
Mentre scriviamo, prima dell’inizio del Festival, imperversano le polemiche sugli autori dei brani (gli stessi undici hanno scritto il sessantasei per cento delle canzoni in gara, a dimostrazione di un grave appiattimento nel linguaggio di quello che una volta era noto come bel canto). La conseguenza di un parterre di autori limitato è, in effetti, causa di un italiano omogeneo, livellato dalle piattaforme e dalla necessità di sfornare hit estive: lo ha detto alla Repubblica Lorenzo Coveri, professore di Linguistica italiana e accademico della Crusca, analizzando i testi in gara per questa edizione, a cui il direttore artistico Carlo Conti ha chiesto di occuparsi di questioni più intime, personali, un modo sottile per invitare cantanti e autori a non usare la musica per parlare anche della situazione sociale attuale, se ci si può credere.
Sul versante modaiolo, invece, i cantanti in gara sono arrivati quasi tutti (sul quasi ci torniamo sul finale) accompagnati da degli stylist che si sono occupati degli abiti che hanno indossato per una settimana: Ramona Tabita, che su quel palco ha fatto nascere la mitologia di Elodie come fashion icon, ha curato il look di Mahmood, Susanna Ausoni di Francesca Michielin e Annalisa, Nick Cerioni di Achille Lauro e Brunori Sas, solo per citarne alcuni. Ma come si vestivano, i cantanti, prima che la moda e le maison si interessassero così tanto a loro? E quali sono stati i look che dopo decadi ci ricordiamo ancora?
Nel 1969, molto prima dell’avvento degli stylist, il rapporto tra cantante e creatore di moda non era intermediato, e Orietta Berti si recava nell’atelier milanese di Mila Schön, per selezionare l’abito da indossare alla kermesse sanremese. La cantante racconta l’avvenimento nel dettaglio nella sua biografia “Tra bandiere rosse e acquasantiere” edito nel 2020 da Rizzoli, sostenendo (a ragione) che all’epoca la stilista era tra le più in voga tra le signore della Milano bene. «Il mio produttore mi accompagnò nell’atelier della stilista in via Monte Napoleone. La Schön mi squadrò e cercò di individuare tra i suoi abiti quello più adatto a valorizzare il mio fisico. Ne adocchiai subito uno con un richiamo di fiori su fondo verde ma era già stato assegnato a Milva. Nel frattempo, la stilista terminò la sua ricerca e mi mostrò il vestito che riteneva adatto a me, indosso a una modella alta due metri: era lungo, tutta una paillettes, con righe verticali, nere, bianche e gialle che, sotto le ginocchia, facevano una leggera curva. «Mi sembra un po’ rigato», commentai poco convinta. «È l’ultima moda”, rispose lei entusiasta. «Vedrà negli anni Settanta ci sarà un’esplosione del rigato e del colore». Un abito che costò alla stilista e alla sua casa discografica (non esistevano di certo i prestiti o le regalie all’epoca) due milioni e ottocentomila lire del vecchio conio, quello che la stessa Berti nel libro definisce “il costo di un appartamento di allora”. Purtroppo, il bianco e nero televisivo non premiò la scelta del vestito in tulle, foderato di seta, e secondo la memoria di Berti, negli anni successivi, il comico Alighiero Noschese prese di mira più e più volte quell’abito.
Andò di certo meglio a Patty Pravo che nel 1984 si presentò a Sanremo con un abito in maglia metallica, da geisha futurista, firmato da Gianni Versace, cantando “Per una bambola”. A quell’apparizione, Daniele Cassandro di Internazionale dedica un pezzo nel 2022, dal titolo “Patty Pravo, epifania sanremese”, descrivendo l’atmosfera nella quale si svolse il festival, definito “modernista” perché annoverò tra i partecipanti la new wave di Garbo e Camerini e il pop tropicalista del Gruppo Italiano, ma pure un debuttante Eros Ramazzotti. Il suo look non venne svelato fino alla prima serata, perché si rifiutò di apparire sulla passerella iniziale insieme agli altri concorrenti, come si faceva all’epoca. L’attesa venne ripagata quando dalle scale scese la ex ragazza del Piper, Nicoletta Strambelli all’anagrafe, che all’epoca aveva trentasei anni, trasformandola in una geisha che sembrava arrivare dallo spazio. Evoluzione anni Ottanta e iper-sofisticata della Space Age di Paco Rabanne con in mente Barbarella, il processo di creazione del pezzo fu spiegato poi dalla stessa Pravo.
