista è un ricercatore. «Un ricercatore come lo sono tutti a Pompei, un grande centro di ricerca pieno non solo di archeologi che scavano, ma di bioarcheologi, archeobotanici, archeozoologi, architetti, ingegneri, esperti in new media… è  un enorme museo enciclopedico a cielo aperto, che riflette sulla futura umanità e sulle future multispecie», dichiara Viliani.

ph. Andrea Rossetti

Che poi va oltre, accogliendo una provocazione lanciata dall’artista Maria Thereza Alves che, sottolinea il privilegio di avere un’archeologia, un passato, perché ci sono culture a cui è stato sottratto e distrutto. «Alves mi invita a parlare di matrimonio culturale piuttosto che di patrimonio: non una proprietà bensì un concetto di cura, di mantenimento e di condivisione. Per lei, anche la differenza tra natura e cultura è uno stereotipo che va assolutamente eliminato, in favore di un matrimonio tra questi due elementi. E a Pompei le cose si mischiano in una totalità che sollecita l’immaginario, così naturale e così culturale». Ci sarebbe ancora tanto da raccontare, inclusa una visione sul futuro di ciò che è già un pochino desueto, come il pensiero cyborg, di cui questo progetto si nutre e una certa tecnologia già vecchia, già in grado di fornire rovine di sé. 

«A Pompei ci dovremmo inventare la digitalogia, l’archeologia del digitale, quel “lasciato andare” che potrebbe essere utile a re-immaginare ulteriormente, insieme all’archeologia di prossimità, fatta di ciò che sta per diventare desueto e archeologico». Ne avremmo nostalgia? «Concordo con Salvatore Settis nel dire che conosciamo il passato lavorando nel presente e trasformando il nostro lavoro in un’immaginazione di futuro».

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