Occorre essere molto chiari sui vagheggiamenti di Donald Trump circa la Striscia di Gaza riattata a gradevole sito rivierasco previa dislocazione di un paio di milioni di palestinesi. Chi pure – impugnando ragioni perfettamente legittime – dovesse giudicare in modo severo e perfino con riprovazione anche solo l’ipotesi di quel programma, dovrebbe tuttavia tenere presente, anziché accantonare come normalmente si fa, la situazione su cui interverrebbe una qualsiasi iniziativa di gestione della Striscia.
E la situazione riguarda una società – la società palestinese – formata o coartata dalle proprie dirigenze a ritenere che la propria autodeterminazione si compia tramite la distruzione di Israele e l’uccisione degli ebrei; e riguarda, rispettivamente, una comunità internazionale che ha sostanzialmente legittimato quell’ambizione pur quando faceva le mostre di ritenerla inammissibile.
Sulla scorta delle divagazioni onusiane – reiterate nella routine dei pronunciamenti statuali – a proposito della “two-State solution” in cui si realizzerebbe la pacifica esistenza dei due confinanti, è stata sempre infilata sotto al tappeto la mai dismessa istanza genocidiaria dei palestinesi, l’inesausta loro rivendicazione del diritto allo sterminio degli ebrei che ha fatto grazioso capolino il 7 ottobre del 2023.
Che la società palestinese sia irrimediabilmente pregna, come è probabile, di quelle ambizioni distruttive e di quelle pretese sicarie, o che invece si tratti, come è improbabile, di un vestimento ideologico imposto sì con la violenza, ma in modo precario, a una società che non vede l’ora di liberarsene, è dopotutto abbastanza poco importante. Perché in un caso e nell’altro rimane il problema di un complesso civile, sociale e culturale che così com’è – e a prescindere dalle ragioni per cui è così – è semplicemente incompatibile rispetto a ogni possibilità di convivenza, per quanto confinante, con lo Stato ebraico che vuole annichilire. In un caso e nell’altro, soprattutto, e cioè sia che la riduzione a civiltà della società palestinese debba passare per la destituzione delle classi dirigenti che la soggiogano, sia che implichi un cambiamento ricostitutivo più profondo e diffuso, rimane il problema di una platea internazionale in cui non solo le file degli Stati canaglia, ma anche tanti esponenti del cosiddetto mondo libero e democratico, considerano come un dato di fatto con dignità consuetudinaria la realtà di un ordinamento sociale, culturale e spirituale che continua a mostrarsi intransigente nella riaffermazione di quelle ambizioni, di quelle rivendicazioni e di quelle pretese: e cioè distruggere Israele e uccidere gli ebrei.
La grande, imperdonabile finzione confezionata da chi assiste al persistere in purezza di quell’atteggiamento della società palestinese risiede nell’idea, appunto falsa, secondo cui quel risentimento, con le soluzioni assassine e sterminatrici in cui puntualmente, quando può, esso prova a esercitarsi, dipenda dopotutto dai difetti e dalle colpe israeliane, e che sia dunque destinato a riassorbirsi non appena siano sistemate le inadeguatezze e le ingiustizie che punteggiano questa o quell’area disputata della regione. Non è così e sanno tutti che non è così. L’“ingiustizia” imputata a Israele, e che renderebbe comprensibile, se non giustificata, la forgiatura in forma terroristica della società palestinese, non riguarda Gerusalemme Est, non riguardava Gaza prima del 2005 e non riguarda Gaza dopo quella data, non riguarda i cosiddetti coloni e non riguarda la cosiddetta Cisgiordania: riguarda l’esistenza di Israele in sé e per sé. Negare che si tratti di questo non significa, semplicemente, negare la realtà: significa, più gravemente, ammettere che il diritto di autodeterminazione dei palestinesi possa essere sostenuto mentre pretende di stabilirsi avendo in vista di distruggere quello altrui.
Vuol dire che prende necessariamente consistenza e giustificazione la boutade di Donald Trump? No, ovviamente. Ma non discutiamo di una società che, sequestrata da pochi manipoli e approssimandosi a una prospettiva di liberazione, è destinata a riprendere un corso di pacifico sviluppo inopinatamente interrotto. Discutiamo di una società che, se non aiutata a liberarsi dalle proprie inclinazioni incivili e dai propri intendimenti genocidiari, è destinata a nuocere agli altri, come ha fatto, e a nuocere a sé stessa, come ha fatto. Può legittimamente difenderne il diritto di residenza solo chi ne denuncia – anziché coprirle e giustificarle – le intime storture.