Meno cruciverbone più ironia Geppi Cucciari condurrà Sanremo quando Sanremo tornerà come una volta

Siamo convinti che il conduttore del Festival debba necessariamente fare anche il direttore artistico, ma per fortuna Carlo Conti lascia intendere che il ruolo si potrà scindere e finalmente si potrà tornare ai tempi in cui Raimondo Vianello si prendeva gioco delle canzoni e dei super ospiti

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Qualcuno ha mai chiesto a Geppi Cucciari se voglia condurre – non: una sera sola; non: cocondurre – il festival di Sanremo? Io – che non ho informazioni: le domande non le fanno i giornalisti, figuratevi se le faccio io – sospetto che la risposta sia no, e la ragione per cui credo la risposta sia no sta in un pezzetto antico di tv che avete visto proprio tutti.

Prima di dire quale sia quel pezzetto, occorre spiegare la ragione per cui viene evocata la conduzione di Geppi Cucciari, che non è la sua indiscussa brillantezza: sono i suoi gameti. Chi trasecola perché Sanremo non lo conduce lei non lo fa perché la signora ha la battuta pronta, i tempi giusti, la capacità di cavarsela in diretta (che non è esattamente un dettaglio, in quella mostruosità da venticinque ore).

È perché è donna, e purtroppo, nell’imbecillità media del dibattito pubblico di questo secolo, essere uomo o donna è la caratteristica dirimente (per essere un secolo che si è inventato il non binarismo, è piuttosto binario).

Chi evoca Cucciari la evoca come l’anno scorso s’indignavano non fosse stata chiamata a cocondurre Paola Cortellesi, e io non ho idea se qualcuno le avesse fatto un’offerta (di nuovo: figuratevi se faccio domande), ma mi pare evidente che se Paola Cortellesi mentre macinava decine di milioni di incassi non era a Sanremo non era certo per sessismo: era, plausibilmente, perché non aveva voglia d’esserci.

Peraltro ricordiamo che nel più disastroso (e quindi divertente) Sanremo di questo secolo, quello di Tony Renis e della povera Simona Ventura, la Cortellesi fece “Non mi chiedermi”, miglior pezzo comico (ma forse miglior pezzo musicale tout court) mai passato a Sanremo, pari merito con “Poco ricco”. Pezzo col quale, generosamente, salvò anche dalla maledizione d’aver fatto una sola buona canzone Frankie Hi-NRG, che grazie a “Non mi chiedermi” è divenuto colui che in trent’anni di carriera ha fatto ben due pezzi buoni.

Ma anche Cortellesi, come Cucciari, non veniva evocata come comica o come conduttrice brillante (starei per dire «irriverente», ma non vorrei che il dio dei cliché mi fulminasse), ma come portatrice dei giusti gameti. Chi fa i loro nomi non li fa pensando al festival di Piero Chiambretti: li fa pensando a quello di Antonella Clerici. Poiché sono entrambe donne che fanno la tv, pare impossibile accorgersi che Clerici e Cucciari hanno due ruoli diversi. (Figuriamoci Cortellesi, che la tv non la fa da un po’: ci si ricorda che quando la faceva era una donna, mica che non era esattamente il genere che metti a fare il cruciverbone di “Domenica In” – perdonerete il riferimento novecentesco).

Nella conferenza stampa di domenica, Carlo Conti ha detto che la Rai gli ha chiesto di restare ma lui vorrebbe tenersi solo il ruolo di direttore artistico, e io trovo che sarebbe il più gran regalo da fare a Sanremo e al suo tono, un tono che negli ultimi anni ha avuto rarissime variazioni e mai in conduzione: scindere la direzione artistica e la conduzione. L’unico modo in cui Sanremo potrebbe tornare all’unica conduzione in cui avrebbe senso Geppi Cucciari: uno in cui chi conduce può sbeffeggiare le scelte del festival, perché quelle scelte le ha fatte qualcun altro. Finché chi conduce presenta scelte proprie e non altrui, quelle scelte dovrà sempre presentarle con trionfalismo e mai con (auto)ironia.

