La donna che vive due volte, la prima che omaggia il trumpismo, la seconda quella costretta ad appoggiare gli avversari del capo amerikano. È Giorgia Meloni, inaspettatamente vaso di coccio tra due vasi di ferro: uno è l’erculeo Donald Trump, l’altro è l’Europa che hanno cercato di colpire a morte ma che, avendo qualche millennio alle spalle, si sta rialzando per difendere contemporaneamente l’Ucraina e sé stessa, perché non c’è la prima se non c’è la seconda e viceversa, come ha splendidamente detto a Monaco Volodymyr Zelensky.
Ora la presidente del Consiglio deve scegliere: o sta con l’Europa o con Trump&Putin. Tertium non datur. La situazione infatti è cambiata; solo i pigri compulsatori di X non lo capiscono. Ed è cambiata, a sorpresa, proprio a Monaco dove l’Europa sarebbe dovuta capitolare sotto le sciabolate di JD Vance, il cantore della rivalsa bianca e classista dell’America di Trump.
Emmanuel Macron, tanto debole in patria quanto autorevole fuori di essa, ha convocato a Parigi mezza Europa per rispondere al presidente degli Stati Uniti trovando sponda soprattutto nei polacchi atlantisti feroci nemici di Putin e negli inglesi superbi eredi dell’orgoglio churchilliano.
E dunque, oggi all’Eliseo, il Vecchio Continente batterà un colpo forte, ci sarà anche Meloni insieme con l’inglese Keir Starmer, il polacco Donald Tusk, il tedesco Olaf Scholz, e altri leader europei, tra cui Ursula von der Leyen (presidente della Commissione Ue), Mark Rutte (segretario Nato) e Antonio Costa (presidente del Consiglio europeo).
Meloni è stata brava tre volte anche negli scorsi giorni: ad aderire al discorso europeista dell’amica a giorni alterni Ursula von der Leyen: a telefonare a Zelensky dopo le bordate americane; a difendere con parole ferme Sergio Mattarella dall’ukase del Cremlino. Quel Cremlino sporco del sangue di Andrej Navalny, morto un anno fa, dimenticato da molti ma che ieri Filippo Sensi, con Carlo Calenda, Riccardo Magi, Luciano Nobili e Roberto Giachetti, ha ricordato deponendo un fiore a Roma in sua memoria nel luogo nello stesso punto dove fu rapito e poi assassinato un altro martire, Giacomo Matteotti.
Meloni ha difeso Mattarella dagli attacchi del Cremlino senza urlare – proprio lei – quasi alla chetichella, un atto dovuto si direbbe con il linguaggio della procedura penale, ma l’ha fatto e le va dato atto.
Però improvvisamente la presidente del Consiglio è rientrata nella serie B della politica mondiale perché questo è l’inconveniente di chi vuole stare con due piedi in una scarpa e quando il gioco si fa duro la retorica del ponte tra l’Europa e Stati Uniti si liquefa come la neve al sole lasciando pozzanghere di propaganda buona per i Mario Sechi e i Gian Marco Chiocci.
No, la radicalizzazione politica e, se vogliamo usare questa parola, ideologica, imposta dalla Casa Bianca sta determinando una reazione seria della Vecchia Europa che a un Vance può sempre opporre Immanuel Kant e Voltaire, per dire, persino riscoprire Robert Schuman, Altiero Spinelli, Helmut Kohl.
La donna che vive due volte deve rivedere i suoi piani che la volevano rappresentante di The Donald in una Europa egemonizzata da Roma-a-Lago e Budapest, altro che Londra e Parigi, mentre adesso deve sottoscrivere i discorsi brussellesi che spingono per la difesa europea, per l’onore ucraino, per arginare la furia che si alza da Washington. Deve riposizionarsi, Meloni, nella direzione polacca di un europeismo non nemico degli Stati Uniti ma nemmeno pronto ai voleri dello sceriffo americano: ci vorrebbe un Giulio Andreotti, anche solo un Emilio Colombo.
Meloni deve farlo senza scoprirsi a destra: i Matteo Salvini e i Roberto Vannacci puntano a essere loro i trumpiani d’Italia seppure in versione da osteria e anche in casa sua, tra i Fratelli, potrebbe esserci chi si ribella davanti a una piena conversione europeista della presidente del Consiglio: è il destino degli apprendisti stregoni, e Giorgia Meloni in questo non è seconda a nessuno, ha soffiato su uno spirito del tempo che le ritorna addosso: impossibile coniugare il Campidoglio e l’Eliseo, Starlink e Bucha, il Tamigi e il Danubio. Da che parte sta, l’underdog della politica mondiale?