È il giorno più doloroso per Israele. Il giorno che il Paese e l’intero popolo ebraico hanno pregato, sperato, agognato perché non arrivasse. Tornano a casa chiusi in sacchi di plastica i corpicini straziati di Kfir, anni uno, e Ariel, anni cinque. I due bimbi divenuti il simbolo più cruento della malvagità e dell’odio cieco di Hamas verso gli ebrei saranno ora al centro di un lutto collettivo dal quale sarà difficile riprendersi per Israele.
Il dolore, la rabbia, la pena che l’intera collettività del mondo ebraico porta nel cuore per questa famiglia rapita in blocco il 7 ottobre nel kibbutz di Nir Oz rischia di trasformarsi, comprensibilmente, nel detonatore di un ordigno ad alta intensità per l’area e per la faticosissima e fragile tregua ottenuta in queste settimane.
Sapere come sono morti Kfir, Ariel e la mamma Shiri rappresenterà una discriminante di non poco conto nel prosieguo di trattative e piani per Gaza. Qualora, come si teme, la famiglia Bibas non fosse morta in seguito a un bombardamento israeliano, come comunicato nei mesi scorsi dai nazi islamisti di Hamas, ma venisse riscontrato che la loro morte sia giunta in seguito a sevizie e torture subite, nonché per eliminazione da parte dei loro aguzzini palestinesi, la storia di questo conflitto potrebbe avere sviluppi inimmaginabili al momento.
Purtroppo la crudeltà degli avvenimenti non cambierà, e le responsabilità di Hamas rimarranno intatte ma sapere quale sia stato il dramma dei fratellini dalla chioma rossa che hanno commosso il mondo con le loro immagini e conoscere l’epilogo di questi eventi tremendi farà una sostanziale differenza.
Kfir e Ariel Bibas rappresentano nell’immaginario collettivo ebraico il bambino con i pantaloni corti e la coppola in testa con le mani in alto e l’espressione terrorizzata del Ghetto di Varsavia. La loro sorte li accomuna al milione e mezzo di bambini sterminati dai nazisti nella Shoah. I loro nomi rimarranno per sempre scolpiti nel cuore di ogni ebreo assieme a quelli dei ventuno bambini massacrati dai palestinesi nella scuola elementare di Maalot nel 1974. E con loro Gabriel, tre anni, Ariyeh, sei anni, Miriam, otto anni, assassinati nel marzo del 2012 da un nazista islamista nell’attacco alla scuola ebraica di Tolosa.
Stessa sorte che li accomuna alla famiglia Fogel, sterminata nell’insediamento di Itamar da assassini palestinesi nel cuore di una notte del marzo 2011 – moglie, marito e tre bambini: Yoav di undici anni, Elad di quattro anni e Hadas, neonato di tre mesi che uno dei terroristi aveva sbadatamente lasciato in vita e che, accortosi della dimenticanza, era rientrato nella casa per sgozzarlo con un coltello. Un bimbo di soli tre mesi, pugnalato a morte a sangue freddo tornando appositamente sul luogo del delitto per non lasciarlo in vita.
Lo stesso nostro Paese ha avuto il suo bambino massacrato da mani assassine palestinesi. Stefano Gay Tachè, due anni, colpito a morte da un commando terrorista all’uscita dalla preghiera in Sinagoga a Roma il 9 ottobre del 1982 mentre era tra le braccia della mamma Daniela, anche lei gravemente ferita, come il fratellino Gadi di quattro anni – loro due sopravvissuti all’attentato.
È lunga la scia di odio palestinese che nei decenni ha colpito i bambini ebrei. Kfir e Ariel, per le condizioni in cui si sono svolti i fatti, l’attacco del 7 ottobre, il loro rapimento, la deportazione, la cattività in cui sono stati tenuti per mesi e il tragico epilogo rappresentano con la loro storia qualcosa che va oltre l’immaginabile e il sopportabile.
Israele dovrà mantenere sangue freddo e nervi saldi per sopportare le tristi giornate che verranno. È bene ricordare che anche i palestinesi hanno pagato un prezzo altissimo per la guerra voluta dalle loro guide. I capi di Hamas nei mesi hanno chiesto e anelato pubblicamente che venisse sparso sangue innocente del loro popolo e hanno ottenuto quello che volevano. Sono loro i responsabili di tutto questo.
Nella giornata odierna, o entro venerdì prima del tramonto e dell’inizio dello Shabat, sapremo se tra i corpi restituiti dai terroristi ci sono anche i piccoli Bibas. Saranno i test eseguiti dai tecnici specializzati a stabilirlo, perché della parola di una banda criminale come Hamas che avvelena quotidianamente i pozzi dell’informazione non ci si può fidare in alcun modo.