
Questo è un articolo del nuovo numero de Linkiesta Etc dedicato al tema della nostalgia, in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

Dayra Benavides non crea semplici costumi o maschere (quelle del carnevale colombiano), ma opere che attraverso il corpo svolgono un rituale catartico. Basta indossarle per sentire tutta la forza che racchiudono, per trasformarsi nel personaggio che rappresentano. «Ho iniziato da zero, utilizzando gli scarti di vecchi costumi di mia madre per creare i primi modelli. Ogni pezzo è realizzato con diverse tecniche artigianali tradizionali della provincia di Nariño, perché è da lì che arrivo ed è quella la cultura che voglio portare alla luce», racconta Dayra che abbiamo incontrato ad Homo Faber 2024, la biennale di alto artigianato che si tiene sull’Isola di San Giorgio, intitolata quest’anno The Journey of Life, con la direzione artistica di Luca Guadagnino e Nicola Rosmarini.

Attraverso gli abiti e le maschere ispirati alle danze tradizionali, Dayra ha infuso il suo misticismo nel Carnevale, rendendo omaggio all’artigianato locale e all’immaginario collettivo del suo popolo. Dalla madre, ballerina e artigiana, e dal padre artista e fotografo, ha ereditato l’abilità di fondere il “saper fare” manuale con il patrimonio culturale immateriale di Nariño, «fondendo immagini precolombiane e coloniali, personaggi mitici e il nostro artigianato più tradizionale in un’opera da indossare, che travalicasse l’esposizione carnevalesca, tradizionalmente dominata dagli uomini, così da permettere alle donne della mia comunità di fare parte di qualcosa di universalmente riconosciuto. Volevo liberarle dalla paura di non poter essere quello che volevano».