
La scorsa settimana, l’Ilo, l’Organizzazione internazionale del lavoro, ha spiegato che i salari reali – al netto dell’inflazione – oggi in Italia sono più bassi dell’8,7 per cento rispetto al 2008. Significa che anche se si guadagna la stessa cifra o qualcosa in più, si possono fare o comprare meno cose con i soldi in busta paga. È il risultato peggiore tra le grandi economie.
(Per capire perché siamo messi così male, il consiglio è di leggere “La questione salariale” di Garnero e Mania, di cui abbiamo scritto qui)
La domanda successiva però è:
quanto dovremmo guadagnare di più?
Per la prima volta dal 2020, nel 2024 i salari in Italia sono cresciuti più dell’inflazione: +3,1 per cento, a fronte del costo della vita sceso a +1 per cento. Se però allarghiamo la prospettiva, le cose sono molto diverse. Tra ottobre e novembre del 2022, l’inflazione ha raggiunto il suo massimo in Italia, con un picco del 12,6 per cento. Nel 2022, l’inflazione media è cresciuta dell’8,1 per cento (la più alta dal 1985), nel 2023 l’incremento è stato del 5,7 per cento.
Tutta questa inflazione non è stata recuperata certo negli stipendi: tra l’inizio del 2021 e dicembre 2023, i prezzi al consumo sono aumentati del 17,3 per cento, mentre le retribuzioni contrattuali sono cresciute del 4,7 per cento.
Se l’aumento degli stipendi nell’ultimo anno ha superato la crescita dei prezzi, quindi, è solo perché l’inflazione è diminuita. Ma nel frattempo abbiamo perso per strada tanto potere d’acquisto, almeno nella media.
Una tabella pubblicata su Instagram da Will mostra quanto dovremmo chiedere di aumento al nostro capo per compensare l’inflazione dal 2022. Considerando un +8 per cento di media, con uno stipendio lordo attuale di 30mila euro, oggi dovremmo guadagnarne 33.213. Significa che si dovrebbe chiedere un aumento netto di 2.340 euro.
Lascio o raddoppio
Se non si riesce a ottenere un aumento, alcuni optano per fare un secondo lavoro. A inizio 2023, un sondaggio di Randstad aveva rivelato che, per far fronte all’inflazione, il 22 per cento degli intervistati si era imbarcato in un secondo impiego.
Negli Stati Uniti, è stato raggiunto il numero più alto di cittadini con più di un lavoro dalla Grande recessione del 2009. Sono 8,9 milioni, pari a circa il 5,4 per cento della forza lavoro. Più della metà ha una laurea e dice di farlo per stare al passo con l’aumento dei prezzi.
Mentre era in corso la seconda ondata del Covid, sul Wall Street Journal erano apparsi vari racconti anonimi sulla «doppia vita» che molti americani avevano intrapreso grazie al lavoro da remoto. In tanti si erano accorti che lontano dal caos degli uffici facevano le stesse cose di prima, ma in meno tempo. E quindi avevano colto l’occasione per mettersi a fare anche altro. Tanto che era nato anche un sito, Overemployed, gestito da un anonimo che si faceva chiamare Isaac e aveva a iniziato a fare un secondo lavoro dopo una mancata promozione. La community, con i consigli su come destreggiarsi tra due computer e due calendari, aveva triplicato i numeri in poco tempo, ma ora il sito non risulta più aggiornato dalla scorsa estate.
In Europa, secondo Eurostat, a fine 2024 i cittadini con un secondo lavoro erano più di 8 milioni, più o meno lo stesso numero del 2023, di cui oltre 2 milioni in Germania e più di 1,2 milioni in Francia. In Italia i numeri sono più bassi: da noi se ne contano ufficialmente poco più di 166mila, oltre centomila in meno rispetto al 2023. Ma in Italia bisogna tenere conto anche della grande penetrazione del lavoro sommerso, per cui molti potrebbe fare un lavoro in più per arrotondare senza dichiararlo. Secondo la sociologa Ivana Pais, il settore più interessato dal doppio lavoro è quello dell’industria culturale e ricreativa, che ha stipendi molto bassi.
