Solo i paranoici sopravvivono L’ennesimo figlio segreto di Musk, e quella volta che un miliardario mi schiaffeggiò

Ashley St. Clair svela su X di aver figliato con il proprietario di X: un tempo le arrampicatrici sociali leggevano manuali su come sistemarsi, quelle di oggi stendono i panni sui social. Tanto là fuori è pieno di uomini apparentemente svegli con un debole per le pazze furiose

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Quando avevo tredici anni, mia madre mi regalò “Come sposare un miliardario”, libro scritto da una giornalista milanese, in fondo al quale c’era anche una lista di miliardari papabili e posti dove incontrarli apparentemente per caso. Lista che perfino io – che avevo tredici anni ma ero pur sempre figlia d’un’arrampicatrice sociale – sapevo essere grandemente incompleta: un solo ricco bolognese, figuriamoci.

Era la metà degli anni Ottanta, e i miliardari del libro erano miliardari in lire, ma non sarà oggi che parleremo dell’inflazione. Una delle più tenaci leggende di casa mia era l’industriale innamorato di mia madre e che lei non aveva potuto sposare perché non esisteva ancora il divorzio e lui aveva una prima moglie.

Quando il tizio ignaro d’essere parte della nostra leggenda privata vendette la sua azienda per mille miliardi, a casa mia si sospirava di quella cifra con toni di quelli che Bonaventura riservava al milione. Adesso, che ogni giorno leggo da qualche parte dei quattrocento miliardi di dollari di patrimonio di Elon Musk, mi rendo conto che mille miliardi di lire sono cinquecento micragnosi milioni di euro, e penso: tutto qui?

Per molto tempo ho pensato che mia madre, con la sua convinzione che una femmina certo non potesse avere una carriera e le servisse quindi un marito, fosse la transizione tra le donne d’una volta e quelle di dopo.

Prima di mia madre c’era stata sua madre, donna d’una volta temprata da due guerre mondiali, che non avrebbe mai pensato di fare altro che sposarsi, e restò vedova a quarant’anni e riuscì comunque a mandare all’università tre figli, lei con la terza media.

Poi ci sarebbe stata sua figlia (io), che proprio non avrebbe avuto il carattere per fare la moglie, e avrebbe però avuto intorno abbastanza emancipazione da non pensare neanche per un istante che qualcuno dovesse mantenerla; sua figlia (sempre io) col vantaggio di sapere che un marito le serviva come una bicicletta a un pesce pur senza riuscire a ricordarsi chi avesse usato quell’analogia (forse Gloria Steinem?).

Nel mezzo c’era lei, povera, che non aveva niente: non la voglia di sbattersi a cavarsela da sola, non gli strumenti culturali per trovare ridicola la ricerca d’un marito nell’occidente di fine Novecento, non l’indole a non dipendere dalla gentilezza degli estranei. Pensavo fosse un problema generazionale, poi ho visto le ventenni di oggi, quelle del contraccolpo all’emancipazione, quelle che dando per scontati i diritti non vogliono una carriera: vogliono passare sei mesi a scegliere le bomboniere.

Ashley St. Clair ha ventisei anni, e nessuno di noi l’aveva sentita nominare finché non ha fatto un tweet, o come si chiamano ora, che diceva «il dado è tratto» (in latino, che usato da un’americana è sempre un po’ imbarazzante – cioè, persino più di quanto lo sia usato da un’italiana), sopra alla foto d’un comunicato così stilato: «Cinque mesi fa, ho messo al mondo un bambino. Il padre è Elon Musk. Non l’avevo finora svelato per proteggere la privacy e la sicurezza del bambino, ma negli ultimi giorni si è reso chiaro che i tabloid intendono parlarne, incuranti del danno che causano».

Il giorno in cui ha scritto queste righe era san Valentino, e tutte quelle che commentavano, anche loro della generazione per cui i canapé e le bomboniere e i mazzi di fiori e le ricorrenze sono assai più importanti dell’indipendenza economica, si dicevano certe che Elon avesse portato a cena un’altra per san Valentino, e quelle righe fossero la vendetta di Ashley.

Vivian Wilson, già Xavier Musk, ha commentato su TikTok che è la seconda volta che apprende dai social d’avere un fratellastro o una sorellastra, e io per un attimo mi sono distratta a chiedermi se con le ordinanze trumpiane sul passaporto di Vivian ci sia scritto di nuovo Xavier, ma poi siamo tutti stati reinghiottiti dalla saga stclairiana.

Perché c’è una cosa che non succedeva quando avevo tredici anni e neanche quando ne avevo trentatré, un problema che non dovevano affrontare le nostre nonne qualora stessero cercando di sistemarsi, un contraccolpo all’epoca fintamente ossessionata dalla privacy: è tutto pubblico. Non solo perché la St. Clair è il tabloid di sé stessa, ma in generale: se fai un tweet per dire che hai partorito il figlio dell’uomo più ricco del mondo, è caccia grossa. E, se sei una che usa un social per annunciare una nascita di cui il mondo non sapeva, c’è caso che tu in pubblico abbia detto altre cose che verranno usate contro di te.

