Da Ventotene a VichyIl governo Meloni, il bipopulismo pacifista e il fantoccio della sovranità

Le polemiche in Parlamento non hanno nascosto le divisioni della maggioranza, bensì la sostanziale unità delle forze politiche italiane sul no al ReArm Europe e al piano Kallas per l’Ucraina

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Le furibonde polemiche sul Manifesto di Ventotene, innescate dall’intervento alla Camera di Giorgia Meloni e pilotate da destra e sinistra nelle rispettive comfort zone ideologiche e psicologiche, non sono servite affatto a nascondere le divisioni della maggioranza, ma a occultare la profonda unità tra maggioranza e opposizione (Carlo Calenda escluso) sia rispetto al progetto ReArm Europe (di cui nel frattempo il governo italiano, dopo intrepida battaglia, ha ottenuto il rebranding), sia rispetto al piano di Kaja Kallas di finanziamento straordinario della difesa ucraina, nelle more di un negoziato di pace, di cui non è vicina la fine e, a dire il vero, neppure l’inizio.

Lo ha dimostrato Giorgia Meloni che, dopo due giorni di botte da orbi tra Camera e Senato, è volata a Bruxelles a portare, su entrambi i punti, esattamente la linea Salvini-Conte-Schlein, appena dissimulata da un’ostentazione di prudenza. Il governo italiano ha detto su entrambi i punti: no, ma un no non definitivo, in attesa… di che cosa?

In attesa che il deal tra i capimandamento della Casa Bianca e del Cremlino renda superata questa discussione e consenta di festeggiare in una pace disonorevole e imposta con la violenza e il soffocamento economico-militare dell’Ucraina il ritorno alla normalità, cioè all’anomalia di una rendita di sicurezza garantita e pagata da altri.

Se a pagarla, per parecchi decenni, sono stati gli Stati Uniti, ora tocca direttamente agli ucraini, nell’illusione sciagurata, ma elettoralmente ancora redditizia, che quel che si concederà a Vladimir Putin possa saziarne gli appetiti territoriali in Europa e quel che si riconoscerà a Donald Trump – di proteggere la pace europea come la mafia protegge i taglieggiati, estorcendo loro il pizzo – allontanerà dal cielo del continente lo spettro della guerra.

Il presupposto che la destra e la sinistra condividono è quello che da tre anni viene ignobilmente rappresentato come “rischio escalation”, cioè che la guerra sia giunta a lambire l’Unione europea e a dilagare nei Paesi candidati ad aderirvi (prima la Georgia, poi l’Ucraina) perché non se ne sono disinnescati all’interno i presupposti – l’allargamento della Nato, il sostegno europeo alle rivolte anti-russe, il militarismo della difesa occidentale – e non perché non se ne sono fronteggiate all’esterno le minacce.

Ora a dire la stessa cosa con le stesse parole – cioè che la Russia non è una minaccia militare per l’Unione europea, il refrain più insopportabile della malafede anti-bellicista – c’è un arco politico bipartisan che va da Matteo Salvini a Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, anzi da Forza Nuova a Potere al Popolo, e attorno a questa verità contraffatta ruotano tutte le strategie e tutte le retoriche pacifiste, che ora si condiscono – anche in questo caso con una perfetta corrispondenza bipopulista tra destra e sinistra – pure di un osceno poveraccismo sociale: no alle armi, sì a scuola e sanità.

Questo fronte unito della rinuncia a qualunque responsabilità politica e della prosecuzione di un peraltro impossibile free riding strategico coltiva un ideale opportunistico rimpannucciato da motivi umanitari. Viva la pace, abbasso la guerra. Il suo esito, però, oggi sarebbe la costruzione di una sorta di Vichy nazionale o continentale tollerata da una Wehrmacht russo-americana. Un fantoccio di sovranità, ammantata da giustificazioni patriottiche. Il pacifismo porta lì, non può che portare lì e l’Italia è il Paese europeo più unito su questa linea disgraziata, al netto di eccezioni individuali e politicamente non decisive.

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