Balorda mitomaniaLe due vincitrici di Sanremo, e il catalogo dell’elodienismo

Non è vero che è stato un podio tuttimaschi, hanno vinto Giorgia, anche se vi sembra di no, e Marta Donà, che fa trionfare sempre i suoi cantanti, anche se non è ancora riuscita a far condurre il Festival al suo assistito Cattelan

LaPresse

E quindi Sanremo l’ha vinto una donna. Lo so, non ve n’eravate accorti, giacché il femminismo di Instagram e di Elodie (da qui in poi, per brevità: l’elodienismo) strepita da due giorni che è uno schifo una vergogna una violazione delle pari opportunità un lascito patriarcale che la cinquina fosse formata tutta da maschi.

L’ha vinto una donna com’è capitato piuttosto spesso negli ultimi anni giacché, come avrete letto se dal catalogo dell’elodienismo siete passati a quello della dietrologia, parecchi vincitori degli ultimi festival (i Måneskin, Mengoni, la Mango) hanno la stessa manager di Olly: Marta Donà, discendente dell’aristocrazia dello spettacolo italiano (nipote di Claudia Mori) e manager di molti (in questo Sanremo, oltre a Olly, di Francesca Michielin e Alessandro Cattelan – su entrambi poi torniamo).

Fino a ieri io di Marta Donà sapevo poco, poi ho visto nella homepage del Corriere un suo ritratto (“Chi è la manager che ha vinto quattro Sanremo su cinque”) in cui le note biografiche erano precedute dalla dicitura «racconta sulla pagina ufficiale della sua società», e ho pensato che, se l’autocertificazione vale articolo “chi è”, allora io con un paio di telefonate potevo percepirmi Woodward e Bernstein.

Forse avrete visto una ricostruzione che gira, quella secondo cui la Donà avrebbe usato negli ultimi tre festival lo stesso trucco per far brillare il suo cliente: tra la seconda e la terza serata – quelle in cui si esibisce solo metà dei cantanti – scegliere per i propri protetti quella in cui non si esibiscono i più forti. Signora Donà, non mi quereli: sto riferendo ciò che è stato scritto da altri.

È possibile? Tutto è possibile: i manager e i discografici a questo servono, a far pressioni sull’organizzazione perché coloro per cui lavorano brillino di maggior luce. Naturalmente chi ha lavorato con Conti nega che esista un margine possibile di pressione sul più democristiano dei direttori artistici.

Non solo, dicono, lui non asseconderebbe una richiesta del genere, ma neppure nessuno si permette di formulargliela. Oltretutto, è la risposta dalla zona contiana, se Olly è passato la terza sera e gli altri finalisti (tranne Brunori) la seconda, è perché la seconda sera è per tradizione quella in cui l’audience tende a scendere, e quindi Conti ha fatto cantare la seconda sera quelli che aveva modo di valutare come i più amati dal pubblico, e cioè quelli arrivati tra i primi la prima sera.

Quindi: la prima sera arrivano primi Corsi, Cristicchi, Giorgia, Lauro e Brunori, e di questi i primi quattro si esibiscono la seconda sera (e con loro Fedez, anche lui poi arrivato tra i finalisti). Olly canta la terza in quasi splendida solitudine: nel senso che il giovedì, di futuri finalisti ad arginarne il trionfo, c’è solo Brunori. Epperò la versione dei contiani è incontestabile: se Olly canta la terza sera e non la seconda è perché la prima sera non era arrivato tra i primi cinque.

È anche perché Marta Donà ha fatto mesi di pressioni sull’organizzazione del festival? Se così fosse, avrebbe fatto il suo mestiere. L’ha fatto, come dicono le esponenti dell’elodienismo, sacrificando la povera Michielin, abbandonata a sé stessa come non bastasse dovesse mettersi i tacchi con una gamba rotta? Chissà. Qualcuno bisogna sacrificare, in una partita a scacchi, e qualunque professionista di buon senso punterebbe sul cavallo meno zoppo.

È Marta Donà una donna di potere? Certo che sì: certo che molti più di coloro che rappresenta vorrebbero averla in squadra; certo che la storica manager di Marracash – ora che Marracash viene trattato come fosse il nuovo Francesco Guccini e il rap è dato per morto mentre il cantautorato pare godere di miglior salute – le ha di recente chiesto di aiutarla a gestirlo.

