«Ciò che dà un senso alla vita, lo dà anche alla morte». Non so perché ma questa frase di Antoine de SaintExupéry, il poeta del Petit Prince, mi ha sempre richiamato alla mente le immagini di Israele. Un Paese nato sul mistero della morte collettiva, cresciuto nella benedizione quotidiana nella vita e costretto a confrontarsi costantemente con l’incubo della morte. Non sono un profeta né è mia intenzione convincere nessuno, ma dei tanti giorni trascorsi in Israele, anche come inviato speciale del giornale per il quale ho lavorato per oltre vent’anni, porto con me l’esperienza di una vita vissuta, di incontri, di confessioni talora aspre, talora incomprensibili per chi trascorre la sua vita nel ventre molle di un’Europa ormai lontana da qualsiasi valore basilare. Parole come vita, acqua, famiglia, cielo, felicità sono diventate per noi slogan obnubilati dagli shopping center, dalla cultura woke che fa chic, dalla ricerca di un domani dimenticando l’oggi e calpestando il passato.
In Israele questi valori sono il presente e hanno la consistenza di un pezzo di pane per un povero affamato. Lo ribadisco: questo è il mio libro su Israele e con Israele. Non è opera di proselitismo. Ognuno è libero di andare anche in piazza a inneggiare pro Hamas, spesso non sapendo neppure individuare sulla carta geografica dove si trova Israele, dove si combatte. E specialmente ignorando totalmente fini statutari – uso volutamente un termine giuridico – dell’organizzazione terroristica Hamas che mai si è posta come obiettivo la creazione di uno Stato palestinese, bensì quella di un califfato islamico dal Giordano al mare, ça va sans dire… cancellando totalmente Israele. Prima di calarmi in episodi vissuti per spiegare quanto la frase di Antoine de Saint-Exupéry si attagli a Israele, una piccola digressione: gli accordi di Oslo sembrano schiudere per la prima volta la porta a una pace in Medio Oriente.
Il 28 settembre del 1995, Yitzhak Rabin, l’uomo dei sogni, e Yasser Arafat siglano davanti a Bill Clinton, in versione di vero e proprio officiante, un’intesa storica che garantisce ai palestinesi il diritto all’autogoverno a Gaza e in Cisgiordania, in vista della creazione di uno Stato palestinese. D’accordo con l’Ambasciata d’Israele e con il consenso non esplicito, ma tacito, dell’Autorità nazionale palestinese, mi imbarco nell’idea folle di spiegare alle classi dell’ultimo anno dei licei classici cosa stia accadendo. Porto con me anche un sogno personale, quello di aprire un ufficio di corrispondenza a Gerusalemme che possa essere in connessione con Amman, Beirut, Damasco, Cairo; entro nella prima classe di liceali con il timore di affrontare uno scontro ideologico, basato sul manicheismo dominante, per cui Israele è la destra e i palestinesi, nonché i Paesi arabi che li appoggiano, la sinistra del Medio Oriente. Ma nulla di tutto ciò si materializza.
Quando inizio a parlare mi rendo conto cosa deve aver provato il primo uomo a sbarcare sulla luna. Salvo rare eccezioni, la maggioranza degli studenti non sa neppure individuare sulla cartina geografica Israele, per non parlare di Gaza o della Cisgiordania. Sulla storia il buio è totale e disarmante. È una lotta con i mulini a vento in una terra dove il vento non soffia. Pochi giorni dopo, sul «no» di Arafat a ratificare gli accordi che lui stesso ha firmato, anche questo mio velleitario tentativo non di difendere una parte a discapito dell’altra, ma di porre le basi per una migliore conoscenza, si esaurisce. E temo davvero che il buio dell’ignoranza abbia avuto negli anni a seguire il sopravvento, alimentato da ideologie e, perché no, da qualche interesse neppure troppo marginale. Sembrerà strano ma non ho perso due caratteristiche della mia professione: da un lato, lo stupore per l’ignoranza, dall’altro, la nausea per la propaganda. Sorelle gemelle, ignoranza e propaganda, che affollano le piazze, che condizionano le università negandone la mission universale, che sanciscono la prevaricazione dei portatori di odio sulla verità. E proprio questo mi spinge a pormi una prima domanda. Ma perché vita e morte sono così importanti per comprendere Israele?
La guerra del 1991 in Iraq ha infuocato anche i cieli di Israele dove gli Scud di Saddam hanno ballato una danza macabra con il nascente sistema anti-missili di Israele. La statua del dittatore irakeno è stata abbattuta da pochi giorni e il silenzio non squarciato dalle sirene antiaeree ha un che di irreale. Per tante sere con un amico di vecchia data, fondatore di una delle start-up informatiche di maggior successo destinata negli anni a venire a valicare l’Atlantico e approdare al Nasdaq, abbiamo condiviso la cena in un ristorantino di Jaffa. «Scusami se in questi giorni forse sono risultato un po’ nervoso», mi apostrofa la prima sera in cui le sirene antiaeree non hanno suonato. Scuse che non mi aspetto da una persona che è stata costretta a traslocare moglie e figli lontano, nel deserto del Negev, per evitare che corrano i rischi del bombardamento irakeno. Ma la verità va come sempre oltre il confine dell’ovvietà.
