A complete unknownChalamet e gli attori che non stanno al passo delle Kardashian

Le influencer dominano l’economia dell’attenzione, e al pubblico non resta altro che fingere che siano superficiali e ignoranti rispetto ai loro partner. Eppure, qualche decennio fa, le star di Hollywood erano considerate così sceme che se un drammaturgo si metteva con un’attrice bionda era subito beneficenza culturale

LaPresse

Prima di tutto, il fuori tema, ovvero: il primato dei vecchi mezzi di comunicazione di massa – o, come si chiamano in quella lingua più spiccia, old media. Adesso che tutti hanno un telefono che fa i filmati e le foto, i fuori onda sono assai più delle immagini ufficiali, e per la nostra natura d’impiccioni sembrano più interessanti.

Della serata dei Golden Globe circolano quindi mille filmati irresistibili girati durante le pubblicità della diretta, o fuori scena: Demi Moore che balla col suo premio, Kieran Culkin che abbraccia Jeremy Strong vestito come Hunter Thompson ma color bidet (un po’ di rispetto: era pur sempre Loro Piana), Nicole Kidman che dice qualcosa con aria assai perentoria a Jodie Foster.

Ma le immagini che interessano a quasi tutti sono immagini ufficiali, e sono le foto di Timothée Chalamet, della cui sconfitta da vincitore annunciato (per il ruolo di Bob Dylan in cui tutti dicono sia superfragilistico) nessuno si è accorto, perché tutti eravamo impegnati a guardarlo con Kylie Jenner.

(Quasi tutti. C’è una parte di dibattito, che vedo solo sui social perché per fortuna non conosco nessuna abbastanza scema da partecipare a una conversazione simile nel mondo reale, che verte su come si faccia a essere una sessantaduenne con l’aspetto di Demi Moore. I commenti delle donne dell’internet sono perlopiù: potendoti permettere il chirurgo plastico. Giacché siamo circondati da prove che la chirurgia plastica dia risultati eccelsi, che la genetica e la disciplina poco c’entrino, che se domani vado dal chirurgo allora Demi Moore anch’io).

Sono un paio d’anni che Chalamet e la più bella delle figlie di Kris Jenner fanno coppia, e sono un paio d’anni che tutti strabiliano. Non perché lei abbia due figli e lui sia un ragazzo dal quale ci si aspetta che voglia storie senza impegno come il Leonardo DiCaprio dei tempi della pussy posse (se non sapete cos’era la pussy posse, è perché negli anni Novanta non c’eravate, o perché vi drogavate troppo per ricordarveli).

Nessuno è disposto a sembrare così arretrato da ritenere fuori catalogo una ventisettenne splendida solo perché quella ventisettenne ha già figliato, figuriamoci. Però siamo così arretrati da pensare che fare i miliardi richieda meno intelligenza che fare le facce. In fondo è a questo che servono le influencer, nel welfare creato dall’internet: a far sentire intelligente qualunque scema che dica cose come «preferisco un buon libro».

Lunedì qualcuno ha scritto un tweet, o come si chiamano ora, che diceva una cosa tipo: se pensate che Kylie non sia abbastanza intelligente per Timothée, il vostro problema è che pensate che lui sia intelligente. Che è un po’ vero, al netto del mio non conoscere nessuno dei due (e del mio pensare che l’intelligenza non basti neanche ad agire in maniera intelligente).

Potrei dirvi che Kylie Jenner ha trecentonovantacinque milioni di follower, ma è una cifra che non ha nessun valore e io sembrerei Amadeus quando diceva quanti milioni di streaming avevano i gruppi dei quali sul palco di Sanremo andava millantata la rilevanza a un pubblico televisivo che non li aveva mai sentiti nominare, mentre quando usciva Gianni Morandi di certo non c’era bisogno di dire numeri a caso.

Potrei usare i mezzi cari a intellettuali che darebbero la verginità delle figlie per diventare virali, qualunque cosa significhi, in un’epoca in cui i numeri non ci dicono più niente eppure continuiamo a fingere che ci dicano qualcosa, ma non lo farò. Kylie Jenner ha ventisette anni, è in tv da quando ne aveva dieci, ha due linee di cosmetici, un marchio di abbigliamento, uno di alcolici, è un fenomeno industriale dentro al più interessante caso di capitalismo familiare di questo secolo.

La madre, probabilmente una versione di successo del personaggio di Anna Magnani in “Bellissima”, è stata sposata prima con l’avvocato che fece assolvere O.J. Simpson e poi con un campione olimpico che un giorno ha deciso d’essere una donna. Con entrambi ha figliato e tutte le figlie (c’è anche un maschio, ma è irrilevante in questo matriarcato) le ha messe nel reality che ha reso il cognome un marchio e ha dato alle figlie una piattaforma per procurarsi una carriera.

Che al lordo di tutto questo vogliamo consolarci dicendoci che sono delle cretine che accendono la telecamera del telefono va benissimo, è anzi salvifico che lo si possa fare in un universo nel quale il principale diritto garantito è quello di percepirci superiori a gente alla quale siamo evidentemente inferiori.