«A quei tempi frequentavo giapponesi, e già immaginavo gli abiti che volevo, fatti con una maglina di ferro. Pensavo di rivolgermi a Paco Rabanne, poi fortunatamente incontrai Maurice Béjart, il coreografo. Lui aveva appena lavorato a un balletto con abiti di Gianni Versace e mi disse: «Gianni ha questo tessuto che secondo me è perfetto per quello che cerchi. Chi non si sarebbe fidato di Béjart? Presi un aereo per Milano e andai a trovare Versace nel suo atelier. L’intesa fu immediata, anche con Donatella, una persona splendida. Gianni si sedette con me a un tavolo e mi diede il suo quaderno, chiedendomi di fare degli schizzi di ciò che volevo. Io risposi che erano abiti semplicissimi, e buttai giù dei bozzetti. Gianni allora si mise smontare dei vestiti che aveva confezionato per altre clienti, e con quei pezzi creò i miei, lì su due piedi». Oggi, quell’abito, insieme ad altri tre della stessa cantante, spesso indossati a Sanremo, si possono ammirare visitando la Galleria del Costume di Palazzo Pitti, a cui sono stati donati. Nella micro-collezione ci sono due abiti di Gucci, un miniabito a tubino e uno lungo, dal taglio a sirena, e un altro di Roberto Cavalli, del 2002, composto da una giacca in tulle avorio e una gonna a ruota ricamata con applicazioni iridescenti.
Le cattive ragazze del Festival, quelle che hanno scandalizzato, fatto discutere, portato su quel palco argomenti sociali o semplici tendenze che sembrava non avrebbero mai potuto varcare la soglia della città ligure, sono però sicuramente state Anna Oxa e Loredana Bertè. La prima debuttò a Sanremo nel 1978, che non aveva ancora diciassette anni. Erano gli anni nei quali, nel mondo anglofono, il punk stava per morire sulle sponde della new wave, ma sul palcoscenico più borghese di Mamma Rai era impossibile solo pensare di veder apparire un bagliore di un presente che non fosse limitato al “piccolo mondo antico” che quella trasmissione sembrava trasmettere a canali unificati. Per cantare la hit “Un’emozione da poco”, Anna Oxa indossò un look androgino, pensato per lei da Ivan Cattaneo, artista che era stato ingaggiato per quel compito da Ennio Melis, capo dell’allora RCA, che aveva riconosciuto nella giovane ragazza italo-albanese il bagliore del talento.
In un’intervista a Rockol del 2022, Ivan Cattaneo stesso ripercorre quei momenti, sostenendo di averla portata dalla sua parrucchiera di fiducia a Milano, Dina Azzolini, che aveva già curato il look di Mina, chiedendole, sostanzialmente, di far diventare quella ragazza un uomo. Cattaneo era stato in Inghilterra, e il punk che sulla Rai non sarebbe mai potuto arrivare, l’aveva esperito di prima mano, e decise di portarlo anche a noi. Il look – giacca, cravatta e pantaloni – e l’appeal di Anna Oxa con un make-up che guardava alla drammaticità di Maria Callas convinsero i produttori. Il resto lo fece la sua potenza vocale ed espressiva, e la canzone arrivò seconda, dietro i Matia Bazar, per una manciata di voti.
Il presente però Anna Oxa seppe interpretarlo anche nel 1999, quando si presentò sul palco in un look Gucci firmato dal vate del porno chic, Tom Ford, con il tanga che si mostrava al di sopra dell’orlo dei pantaloni a vita bassa, croce e delizia dei primi Duemila che sarebbero presto arrivati. All’epoca il look creò un tale scandalo che qualcuno paventò la possibilità di una squalifica (chissà cosa direbbero i tromboni di allora dei look di oggi, solo venticinque anni dopo). Quell’outfit, composto da canotta nera e pantaloni tempestati di cristalli e frange, è forse uno dei più memorabili della storia recente dell’Ariston.
A saper intercettare lo spirito del tempo, lo Zeitgeist, dicevamo, è stata però anche Loredana Bertè. Il suo look passato alla storia fu quello dell’edizione del 1986: un minidress in pelle con zip sulla schiena, pensato dal costumista Luca Sabatelli, corredato da un pancione che si scoprì poi finto. E infatti molti mormorii imbarazzati si sentirono passare quella sera, tra le poltroncine rosse. Pubblico e addetti ai lavori si chiedevano infatti come avessero fatto nei mesi scorsi a non accorgersi di quella gravidanza. A Sorrisi e Canzoni tv, la Berté affidò il senso di quella scelta. «Forse la gente crede che una donna incinta debba per forza soffrire in un letto e aspettare il lieto evento con un medico e una levatrice a fianco, invece che ballare e cantare, ed essere sé stessa soprattutto in quei momenti così importanti per lei». Era, lo ricordiamo, il 1986, e con gli stereotipi sul corpo delle donne, il loro ruolo di madri, beatificato e idealizzato, combattiamo ancora oggi.