Sai – mi dice – noi israeliani siamo double faced; sul nostro biglietto da visita c’è la carica civile (amministratore, direttore generale eccetera), ma se lo giri c’è quella militare: io sono un ufficiale della Brigata Golani, battaglione genieri, e nel caso di una missione da terra in Iraq saremmo stati i primi a partire. Me lo dice con una semplicità disarmante, senza nessuna autocommiserazione; è una constatazione che non richiede e men che meno elemosina commenti. Alcuni anni dopo, quando battezzerò mia figlia in una folle radura del Giordano, a pochi chilometri dal Libano, grazie all’impegno preso con un frate francescano altrettanto folle, commetto un errore: telefono al mio amico e lo informo del perché sono in Israele e dove mi trovo, in un hotel di Tel Aviv con la mia famiglia al completo. Non mi attendo nulla da una persona che so tirare tardi in ufficio sino alle dieci di sera e che vive a due ore di auto da Tel Aviv, a nord, non lontano da Haifa.
Sono quasi le dieci di sera, la bimba dorme già, e il portiere dell’hotel ci avverte telefonicamente in camera che abbiamo una visita: è Israel con la moglie Shoshanna. Mi consegnano un regalo, uno strano gioco di palline che scorrono su fili multicolori. Un abbraccio e nessun bisogno di commentare: entrano in camera in punta di piedi per non svegliare la bambina, e dopo meno di mezz’ora sono di nuovo in auto per tornare a casa. Ancora una volta quella parola, haim («vita»), risuona silenziosamente. Haim significa vita, ma anche paura di perderla e una volontà ferrea di difenderla. Chi salva una vita salva il mondo intero. Così recita il Talmud. Ma anche chi uccide una vita uccide un mondo intero e la gioia per la morte non fa parte del patrimonio genetico di questo Paese, aspro, duro, coriaceo, mai disposto ad accettare una morte non richiesta dal Signore, mai disposto a dimenticare e forse mai disposto a perdonare. Neppure per la morte dei nemici si festeggia per le strade. Nessun dolcetto distribuito per la morte di un avversario e neppure quando l’ira e l’odio sembrano prevalere riproducendo comportamenti che non sono israeliani la comunità riesce ad accettarli, e si ribella.
La giornata della memoria che in molti Paesi, peraltro ampiamente islamizzati, d’Europa è diventata una comoda scorciatoia per affermare affetto e stima per gli ebrei a patto che siano morti, in Israele è un simbolo del passato, ma specialmente una lezione che va costantemente rinfrescata. I sei milioni morti nelle camere a gas, il milione e mezzo di bambini strappati alle mamme e alle famiglie per poi essere massacrati, non sono confinati nella storia, non sono rimasti sepolti negli orrori di Bergen-Belsen, Dachau, Auschwitz o Mauthausen; quei nomi delle piccole vittime del nazismo non sono solo ricordati ogni giorno da una voce che li ripete senza soluzione di continuità nel sacrario di Yad Vashem, sulle colline di Gerusalemme; significano il tutto: sono identificabili in piccoli esseri umani privati della dignità, dell’amore, della vita. E risuonano, e come risuonano, nelle case di un piccolo Stato che si è plasmato sul ricordo ma anche sui legami fra le tribù di Israele.
Un Paese nel quale un morto nel Negev ha sempre un amico, un parente o anche solo un semplice conoscente a piangerlo a Kyriat Arba o a Acri, a centinaia chilometri di distanza. Dove una nipote violentata dai terroristi è sempre la nipote di tutti. Incomprensibile per noi? Lo so. Ma non esiste un altro Israele e chi è convinto, in poltrona, di sapere, capire, giudicare… dovrebbe tentare di calarsi in quel pozzo di amore, vita e morte, magari immaginando la persona più cara della sua vita tenuta in ostaggio per mesi da Hamas, violentata, mutilata, stuprata e poi uccisa. Cambia qualcosa? Date un nome a questa persona immaginaria, il nome di vostra figlia, del vostro nipotino, di vostra sorella scomparsi nel nulla in un dedalo di tunnel della morte. Cambia qualcosa se quel bambino si chiama Kfir, oppure Yael, oppure Etta? E invece se si chiamasse Giovanni detto Giò, oppure Marco, oppure Ciccio come lo chiamate voi nonni? Certo, questo ragionamento potrebbe essere applicato a qualsiasi Paese, qualsiasi cultura nel mondo. E in parte è vero.
Ma Israele, piaccia o non piaccia, è un unicum. Lo è dal punto di vista di una religione che è mamma e per molti è diventata suo malgrado matrigna per le altre due grandi religioni monoteiste. Lo è dal punto di vista della storia: Israele vive quotidianamente il paradosso di occupare una terra che è stata sua per secoli, dalla quale gli ebrei sono stati espulsi per tornarvi non per vivere, bensì per sopravvivere. Quale altro popolo può annoverare e affiancare due termini come Aliyah (ritorno) e diaspora? Elementi di un puzzle tenuto insieme dal collante di un isolamento che, per volontà o per necessità, è stato subìto e poi ricercato come strumento di difesa in quei ghetti che, per ironia della sorte, derivano l’origine del loro nome dal termine veneziano «gheto», ovvero fonderia; ciò per la vicinanza fra le case destinate alla comunità ebraica e la fabbrica metallurgica in Laguna nonché le sue ciminiere che, tanti decenni dopo, assomiglieranno per ironia della sorte a quelle dei lager.
