
Nel 1942, mentre le bombe naziste cadono sulla città di Liverpool, Louise French è incinta del suo quarto figlio. Col marito Harold, la figlia Louise e i figli Harold e Peter vivono al 12 di Arnold Grove e la domenica, tra i boati delle esplosioni e le sirene, in casa si ascolta la programmazione che Radio India dedica alla musica delle colonie d’oltreoceano.
Non è il periodo migliore per aspettare un bambino, ma Louise sente che le note vibrate del sitar e i ritmi delle tabla hanno un effetto calmante sia su di lei sia, ne è convinta, sul futuro ultimo arrivato della famiglia Harrison. Quando il bimbo nasce in casa il 25 febbraio 1943, lo chiamano come il sovrano che governa il Regno Unito e i dominion britannici per tutta la Seconda guerra mondiale: George. Vent’anni dopo uscirà il suo primo album, Please Please Me: quattordici tracce, tra cover e pezzi originali, suonati assieme a John Lennon, Paul McCartney e Ringo Starr, tutti di Liverpool.
Beatles e fricchettoni
Passeranno pochi anni prima che l’India, ormai indipendente, diventi una delle destinazioni preferite dal movimento hippie. Una moda nata anche grazie al periodo «indiano» dei Beatles. L’incontro tra India e Beatles è una storia di più di mezzo secolo fa che, per tre quarti del gruppo rock più famoso di sempre, si risolve nel giro di cinque anni. Ma per il soft power indiano sono cinque anni fondamentali, perché l’esposizione globale che i Beatles garantiscono al Paese ogni volta che ci mettono piede produce risultati straordinari per l’immagine dell’India all’estero.
Potremmo dire romanticamente che tutto comincia dalla programmazione di Radio India che risuona al civico 12 di Arnold Grove e mette nell’orecchio di Harrison la pulce di un sistema melodico completamente diverso da quello occidentale, costruito attorno a motivi che si rincorrono tra percussioni – tabla – e strumenti a corda – sitar –, in un loop che sembra infinito. Harrison ne è stregato e, mentre studia chitarra, cerca di capirci qualcosa di più frequentando i circoli musicali degli indiani della diaspora.
Quando il fenomeno Beatles esplode all’inizio degli anni Sessanta, Harrison già strimpella col sitar ma ancora a livello amatoriale, lontano dagli studi di registrazione. La prima associazione musicale tra Beatles e India arriva nel 1965, quando nella scena del ristorante «orientale» di Help!, secondo lungometraggio del gruppo, si sente un sottofondo di sitar e tabla suonato da turnisti indiani.
Lo stesso anno, in Norwegian Wood dell’album Rubber Soul, George Harrison suona per la prima volta il sitar in una canzone dei Beatles e sdogana definitivamente l’uso di sonorità «esotiche» nella musica rock dell’epoca, indicando la via che avrebbe portato ai sottogeneri del rock psichedelico e del raga rock. A metà anni Sessanta, il rock è un fenomeno di costume in evoluzione, contaminato dalle idee e dalle mode che stavano formando la generazione dei movimenti di protesta contro la guerra in Vietnam, contro il capitalismo e il consumismo.
L’India ha tutte le carte in regola per inserirsi alla perfezione nell’immaginario della controcultura hippie che prende forma in quegli anni. Prima di tutto è un Paese non schierato, un’ex colonia che si è sottratta allo schema della Guerra fredda e negli anni Cinquanta è stata tra i fondatori del Movimento dei Paesi non allineati: gli Stati post-coloniali che non stavano né con gli Stati Uniti né con l’Unione Sovietica. È anche il Paese da cui proviene gran parte delle droghe leggere che in quel periodo si diffondono negli ambienti alternativi europei e statunitensi. Ganja, il termine hindi che indica i fiori della pianta di Cannabis sativa, oggi come allora viene correntemente usato come sinonimo di marijuana; charas, che in hindi significa proprio «resina della pianta di cannabis», è il nome di una delle qualità di hashish più pregiate del mondo.
L’India è anche un Paese estremamente povero, con un pil pro capite che nel 1965 si aggira intorno ai cento dollari, un decimo rispetto all’Italia e un trentesimo rispetto agli Stati Uniti. Un Paese così povero da essere considerato l’esatto opposto della società dei consumi, da cui molte e molti giovani occidentali vogliono fuggire, anche solo per pochi mesi, alla ricerca di qualcosa che possa dare un senso più profondo alle loro esistenze.
Molte e molti quel qualcosa lo cercano nelle droghe e nella spiritualità, che in India si compenetrano e che, assieme alla ricerca musicale, fanno finire in India anche i Beatles. Ci vanno per la prima volta nel 1966, girando in incognito per i negozi di strumenti musicali di New Delhi in cerca di musicisti, liutai e, soprattutto George Harrison, di maestri che li possano guidare nello studio della musica classica indiana.
Leggenda vuole che proprio in un negozio della capitale Harrison decida di mettersi sulle tracce di Ravi Shankar, maestro di sitar noto negli Stati Uniti e nel Regno Unito per le sue frequentazioni della scena artistica beat. In India Shankar è già una leggenda: è considerato il miglior sitarista della sua generazione, e per chiunque prendere lezioni da lui sarebbe un’ambizione eccessiva. Discorso che, ovviamente, non vale per il chitarrista della band più famosa del momento.