Tra i fuori categoria, in questo senso, ci sono stati nel corso degli anni i super ospiti: rock’n’roll, di pelle, come la Berté, erano vestiti i giovani Depeche mode nel 1989. Parte “Everything counts”, la musica elettronica sembra incalzare anche gli schermi, pieni di grafiche roboanti e multicolorate, il pubblico è in piedi, con tanto di cartelloni, Dave Gahan tiene il tempo con il piede, e la sua voce seducente e ferma infervora il pubblico, che balla, come se si fosse su una discoteca del litorale romagnolo, e non nel regno di Pippo Baudo e dei manierismi melò. Pure se indossavano più o meno lo stesso look, la reazione che il pubblico riservò ai Placebo nel 2001 fu meno calda, forse perché il frontman Brian Molko, cantante che sfidava le convenzioni binarie molto prima che si iniziasse a parlare di gender fluid, in un eccesso di rock’n roll sfasciò la chitarra sugli amplificatori mentre intonava “Special K”, ode neanche troppo nascosta alla ketamina, composto medico utilizzato a scopo ricreativo, per favorire delle esperienze dissociative, già nella cultura rave degli anni Novanta. Chissà se i manager sanremesi che avevano l’incarico di selezionare gli ospiti avevano mai ascoltato, o anche solo tentato di tradurre in italiano, le canzoni dei Placebo, che parlavano di dipendenze, sesso, BDSM. L’esibizione finì con i fischi del pubblico, il dito medio di Brian Molko, e le scuse di Raffaella Carrà.
Della tensione ci fu anche nel 1984, quando addirittura i Queen salirono sul palco per cantare “Radio Gaga”. Con indosso le sue solite sneaker con pantaloni stretti e chiodo, che ad un certo punto, nella sua migliore prossemica, si tolse per scoprire una canotta Puma dallo scollo profondissimo, Freddie Mercury era stizzito dalle regole sanremesi, che imponevano il playback agli artisti. E così, per tutta la durata dell’esibizione, cantò allontanando il microfono dalla bocca, a suggerire platealmente il trucchetto. Finita la canzone, ridette i fiori al pubblico e prese l’uscita, senza neanche salutare il conduttore di quella edizione, Pippo Baudo.
Avrebbe voluto invece anche scambiare due chiacchiere con il presentatore, Madonna, che al festival andò nel 1998 per cantare, per la prima volta dal vivo, “Frozen”, singolo di uno dei suoi album migliori, “Ray Of Light”. Capelli biondo cenere, attitude da sacerdotessa delle tenebre in un abito vinilico nero (all’epoca molti dei suoi look venivano realizzati dal belga Olivier Theyskens, che incarnava perfettamente quell’immaginario freddo, dai riverberi quasi gotici) Madonna incantò il pubblico solo per essere poi velocemente messa alla porta da Raimondo Vianello, con un «dobbiamo andare avanti», accompagnandola, letteralmente, verso l’uscita del palco. Il primato per la wardrobe malfunction, come la chiamerebbero gli inglesi, spettò a Patsy Kensit nel 1987. Mentre stava cantando il brano “Will you remember” con la sua band Eight Wonder, la spallina del suo minidress dorato cedette, mostrando per una microscopica frazione di secondo il seno della cantante. Fuori concorso per motivi ovvi, David Bowie, che nel 1997 si esibì in “Little Wonder”, singolo apripista del suo ventesimo album “Earthling”, con capelli aranciati, redingote e camicia lavallière.

Quello però da cui chi scrive si aspettava di più è stato forse l’unico ad arrivare al festival senza stylist. Recentemente intervistato in vista della kermesse sanremese, ha infatti affermato: «Il mio gusto si è formato sfogliando riviste in cui vedevo le foto di Lou Reed e altre star. È vero che ho collaborato con Alessandro Michele e Gucci, e come fotografo c’era un grande come Mick Rock, ma era un progetto legato al glam rock. È tempo di centrare gli occhi su altro, sugli strumenti ad esempio, la patina ha stancato. E poi il glam era fatto da musicisti che cercavano una via di fuga da una vita grigia ma usavano stracci sberluccicanti e non brand». A pronunciare queste parole è stato Lucio Corsi, che, per tornare alla storia dell’inizio, è uno dei pochissimi artisti che è arrivato al festival con un brano scritto da lui (insieme a due autori che non hanno prodotto brani per nessun altro cantante in gara). Parole, e fatti. E non pare che ci sia molto altro da aggiungere.