Negli ultimi giorni la Polonia si è ritrovata al centro dell’attenzione internazionale. Venerdì scorso al Sejm, la camera bassa polacca, il primo ministro Donald Tusk ha annunciato l’intenzione di formare un esercito di mezzo milione di soldati. Con circa duecentosedicimila effettivi, la Polonia ha già oggi l’esercito più numeroso tra i paesi Ue e il terzo più numeroso tra i paesi Nato, dietro solo a Usa e Turchia. Tusk ha anche dichiarato di voler addestrare tutti i cittadini maschi e di voler fare in modo che il suo paese abbia accesso alle armi nucleari, ventilando anche la possibilità di produrle autonomamente.
Nel weekend, invece, c’è stato uno scambio molto aspro su X tra Elon Musk e il ministro degli Esteri polacco, Radosław Sikorski, incentrato sul sistema di comunicazione via satellite Starlink, scambio in cui è poi intervenuto anche Marco Rubio, Segretario di Stato americano. Rispondendo a un tweet di Sikorski, che ricordava come la Polonia paghi cinquanta milioni di dollari all’anno per garantire all’Ucraina l’utilizzo di Starlink, Musk ha scritto: «stai zitto, ometto» (Be quiet, small man).
Le intenzioni di Tusk e l’alterco tra Sikorski e Musk suggeriscono che la Polonia diventerà probabilmente sempre più centrale nel dibattito politico europeo sulla militarizzazione dell’Unione europea. La Polonia ha un confine di circa quattrocento km con la Bielorussia, stato vassallo della Russia, e confina direttamente con quest’ultima nell’exclave russa di Kaliningrad – l’antica Konigsberg, ceduta all’Urss dopo la Seconda guerra mondiale.
Anche a fronte dei numerosi precedenti storici, il paese si ritiene dunque molto vulnerabile a una possibile invasione russa. Agisce, inoltre, anche come principale portavoce degli interessi dei paesi, Ue e non, che facevano parte del blocco sovietico durante la Guerra fredda, anche a fronte della linea apertamente filo-putiniana di altri Stati dell’area, come Ungheria e Slovacchia. In questo contesto, la Polonia sta anche attrezzandosi per fronteggiare la guerra ibrida condotta da Mosca, sia nel paese che nel resto dell’Europa centro-orientale.
La scorsa settimana Tvp, il media pubblico polacco, ha lanciato il suo primo canale in lingua ucraina: Slawa (la traslitterazione polacca della parola слава, “onore” in ucraino, utilizzata anche nel nome della sezione in ucraino curata da Linkiesta). Nelle parole dei dirigenti che cureranno i contenuti editoriali del canale, riportate da Notes from Poland, Slawa servirà «a promuovere il punto di vista polacco ed europeo sui processi in corso in Ucraina e nel resto del mondo», con il comitato editoriale che si concentrerà «sugli obiettivi geostrategici comuni di Polonia e Ucraina».
Il lancio del canale informativo in ucraino è un’iniziativa del Centro media per l’estero di Tvp (Ośrodka Mediów dla Zagranicy, in polacco), annunciato dal governo di Tusk la scorsa estate e diventato operativo a dicembre. Il canale, finanziato direttamente dal Ministero degli Esteri, ha accorpato l’offerta mediatica dei media statali polacchi rivolta ai pubblici stranieri, inglobando anche Belsat, una sussidiaria di Tvp che trasmette in bielorusso e russo, e TVP World, che offre contenuti in inglese. Questo nuovo organo informativo prevede di aprire anche due sedi all’estero: una a Kyjiv e una a Bruxelles.
In breve, con la creazione del Centro media per l’estero, il governo polacco cerca di garantirsi uno strumento per contrastare la disinformazione promossa dalla Russia nell’Unione europea – oggetto di una precedente edizione di questa rubrica – e di diffondere la propria narrazione all’estero.
Una politicizzazione così evidente di una fonte di informazione finanziata coi soldi dei contribuenti suscita dubbi sul grado di indipendenza effettiva del servizio pubblico polacco. Dubbi che sono stati prontamente ripresi da uno dei media che compongono il polo mediatico sovranista finanziato dall’Ungheria – già discusso qui. Il precedente esecutivo polacco era stato aspramente criticato dall’opposizione e dalle autorità Ue proprio per la smaccata politicizzazione del servizio pubblico.
La questione dell’indipendenza del servizio pubblico è infatti uno dei temi più controversi del dibattito politico in Polonia. La coalizione guidata da Tusk aveva promesso di riportare un minimo di indipendenza editoriale, dopo che il precedente esecutivo sovranista guidato dal Pis tra il 2015 e il 2023 aveva trasformato Tvp e gli altri media pubblici polacchi in organi di propaganda acritica e unilaterale.
C’erano quindi aspettative molto alte verso il governo Tusk, il primo in Unione europea ad avere l’opportunità di ripristinare lo stato di diritto dopo anni di deriva illiberale e antidemocratica. Come anche in altri ambiti, diritto all’aborto in primis, il governo di Tusk sembra al momento non esser riuscito a concretizzare gran parte di queste aspettative: secondo un report del Media Freedom Rapid Response (Mfrr) pubblicato alla fine dello scorso anno, nonostante i miglioramenti, il servizio pubblico polacco è ancora ben lontano dall’essere indipendente e depoliticizzato.
Che si accolga la creazione del Centro media per l’estero da parte del governo polacco come un atto dovuto a lungo atteso per contrastare la capillare propaganda russa, o come un allontanamento allarmante dal modello della democrazia liberale, la novità segnala un cambio di approccio netto. In una fase di crescente tensione a livello internazionale, anche governi senza aperte velleità autoritarie ritengono legittimo strumentalizzare apertamente il servizio pubblico per preservare la sicurezza del proprio paese, annacquando ulteriormente la distinzione tra giornalismo e propaganda.