Tempi moderniIl blackout spagnolo, i picchiatelli del contante, e la mia casa senza candele

Puoi vantarti di girare coi i rotoli di banconote per sfuggire al deep state, ma se la macchina del caffè e il registratore di cassa sono elettrici, appena salterà la corrente resterai comunque senza cappuccino, e senza resto

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C’è un dettaglio che ti rende incontrovertibilmente vegliardo (in neolingua: boomer) agli occhi degli osservatori attenti, e quel dettaglio non è il tuo essere in grado di riconoscere una citazione d’un film in bianchennero, o il tuo non avere tatuaggi, o il tuo non ascoltare Taylor Swift.

Il dettaglio che fa di te un individuo d’un altro secolo, in questo tempo sbandato, è: uscendo dalle stanze, spegni la luce. Ogni tanto arriva uno schemino di quelli per consumatori a rassicurarci, con le lampadine moderne in realtà si consuma di più spegnendo e riaccendendo che tenendo accesa la luce per ore, ma i fatti non contano niente: conta la memoria ancestrale di quando l’energia elettrica era un lusso.

Mio padre, che scialava senza neppure avvedersene in tutti gli altri settori, per una cosa era uguale a tutti i suoi coetanei, gente nata nei dintorni della seconda guerra mondiale: spegneva la luce uscendo dalle stanze, e strillava se tu invece non la spegnevi.

Le nostre nonne, che erano la prima generazione ad aver visto l’elettricità nelle case, ci inseguivano schiacciando pulsanti per spegnere quel lusso che noi accendevamo dandolo per scontato. Ancora adesso, le (rarissime) mattine in cui apro la porta della camera da letto e vedo che due corridoi più in là, all’estremo opposto della casa, abbastanza distante da non essermene accorta mentre m’addormentavo, è rimasta accesa una luce, io reagisco come se avessi un cadavere in casa (con la differenza che il cadavere puoi occultarlo, la luce non puoi retroattivamente spegnerla).

Nelle mie prime case di vita adulta c’erano candele. La luce saltava, succedeva, succede, e io avevo candele pronte per i casi d’emergenza. Non ero in Italia la sera del blackout del 2003, e quindi non ho usato le candele che avevo in quella casa di Roma, l’ultima in cui ci furono candele. La ragione per cui so che non c’ero è la stessa per cui nelle case in cui ho vissuto negli ultimi anni non ci sono candele.

Mi ricordo di quella fine di settembre del 2003 perché iniziò la prima “Isola dei famosi”, ed esistevano già alcuni degli ingombri della modernità, ma non tutti. Non c’era lo streaming. Però c’erano i computer portatili e l’internet e Skype (che credo non esista più da domani, e quindi forse questo non è un articolo sul blackout spagnolo di questi giorni ma un articolo sull’addio a Skype, che quando avevo trent’anni era quasi più importante per me di quanto lo sia WhatsApp oggi).

Vedevo “L’isola dei famosi” dalla mia stanza d’albergo di Los Angeles, sul computer che mi ero portata nel bagaglio a mano, grazie ad amici col senso delle priorità che per tutta la sera lasciavano un computer con la telecamera puntato sul televisore di casa loro in modo che io non fossi esclusa dal vedere la cosa che guardavano tutti, di cui parlavano tutti. Adesso che un programma potrei vederlo sul telefono in qualunque posto del mondo, nessun programma ha più quella centralità culturale. D’altra parte che il desiderio cresca in parallelo alla difficoltà lo impariamo in genere alle medie, all’altezza del primo amore non corrisposto.

Adesso le candele non le tengo più in casa perché l’inquinamento luminoso fa sì che nessuna casa sia davvero mai completamente buia, ma anche perché adesso, se va via la luce, la luce non è il primo dei problemi che ti si presentano. Non funziona il wifi. Non ti si carica il cellulare. Se va via solo nel tuo palazzo, i problemi finiscono lì, perché puoi comunque comunicare con l’esterno: il telefono si connette all’internet, i tablet anche, potrei mandare quest’articolo se al contatore di casa mia si fosse abbassata la levetta ma fossi in una città comunque dotata dei lussi scontati di questo secolo. Ma, se il blackout è generalizzato, i cazzi sono tali e tanti che la penombra è proprio l’ultima delle emergenze.