Quando qualcuno posta le foto dei tweet con cui nel 2020 (quindi: a ventun anni – se sapeste cosa dicevo io, a ventun anni, chiamereste la buon costume) Ashley dice di voler figliare con Elon che tanto «ha già sette figli e cambia donna piuttosto in fretta», succedono due cose. Una prevedibile: St. Clair cancella il tweet già fotografato da tutti gli archivisti (quando in “The Social Network” Erica Albright dice a Mark Zuckerberg: «L’internet non è scritta a matita», St. Clair è alle medie, momento di massima plasmabilità culturale – ma sembra non aver imparato).

L’altra è che Musk commenta «Whoa», e a quel punto St. Clair gli lascia una pubblica risposta. Che fa così: «Elon, proviamo a comunicare con te da molti giorni e tu non rispondi. Quand’è che ci risponderai, invece di rispondere pubblicamente a un individuo che mi diffama e che ha postato delle foto di me quindicenne in biancheria intima?» (non è chiaro se il plurale si riferisca a Ashley e neonato, Ashley e avvocato, Ashley e chissàcchì).

Neanche Elon ha imparato niente da “The Social Network”, e quindi rende invisibili al pubblico i tweet di Ashley. È questa una violazione della libertà d’espressione, o siamo scemi noi a ritenere che se non ci possiamo esprimere sul giocattolone d’un multimiliardario allora ci abbiano messi a tacere? Il problema del non poterci lagnare del padre di nostro figlio su un giocattolone perché il giocattolone è suo a che numero è della classifica dei problemi che mia nonna non doveva affrontare? E come mai Elon Musk, così intelligente e così incapace di agire in maniera intelligente, non pensa che ormai ci sono tanti di quegli screenshot, della lamentela di St. Clair, che tanto vale non nasconderla?

Sempre perché anche Elon non ha imparato niente da Mark e Erica, Ashley la messaggiava su Signal, app i cui messaggi dopo un po’ spariscono e se fai screenshot chi ti messaggia viene allertato: la cosa più vicina all’essere scritto a matita che potesse fare. Vicina ma non abbastanza. Ashley, gheparda, ha fotografato lo schermo con un altro telefono, e quei messaggi ora sono allegati alla sua richiesta di affido esclusivo del bebè (bebè che lei lamenta Elon abbia visto tre volte in sei mesi, il che mi sembra faccia di lei un genitore già abbastanza esclusivo).

Sono messaggi stupendi, sempre per il lodo Falchi-Ricucci per cui è indecente farsi i fatti altrui e non bisognerebbe pubblicare i messaggi privati, ma come si fa a essere così monaci cistercensi da non leggerli. Elon le dice che è il secondo in classifica per il più a rischio di attentati dopo Trump, mica può andare a visitare il neonato: «Non è il momento di preferire i sentimentalismi alla sicurezza». Ma anche: «Solo i paranoici sopravvivono».

Ma – ormai è evidente che “The Social Network” non viene studiato abbastanza – si svegliano anche quelle che «Ashley voleva incastrare Elon e me lo ha scritto». Elon mi segue, annuncia garrula lei a qualche fidatissimo contatto social nel 2023, devo fare colpo e partorire i suoi missilini. Sembra figlia di mia madre.

A un certo punto, avevo poco più di vent’anni, mi presentarono uno di quelli che stavano nella lista alla fine di “Come sposare un miliardario”. Poiché non ho mai saputo essere abbastanza stratega da farmi sposare, gliela portai a domicilio. Un domicilio tra i più incredibili che abbia mai visitato: una dépendance nel parco della villa dei genitori, come quella di Ridge Forrester, con le pareti ricoperte di foto di lui a cavallo, lui sugli sci, lui in barca, lui lui lui.

Quando uscii dalla villa, trovai il mio motorino smontato dagli artificieri chiamati da chissà chi causa veicolo sospetto. Mentre ci litigavo, uscì lui a torso nudo, e mi prese a schiaffi: «Tu non rispetti i lavoratori» – la più favolosa frase che mi abbia mai detto un multimiliardario.

Quella che me l’aveva presentato, la moglie d’un suo amico, cercò di convincermi a fare quello che nei primi anni Novanta era il corrispondente della vibrante denuncia social di oggi: propormi al “Maurizio Costanzo Show” con la struggente storia «un miliardario mi ha schiaffeggiata e non ha neanche pagato la multa per il mio motorino in divieto di sosta».

Chissà perché non lo feci. Chissà cos’avevo di meglio da fare quella settimana. Chissà Ashley St. Clair quanti fantastiliardi di alimenti otterrà da Elon, nonostante il tweet del 2020 (anche quello cancellato, anche quello provvidamente fotografato dai giustizieri dell’internet) in cui diceva che, se le donne hanno diritto all’aborto, gli uomini hanno diritto a non pagare il mantenimento dei figli non voluti.

Glielo stanno già rinfacciando, ad Ashley l’arrampicatrice, perché sopravvalutano le strategie femminili nell’incastrare il riccastro, e sottovalutano l’incontinenza riproduttiva di Musk; che – quando già lei aveva partorito il primo e iniziato a dare segnali d’incontrollabilità – le scriveva «abbiamo una legione di figli da fare». Chissà cosa ce ne facciamo dei manuali, se poi nessuno ci dice che è pieno di uomini apparentemente svegli con un debole per le pazze furiose.

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