Me ne vado
L’altra soluzione per guadagnare di più, soprattutto per i profili più ricercati, è spesso quella di cambiare lavoro. Passare da un’azienda a un’altra, magari da una piccola a una più grande, è anche un modo per far crescere la busta paga. Soprattutto se non si vedono davanti grosse prospettive di carriera e se alla richiesta di aumento o una promozione si è ricevuto un bel no, oppure un’offerta al ribasso.
Secondo una ricerca condotta dall’istituto americano Adp tra il 2020 e il 2023, lo stipendio di chi ha cambiato lavoro almeno una volta in due anni è aumentato del 15,2 per cento. Al contrario, chi è rimasto nella stessa azienda e ha chiesto e ottenuto un aumento ha visto lo stipendio crescere in media del 7,3 per cento. Praticamente la metà. Con percentuali ancora più basse, pari al 5,4%, per le imprese più piccole.
Per descrivere questa tendenza a cambiare lavoro più volte a distanza di poco tempo, si parla di job hopping, ovvero saltare da un posto di lavoro all’altro. Che è molto comune nei mercati del lavoro dinamici, come quello americano. In Italia molto meno.
Secondo uno studio Randstad, il cambio frequente di lavoro in Italia nel 2021, quindi in concomitanza con il rimbalzo dell’economia post-Covid, ha riguardato un milione di lavoratori, circa il 6 per cento del totale. Una tendenza ancora di nicchia, non in crescita negli anni, che interessa soprattutto i Millennial, gli uomini e i professionisti del digitale. In Italia, secondo i dati Ocse, un rapporto di lavoro dipendente dura in media dodici anni. Nessun Paese europeo ci supera e la media Ocse è di otto anni.
I numeri sono bassi e non ci sono grandi dati per capire qual è l’impatto sugli stipendi se si cambia lavoro in Italia. Di certo c’è che, secondo un sondaggio lanciato a inizio anno da Indeed, il 41 per cento si dice pronto a dare le dimissioni se non otterrà un aumento nel breve periodo e in molti per un lavoro e uno stipendio migliori sono disposti a trasferirsi anche all’estero. Anche perché quasi la metà, il 45 per cento, dice di essere sottopagato e il 10 per cento parla di scarto significativo.
Care aziende
Il principale fattore che spinge gli italiani a cambiare lavoro oggi resta lo stipendio troppo basso. Quasi metà (49 per cento) degli italiani in passato ha richiesto al proprio capo un miglioramento di condizioni o retribuzione. In molti casi, senza ottenerlo. Nel 60 per cento dei casi, il datore di lavoro italiano non parla mai di possibilità di avanzamento di carriera. Nella media europea, questa percentuale è al 33 per cento.
Quello di cui che le aziende spesso non tengono conto, però, è che sostituire un lavoratore rischia di costare più dell’aumento chiesto. Secondo uno studio condotto da Society for Human Resource Management, in media, ogni dimissione costa all’azienda dai 6 ai 9 mesi di stipendio del lavoratore che è andato via.
Ci sono, infatti, non solo costi diretti legati al processo di assunzione, come la pubblicazione degli annunci, i colloqui da fare e la selezione, ma anche una serie di costi indiretti. Quando entra una nuova persona, la produttività all’inizio è inferiore rispetto a quella del dipendente che va via, perché il neo-assunto ha bisogno di tempo per formarsi e integrarsi.
A questi aspetti si aggiungono i costi nascosti. Come i rapporti con i clienti, con possibili conseguenze su contratti non rinnovati o annullati. Ma soprattutto il possibile calo di motivazione tra i lavoratori rimasti che, vedendo un collega andar via, possono perdere fiducia e motivazione verso il proprio lavoro, sapendo che non otterranno facilmente una promozione o un aumento di stipendio.
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