Kim Kardashian ha un marchio di mutande e altre amenità, Skims, del quale non c’è una tra le mie frequentazioni, siano esse intellettuali o avvocatesse o cassiere, che non sia acquirente entusiasta. Non conosco invece nessuna che compri i trucchi di Kylie, ma già Skims mi basta a dire che not all influencers are equal; e che, se nessuna ha mai comprato le mutande d’acrilico della Ferragni, ma tutte abbiamo cassetti pieni di quelle di Kim, qualcosa vorrà pur dire.

Al cui proposito. Anche Chiara Ferragni ha postato la foto di Timothée e Kylie che si baciano ai Globe, e tutte ci siamo chieste che messaggio ci fosse dietro quella storia di Instagram. Lo struggimento dell’«avrei potuto avere anch’io il mio Chalamet, se solo non fossi scivolata sulla beneficenza rendendomi impresentabile»? O il parallelismo tra Timothée e Tronchetti Provera, «anche noi come loro, against all odds, nessuno ci credeva perché di due ambienti troppo diversi e invece guardali»?

Sono andata a rileggere l’articolo che scrissi quindici mesi fa, dopo aver visto l’unica puntata che abbia mai visto del reality di famiglia di Kim e Kylie. Copincollo: «“The Kardashians” funziona per la stessa ragione per cui “The Ferragnez” non funziona: perché è scritto da gente che sa che nessuno ha mai scritto niente d’avvincente tenendoci a far fare bella figura al proprio io narrante. È messo in scena da delle svergognate che si strillano che hanno apposite chat per parlar male l’una dell’altra, mica da delle ragazze di provincia che si fanno riprendere commosse mentre guardano la tele con dentro la sorella a Sanremo».

Il dettaglio interessante è che, nella puntata che avevo visto, le sorelle erano a Cabo San Lucas, e una di loro aveva la fobia delle balene (?) epperciò non andava in spiaggia, e diceva che la figlia la bullizzava disegnando balene. Queste ultime vacanze di Natale l’ex marito della Ferragni le ha trascorse a Saint Barthélemy (per i poco ricchi: St. Barth), che è ufficialmente la nuova Cortina: sono tutti lì, da Leonardo DiCaprio a Ilary Blasi.

L’altro giorno è stato raggiunto dai figli, e ha comunicato al mondo che la bambina aveva sviluppato una fobia del rumore delle onde (??), l’ideale quando sei in vacanza in un’isola. Chissà se, per uno studio di come siamo cambiati rispetto al Novecento, è più utile osservare l’involuzione per cui ogni fisima ora ha la dignità d’essere chiamata «fobia», o che fine abbia fatto il paradigma Monroe-Miller.

L’utilità delle influencer è, direi, quella di far salire di ceto sociale gli attori, che in un secolo un po’ meno demente erano talmente gli scemi del villaggio che, se un drammaturgo si metteva con un’attrice bionda, era subito beneficenza culturale: Arthur Miller e Marilyn Monroe, l’intellettuale e la povera scema che si faceva fotografare leggendo Joyce probabilmente senza capirci niente. Poi sono arrivate quelle che di mestiere accendono la telecamera del telefono, e il mondo semicolto ha compattamente deciso che, a compensazione del loro essere la nuova élite economica, esse andassero considerate il sottoproletariato dell’alfabetizzazione. Se sei una famosa sui social, rispetto a te persino un attore è un intellettuale.

Tra i video non ufficiali di domenica sera che vengono più condivisi (e con più brodo di giuggiole), ce n’è uno in cui Demi Moore si ferma al tavolo di “A complete unknown”. Kylie Jenner è seduta in mezzo tra Chalamet e Elle Fanning (che nel film interpreta Suze Rotolo – ma con un altro nome, lo specifico per risparmiare volenterose correzioni a quelli che hanno una cultura fondata su Google). Demi abbraccia Elle, salta Kylie, fa le feste a Timothée.

Il rasoio di Occam mi dice che Demi e Kylie non si conoscono, e che un ventinovenne di questo secolo non sa stare al mondo abbastanza da sapere che le deve presentare. L’internet invece mi dice che Moore ha snobbato Jenner, confermando l’internet stessa nella rassicurante convinzione del divario tra le caste culturali in cui vivono una che venne fotografata nuda e incinta da Annie Leibovitz, e una che si è fotografata nuda e incinta col telefono trent’anni dopo: due così diverse avranno appartenenze intellettuali distantissime e incompatibili, diamine.

Epperò siamo anche l’epoca in cui l’economia dell’attenzione governa il mondo, e in cui gli intellettuali smaniano per diventare virali (qualunque cosa significhi), e in cui ogni volta che compro le mutande di Skims, subito dopo aver pagato l’acquisto, il sito mi chiede come sia arrivata lì, dove abbia sentito parlare del marchio, e mi offre una ventina di opzioni dagli spot su Spotify a quelli in tv, dai motori di ricerca alle amiche che me ne hanno parlato.

Nessuna di queste opzioni è vicina a quella reale, ovvero: è più probabile che una donna adulta e benestante in occidente non abbia mai visto “La danza” di Matisse, di quanto lo sia il suo non aver mai avuto una conversazione che abbia per oggetto l’irresistibilità delle mutande di Skims. Non sono sicurissima che altrettanto saldamente risiedano nel canone occidentale i film con Chalamet.

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