
«Segui i soldi» è un vecchio adagio utile a giornalisti, investigatori e, in generale, a chiunque voglia capirci qualcosa della direzione che stanno prendendo le cose del mondo. E seguendo i soldi, sino a qui, ci si è sempre potuti dire certi della solidità dell’Europa. Europa che, anche quando le cose si mettevano male, poteva contare sulla sua grande ricchezza per sentirsi (e sostanzialmente essere) al sicuro. Persino durante la crisi del 2009-2010 fu la ricchezza stessa dell’Ue a compensare la sua proverbiale fragilità politica.
Oggi però la fragilità politica europea potrebbe tradursi in fragilità economica e finanziaria. E questo per almeno due ragioni: la prima è che nel 2028 scadranno i trecento miliardi di debito emessi nell’ambito del NextGenerationEu, e al momento Bruxelles non ha le idee chiare su come ripagarli. «La capacità europea di ripagare il suo debito non è in discussione ed è considerata più che solida anche dai mercati. Ci sono almeno due modi per farlo. E sappiamo che alla fine ne sarà individuato uno. Ma nessuno dei due finora è ancora stato messo nero su bianco».
A spiegarcelo è Marco Leonardi, economista e già capo dipartimento alla programmazione economica del governo Draghi. «Nel 2020, al momento della scrittura del Next Generation Eu, fu chiarito che il debito sottoscritto per la prima volta dall’Ue sarebbe stato ripagato se non del tutto, almeno in parte con risorse proprie, ossia con tasse europee».All’epoca questa dichiarazione di intenti fu una specie di rivoluzione perché sino a quel momento nessuno era mai riuscito a far passare la legittimità del fatto che l’Ue (che non è uno Stato ma un’unione di Stati) potesse avere suoi fondi.
Sino al 2020 (e, come vedremo poi, fino a oggi) il bilancio comunitario si è retto completamente e solo sui contribuiti dei vari paesi all’Unione, pari circa all’un per cento del reddito nazionale lordo (un parametro simile al prodotto interno lordo, ma leggermente inferiore). Era previsto e scontato che l’Unione ricevesse soldi da tutti i Paesi membri, li mettesse in un mucchio, e poi li redistribuisse sulla base delle esigenze di ognuno.
Dal Next Generation Eu in poi, si è compiuto un salto culturale, anzi due: si è previsto che (in via del tutto eccezionale) l’Unione possa fare debito comune, facendosene garante, e che per ripagare questo debito l’UE potesse iniziare a riscuotere sue imposte per almeno trecento miliardi. «Quest’ultima parte del patto, purtroppo, non è stata rispettata in pieno. Per mille ragioni politiche, perché, come spesso accade, le decisioni europee si sono perse tra i mille rivoli delle legislazioni degli Stati membri, o persino tra le loro opposizioni, legate a tornaconti politici ed elettorali».
Un caso emblematico è quello della plastic tax, in teoria operativa dal 2021, in pratica rimasta quasi ferma al palo. L’imposta prevedeva che ogni Paese membro girasse all’Ue 0,80 centesimi per ogni chilo di plastica non riciclata. Semplice in teoria, impossibile o quasi, in pratica. A conti fatti, nel 2023 le entrate derivanti dalla plastica hanno raggiunto la cifra di 7,2 miliardi di euro (circa il quattro per cento delle entrate complessive dell’Ue): un miliardo meno di quanto previsto nel 2021, al momento dell’introduzione della tassa.
La ragione di questo flop la spiega la stessa Corte dei Conti Ue: «Gli Stati membri non erano sufficientemente pronti all’attuazione della risorsa propria basata sui rifiuti di imballaggio di plastica non riciclati e la maggior parte degli Stati membri ha tardato a recepire la direttiva sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio». Quindi in pratica si è chiesta un’imposta che i Paesi membri non erano in grado (e probabilmente non avevano la volontà politica) né di riscuotere né di pagare. «Il fatto che la questione risorse proprie non sia ancora andata in porto, non è la fine del mondo. Perché nel testo stesso della Commissione si diceva che questa non era l’unica strada possibile per rientrare. Ce n’è un’altra e cioè che siano gli Stati stessi a contribuire per i 300 miliardi che andranno a scadenza», spiega Leonardi.
Il testo lo chiarisce: «L’adozione di nuove risorse proprie non è indispensabile per il ripagamento di Next Generation Eu. La Commissione può chiedere ai Paesi Membri di contribuire con risorse ulteriori per ripagare Next Generation Eu» Tradotto significa che, se ci mettiamo d’accordo e troviamo risorse proprie dell’Ue, bene. Se questo non succede, allora tocca agli Stati Membri coprire la parte che manca. «Ciò detto esiste un problema di credibilità. Non è un problema irrisolvibile, intendiamoci, ma è un problema che si risolverà nelle prossime settimane, quando inizierà la discussione sul bilancio e a ogni Paese sarà chiesto un contributo ulteriore, rispetto ai fondi ordinari, per pagare i trecento miliardi di debito Next Generation Eu».
Il problema di come ripagare il debito europeo si riproporrà con ogni probabilità a breve, nell’ipotesi (molto concreta) che Bruxelles decida di finanziare il suo riarmo e la costruzione di una sua difesa affidabile e solida sottoscrivendo debito comune. Secondo un recente report di Standard & Poors sarebbe impossibile finanziare la difesa europea fino al due, tre o cinque per cento del Pil senza sottoscrivere nuovo debito ma solo facendo affidamento sulle casse degli Stati membri. Nella ipotesi più conservativa la spesa del due per cento si tradurrebbe in duecentoquaranta miliardi all’anno, e in quello più audace (cinque per cento) in circa ottocento miliardi all’anno.
Uno sforzo che nessun conto pubblico, di nessun Paese europeo, potrebbe sostenere da solo, a meno di ridurre draconianamente la sua spesa su tutti gli altri fronti, imporre nuove impopolarissime tasse e forse, persino, rendere peggiore la sua affidabilità sui mercati (cosa che porterebbe maggiori tassi di interesse, maggiore spread e, dunque, maggiore spesa). Ma l’ipotesi del debito comune appare ostica, vista la necessità del voto all’unanimità.
L’Unione europea (o almeno parte di essa, magari, come ipotizza S&P in collaborazione con il Regno Unito) si potrebbe affacciare sui mercati chiedendo nuovo finanziamento con la garanzia di sé stessa. Ma con il curriculum di chi, avendo promesso di riuscire a finanziarsi con imposte proprie (tra l’altro su un tema pacifico e condiviso come la nocività della plastica non riciclata) non è riuscito a tenere fede alla parola data. O meglio, venendo boicottata dai suoi stessi Stati Membri.