Festival tantintènzoLa mamma di De Crescenzo, e il declino del nazionalpopolare di Sanremo

Criticare la società dell’immagine durante uno spettacolo televisivo è da vecchi tromboni, ma certo la seconda serata è tutta un bianchennero poetico, bambini che piangono, cantanti in ossa rotte e tacchi alti

LaPresse

Può uno famoso più per i vestiti che per il canzoniere, più per la capacità d’indossare stilisti che per quella di comporre versi, può il principale esponente di questo presente in cui la cosa più importante per un cantante è il costumista, può Damiano David cantare credibilmente il verso «mi manca sempre l’elastico per tener su le mutande, cosicché le mutande al momento buono se ne vanno giù»?

Può il momento tantintènzo in cui Damiano David, coi guanti di pizzo di Madonna con quarant’anni di ritardo, canta “Felicità” di Lucio Dalla, può quel momento essere reso ancora più tantintènzo dalla presenza di Alessandro Borghi su una panchina (ma perché), con di fianco un bambino che piange (ti capiamo, piccino), e dalla messa in onda in bianchennero?

Posso io avere il sospetto che il passaggio dal bianchennero al colore a fine canzone solo l’ottimista in me possa prenderlo per un omaggio a “C’eravamo tanto amati”, che ha pure compiuto cinquant’anni da poco, mentre per chi l’ha pensato, e per chi lo guarda, e per la memoria da moscerino del presente, nel 2025 bianchennero significherà sempre e solo Cortellesi?

Quante domande, questo festival che Carlo Conti aveva anticipato lunedì dicendo di volerlo misurare «con le teste», che tradotto dall’auditellese significa: si è parlato per anni di share, di percentuale di ascoltatori, che è un dato che si gonfia finendo tardissimo (se finisci alle tre di notte, chi ha la tv accesa che altro dovrebbe guardare?). Invece si può finire a un’ora civile e, il mattino dopo, vantarsi quando i dati dicono che ti hanno guardato in dodici milioni.

(L’ora civile è naturalmente civile non in assoluto ma, come funziona con lo share, solo se la si paragona, un po’ come vostra figlia è la bambina più bella del palazzo perché l’unico altro minore è un bambino strabico col moccio al naso: solo un paese devastato dalle abitudini sbagliate considera una serata televisiva che finisce all’una di notte come una versione rapida di ciò cui siamo abituati).

«In questo momento gli italiani che stanno vedendo il festival: centodiciannove per cento», dice ieri sera Nino Frassica in un siparietto che devono avergli ispirato le scomposizioni dei dati Auditel che vengono fatte dai dirigenti in conferenza stampa, procedendo poi a elencare categorie di spettatori: uomini sposati, frutti di mare, ladri di cavalli. E a me torna in mente il Sanremo di trent’anni fa. Lo so, lo citavo anche ieri, è quello che ha vinto Giorgia.

È anche quello al quale parteciparono come cantanti due conduttori televisivi (Fiorello e Lorella Cuccarini) con due canzoni stupende, a dimostrazione che il cantante non è un mestiere vero. E quello al quale c’era il conflitto d’interessi: il concorrente Fiorello era allora fidanzato con Anna Falchi, valletta bionda di Baudo, e ciò le valeva un’attenzione maggiore, lamentava la valletta mora Claudia Koll (vi ricordate quando si poteva usare la parola «valletta»?).

È, soprattutto, il Sanremo a metà del quale Repubblica pubblicò un articolo di Luciano De Crescenzo che faceva così: «Dopo gl’infortuni occorsi al servizio di rilevamento, quando per errore fu mandata in onda, per la seconda volta, una puntata di “Harem”, e quando “Quelli che il calcio” venne interrotto a metà realizzando sempre la stessa audience, francamente, comincio ad avere dei dubbi. A nove anni, credendo in Mussolini, mi vestii da balilla. A dodici feci la prima comunione. A venti pensai di aver incontrato l’amore eterno. A trenta ero entusiasta dell’Ibm. A cinquantasei di Maradona. Poi, uno alla volta tutti i miti mi sono crollati addosso. Oggi dubito di tutto, anche dell’Auditel». Oggi verrebbe giù il mondo, l’Auditel considerebbe quello di De Crescenzo un grave attacco, i domandatori scomodi lo inseguirebbero col microfono per chiedergli se si definisca antifascista, e neanche vi ho ancora ricopiato la parte migliore.