Il pezzettino di televisione che avete visto proprio tutti è quello del Sanremo 1998 che tutti postano a ogni nuovo Sanremo per lamentarsi della durata. Quello in cui Raimondo Vianello dice «stasera si esibiranno tutti, ventotto canzoni, dovete avere un po’ di pazienza». Ve lo vedete un Amadeus, un Carlo Conti, un qualsiasi erede del pippobaudismo esprimere scetticismo e noia e stanchezza rispetto alle splendide canzoni del nostro splendido festival? Certo che no, anche perché se a decidere che andavano fatte ventotto canzoni fosse stato proprio Vianello la sua insofferenza sarebbe stata meno credibile e quindi avrebbe funzionato meno comicamente.

Non è neanche, lo sbuffo sulle ventotto canzoni, il momento più «pensa oggi» di quell’apertura di prima serata. Prima c’erano stati Vianello che tratta la Herzigova come una scema in quanto strafiga, Vianello che tratta la Pivetti come una cessa in quanto non Herzigova, la Herzigova che chiede «perché sono qui?» e Vianello che risponde «per i soldi». Dopo, ci sarà la Pivetti che deve ricordare a un sempre più sbuffante Vianello che bisogna dire che Sanremo è la città dei fiori. Pensa oggi, che gli assessori parlano più dei superospiti. E subito, come prima entrata in scena, c’era stato lo zittire l’applauso: «Poi ve ne pentirete, perché andiamo per le lunghe» – pensa oggi.

Quella stessa sera, sul palco dell’Ariston si esibì Madonna. La Madonna del 1998, quella del suo disco più bello, quella all’apice della sua rilevanza. Come se oggi a Sanremo arrivasse, boh, Beyoncé, se Beyoncé avesse un canzoniere. Non lo dico per farvi ripensare a quando Sanremo aveva il budget per invitare Madonna (o Bruce Springsteen, o Peter Gabriel); lo dico per farvi ricordare che Raimondo Vianello aveva quello stesso identico tono scettico e annoiato anche nel presentare sua madonnità (preceduta dal sospiro «ci aspettano solo altre due ore e mezza di canzoni»).

È che Vianello era Vianello? È che Sanremo era diverso? È, temo, soprattutto che eravamo diversi noi. Oggi che siamo tutte dodicenni in menopausa, tutti tredicenni che hanno la dentiera e ancora l’approccio al mondo di chi ha i poster in cameretta, oggi che tutto ci sembra offensivo – Conti non ha parlato a Lucio Corsi! E non ha dato spazio alla Marcuzzi! E la sala stampa non ha votato la mia preferita! E il podio di tutti maschi! – oggi una Cucciari che si rivolgesse a una Madonna (ma anche solo a una Elodie) nel modo spiccio in cui lo fece Vianello, che era in quinta col microfono aperto e si sentì «ma no, non devo parlare con lei», e poi entrò e le disse «Lei non parla italiano, noi dobbiamo andare avanti» e la spinse fuori come si fa con gli ospiti che non si levano dai coglioni dopo cena, oggi una Cucciari che osasse mettere in scena un siparietto così, non di adorazione ed esaltazione verso un’esibizione, verrebbe linciata dall’internet e avrebbe un solo vantaggio competitivo.

Che, avendo il contenuto giusto delle mutande, nessuno le direbbe che ha liquidato Madonna per difesa del patriarcato e incapacità di valorizzare le donne. In compenso non mancherebbero i commentatori cafoni che l’accuserebbero di gelosia per l’ospite più piacente di lei. Insomma, non è solo Sanremo il problema. Siamo soprattutto noialtri, e la moltiplicazione dei modi in cui possiamo distrarci dai nostri guai esprimendoci un po’ su tutto.

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