Da quando c’è stato il blackout in Spagna, i social sono pieni di picchiatelli del contante. I picchiatelli del contante sono parte d’una corrente di picchiatellismo per cui qualunque portato della modernità serve a controllarci (che avremo di così interessante da controllare non è chiaro, ma io sono quella che ride in faccia ai medici che nei corridoi degli ospedali chiamano l’appuntamento di “Guia Esse” perché i cognomi violano la privacy: quando spegnevamo la luce, a casa di tutti arrivava un librone coi numeri di telefono e gli indirizzi di chiunque, e qualche anno dopo se un paziente in ospedale sente il mio cognome chissà che succede).

I picchiatelli del contante non hanno intenzione di dimenticarsi del greenpass (una roba che mi sembra più antica della prima “Isola dei famosi”), non hanno intenzione di scansionare il QR code nei ristoranti (quello neanch’io, però io chiedo un menu cartaceo, loro invece si alzano e se ne vanno percependosi Rosa Parks), e non hanno intenzione di usare le carte di credito.

Io la carta di credito la uso per tutto, ovunque, da tanti di quegli anni che ancora c’era la lira e spegnevamo le luci. Vengo da una solida tradizione di gente che vive al di sopra delle proprie possibilità, e l’idea di poter pagare anche se non ho soldi e ci penserò poi il mese prossimo mi è sempre parsa un gran progresso. I contanti li prelevo ogni tanto, li tengo nell’ingresso, li uso per le mance ai fattorini o se vado da qualche parrucchiere evasore fiscale. Non me li porto mai in giro, quindi i picchiatelli non mi vorranno come amica.

Ma, come tutti, quando li prendo li prendo al bancomat, e quindi se ci fosse il blackout come li prenderei? Allo sportello bancario, come nel 1986? La mia banca tiene aperto lo sportello solo tre giorni a settimana, se il blackout viene nel giorno in cui non sono aperti per quell’incomodo che è la clientela che facciamo?

Ma capisco che questa sia un’obiezione sbagliata: il picchiatello del contante ha probabilmente il deposito di zio Paperone in casa, o va in giro coi rotoli di banconote come i benzinai degli anni Ottanta, come li ho visti avere a un paio di conduttrici televisive che probabilmente li tengono come ricordo di quando le serate nelle discoteche te le pagavano in nero e quindi in contanti.

Al bancomat ti danno banconote da venti e da cinquanta, e quindi io non sono totalmente inconsapevole circa l’uso dei contanti in questo secolo: per avere gli spicci per le mance, la prima cosa che faccio tornando dal bancomat è prendere un cappuccino in contanti. Per cambiare i cinquanta euro e avere poi il mio tesoretto per le mance.

Ecco, avete provato in anni recenti a cambiare i contanti tentando di avere il resto che volete voi? Funziona così: il cappuccino costa un euro e ottanta, il cassiere vede i vostri cinquanta e batte, e voi, che non volete i venti centesimi perché non ve ne fate niente, tirate fuori gli spiccetti portati da casa e gli dite aspetta, te ne do ottanta. Fate quel che era normale fare quando spegnevamo la luce: cercare di farvi dare il resto tondo. Ti do cinquanta euro e ottanta centesimi, e tu me ne dai quarantanove di resto.

Solo che il cassiere ha vent’anni o trenta, nessuno gli ha mai detto di spegnere la luce, tutti hanno sempre dato per scontata la presenza nella sua vita non solo dell’elettricità ma anche della calcolatrice nel telefono, il registratore di cassa gli ha già calcolato un resto di quarantotto euro e venti centesimi, e lui non è neanche vagamente in grado di cambiare il conto con la sola forza delle tabelline mai apprese.

Si impappina, suda, è una scena drammatica. Non sto parlando di uno specifico cassiere di bar che andava particolarmente male a scuola: è così ovunque. Farsi dare un resto che non sia quello calcolato dal registratore di cassa è impossibile al supermercato, è impossibile al lavasecco, è impossibile ovunque. Forse gli unici rimasti a sapersi contare il resto da soli sono gli edicolanti, ma le edicole stanno tutte chiudendo.

Quindi, la mia obiezione ai picchiatelli del contante è benissimo, dobbiamo procurarci i rotoli di banconote così il deep state non potrà controllarci per mezzo delle carte di credito oltre che dei menu in QR code. Però, se poi c’è il blackout, il bar – che già non mi avrà potuto fare il cappuccino perché la macchina del caffè è elettrica, che già non mi avrà potuto fare la spremuta perché lo spremiagrumi è elettrico – come farà a calcolarmi il resto per quel succo di frutta che mi avrà servito tiepido perché il frigo lo alimenta comunque l’elettricità?

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