Prima qualche altra domanda. Possibile che l’emancipazione femminile sia così regredita da aver contagiato anche i maschi? Possibile che anche se ti sei rotta una gamba tu non abbia l’ardire di salire sul palco senza tacchi? Possibile che invece di liberarci del giogo della scomodità abbiamo reso infelici anche loro, e ora Cristiano Malgioglio non sa scendere le scale perché ha i tacchi?

Sì, lo so che lamentarsi della società dell’immagine durante uno spettacolo televisivo mi fa sembrare una vecchia trombona, ma ho l’impressione che Sinclair parlasse d’una società dell’immagine che, in confronto a questa con le telecamere nei telefoni, era praticamente mormona. Se Big Mama dimagrisse avrebbe ancora una carriera? L’ostensione del corpo di Bianca Balti, senza sopracciglia e senza capelli come una in chemio, ma pronta a dire che non è lì «a fare la malata di cancro», lesta a chiedere a Carlo Conti se non si annoi a non fare tre cambi d’abito, cosa ci dice: che neanche da malate possiamo riposarci senza tacchi?

E sì, vi sento che state dicendo che «Bianca Balti ha il diritto di», perché siete così poco portati per la conversazione da pensare che commentare una scelta significhi vietarla, così stolidi da dire «non bisogna giudicare», così inattrezzati che quando Lorenzo Jovanotti vi recita un testo che dice che non bisogna paragonarsi non vi viene il dubbio che sia una fesseria. Bianca Balti ha tutto il diritto, dopo essersi tolta le tette come prevenzione per il cancro, di mettersene di nuove per potersi ancora vestire scollata e risultare piacente al pubblico televisivo, ci mancherebbe che non ce l’avesse. Non ha neanche il dovere d’essere un modello d’emancipazione. Forse però chi osserva il presente ha il dovere di chiedersi se siano due modelli compatibili del femminile, quello decorativo e quello emancipato.

Ma ora basta con le domande sulle donne, è ora di farsi quelle sui bambini. Quello che piangeva vabbè, ma quello che interpreta Peppino di Capri da piccolo in un imminente sceneggiato Rai mi ha fatto tornare in mente che una volta qualcuno mi raccontò che PdC prende un milione di euro l’anno solo per i diritti d’autore di “Champagne” suonata nei pianobar, e non so se sia vero, ma le royalties di Peppino sono la mia fantasia erotica preferita.

Torniamo a Luciano De Crescenzo, perché intendo convincervi che quelli che dicono che non si può più dire niente non abbiano poi tuttissimi i torti. Ricopio il finale del suo articolo su Repubblica del 23 febbraio 1995. «Ricordo una sera verso la fine degli anni Sessanta che, tornando a casa, vidi mia madre tutta intenta ad ascoltare Ella Fitzgerald. – Lucià, tu mi devi fare un favore – mi disse –, tu devi scrivere alla Rai che noi la negra non la vogliamo sentire. A noi ci piace sentire Nilla Pizzi e Orietta Berti. – Mammà – protestai io –, a parte il fatto che non si dice “negra”, ma donna di colore, questa cantante… –. Non riuscii, però, a completare la frase che squillò il telefono: era il Servizio Opinioni Rai. – Signora – disse una voce gentile dall’altro capo del filo –, sta seguendo la televisione? – No, la sto vedendo – rispose mamma, che era una persona precisa. – E cosa sta vedendo? – La negra di colore. – E quanto le piace: poco, abbastanza, molto o moltissimo? – Moltissimo – rispose mamma, senza un attimo d’esitazione. Al che io esclamai: – Ma come, se fino a due minuti fa volevi protestare con la Rai! – Sì, va bene, ma quella, poverina, già è nera, se poi io dicevo pure che non mi piaceva, finiva che la licenziavano, e questo non sta bene. Il che dimostra almeno due cose: che si può essere razzisti e buoni d’animo, contemporaneamente, e che dell’Auditel e dei sondaggi in genere non ci si può fidare».

Non ho domande sulla mamma di De Crescenzo, su una Rai che al posto di Elodie mandava in onda Ella Fitzgerald, sul lessico famigliare e gli intellettuali di una volta paragonati ai derelitti che scrivono sui giornali oggi. Vi esorto solo a pensare ai più sfortunati. Pensalo su uno stimabile quotidiano progressista di oggi, questo articolo. Ma, soprattutto, pensa cosa si sono persi quelli che hanno smesso di leggere cinquanta righe fa, ritenendo che nulla potesse indignarli più del mio avere chiamato la Falchi e la Koll «vallette».

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