Tuttavia le vittorie ai festival non sono meccanismi perfetti, devono incrociarsi molti fattori. Questi tempi smemorati, in cui la settimana scorsa è passato remoto, vorrebbero si citasse l’anno scorso, e la sala stampa che fa vincere Angelina Mango contro Geolier (ma allora Angelina Mango l’ha fatta vincere la Donà o la sala stampa? Ve l’avevo detto che non era una faccenda semplice).

Se vogliamo prenderci il lusso d’esercitare quella qualità in via d’estinzione che è la memoria ricorda, senza arrivare a quel momento buio della storia della repubblica che fu il Sanremo fatto vincere dalla giuria di qualità agli Avion Travel (chi?), possiamo citare un più recente Sanremo di Fazio, quello del 2013.

Era stata, visto lo splendido precedente, ripristinata la giuria di qualità, e il televoto dava per primi i Modà. Vi pare che una giuria presieduta da Nicola Piovani potesse far vincere i Modà? Certo che no, e infatti quel Sanremo lo vinse Marco Mengoni (tra l’altro con un pezzo stupendissimo, “L’essenziale”). L’ha fatto vincere sempre la Donà (sì, è anche la manager di Mengoni), o una giuria di intellettuali lontani da quel paese reale così ben rappresentato dai Modà? È tutto un complesso di cose, cantava un certo Paolo Conte (il Marracash di quand’eravamo alfabetizzati).

Una volta – quando il potere era dei maschi – quando si parlava di manager che decidevano i destini dei programmi televisivi si parlava di Lucio Presta e Beppe Caschetto. Un amico saggio era solito dire che la qualità che il primo avrebbe dovuto rubare al secondo era la capacità di starsene nascosto, di tacere, di non dare interviste. Ci ho ripensato ieri.

Ci ho ripensato perché ieri Presta ha fatto un lungo tweet su Conti che era un pizzino al suo ex cliente Amadeus. Ci ho ripensato perché tutti quelli cui chiedevo della Donà mi dicevano che il suo limite era la voglia di stare al centro dell’attenzione, la smania di apparire invece d’essere invisibile dietro ai suoi clienti. Ci ho ripensato perché in conferenza stampa Ciannamea (direttore dell’intrattenimento prime time: ma il governo Meloni non doveva ripristinare le direzioni di rete ed eliminare questa puttanata delle fasce?), Ciannamea, dicevo, come un qualunque intervistatore che smani per farsi il selfie con la celebrità intervistata, ha ringraziato Fiorello che gli ha mandato tanti messaggi e quindi, secondo Ciannamea, ha anche lui contribuito a questo festival.

Ho pensato che nessuno più vuol essere Enrico Cuccia, nessuno vuol essere non solo Robin ma neanche Caschetto, vogliono tutti dire «quello famoso ha il mio numero». Pensa il povero Fiorello, che – siamo tutti uomini di mondo col servizio di leva fatto a Cuneo – immagino parallelamente mandasse al suo amico Amadeus messaggi sghignazzanti sul festival di Conti, e ora viene sbugiardato come doppiogiochista in conferenza stampa: che mondo è mai questo, in cui i dirigenti Rai ti sputtanano come dei Fabrizio Corona.

Due donne hanno vinto il festival, una è Marta Donà, e l’altra è Giorgia, perché non tutte le vittorie hanno la forma d’una vittoria, e il suo non essere arrivata neppure tra i cinque finalisti vale molto più di quanto sarebbe valso un secondo posto: l’ondata d’affetto solidale per la grande professionista (e pure donna, puntesclamativo) esclusa dai giochi non ci sarebbe mai stata, altrimenti.

Certo, non l’ha vinto Francesca Michielin, perché non tutti possono vincere tutte le volte. Anche se, tra gli alfieri sacrificabili per lo scacco al re finale (che il dio delle metafore sciatte mi perdoni), a me più che la Michielin viene in mente un altro nome. Ovvero: ma, se Marta Donà è così potente, com’è che Alessandro Cattelan ogni anno – ogni anno da quelli che saranno pochi anni ma sembrano cento – dovrebbe condurre il festival, e poi invece mai?

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