Turtlèn Graffiti L’insignificante mostra di Ai Weiwei a Bologna, e la sola opera che vale la pena visitare

L’arte contemporanea serve solo a titillare l’ego del ceto medio complessato, qui più che altrove. In compenso in piazza Aldrovandi c’è una scritta sul muro che fotografa lo spirito del tempo

Guido Calamosca/LaPresse

Se dovessero chiedermi qual è il più importante contributo culturale della primavera-estate 2025, punterei su due opere che non ho ancora visto. L’ultimo “Mission: Impossible” (arriva al cinema a maggio), e la nuova stagione di “Black Mirror” (arriva su Netflix domani).

Se dovessero chiedermi qual è l’opera da visitare a Bologna – una città così priva di monumenti che rischiamo di farci crollare addosso la Garisenda perché non la abbattono per il timore che senza una torre medievale la città perda la sua unica riconoscibilità architettonica; ma anche: una città in cui i ristoranti mettono in vetrina le sfogline perché fingiamo che tirare la sfoglia sia cultura, in mancanza d’altro – direi senza esitazione una scritta su un muro, ma l’ho vista troppo tardi.

Troppo tardi per portarci in visita un’amica che è stata qualche giorno in città e che è abituata a fare le cose che fa il ceto medio complessato nelle città europee: vedere posti, visitare mostre, non considerare Starbucks una meta turistica. Solo che a Bologna dove le porti, le turiste che non s’accontentano dei carboidrati?

Alle Serre dei Giardini Margherita, che puoi introdurre col gustoso aneddoto che andavi a scuola lì di fronte, e dove ora ci sono le serre quarant’anni fa c’era uno zoo, la gabbia del leone fuori dal cancello della scuola elementare, pensa oggi che scandalo? Sì, potresti, solo che poi rischi che ti chiedano cosa significano i cancelletti sul cartello all’entrata delle serre.

#startup #formazione #servizicondivisi #coworking #rigenerazione #incubazione – ma in che senso incubazione, è un posto contagioso? Se poi hai amiche osservatrici, quelle ti chiedono come mai il parco sia così sporco, bottiglie di plastica e rifiuti d’ogni genere attorno al laghetto, erba non tagliata, manutenzione carente. Se vengono da Roma magari non notano, ma se vengono da posti civili le traumatizzi.

Quindi le porti a Palazzo Fava, dove c’è la mostra di Ai Weiwei, che s’intitola “Who am I?” (c’è anche la sportina di stoffa con la scritta, se siete di quelle che vanno alle mostre per il merchandising – come esistesse qualcuno che va alle mostre per altro), domanda che provoca in tutte noialtre ex liceali il riempimento emilydickinsoniano «I’m nobody, who are you?», e insomma si va sul sicuro, l’arte contemporanea, come nelle città vere.

Tom Cruise nella pubblicità (o come dite voi: trailer) di “Mission: Impossible” dice «Ho bisogno che ti fidi di me – un’ultima volta», e io ci pensavo mentre arrivavo a Palazzo Fava. La sera prima mi ero persa “Mi fido di te”, durante il concerto di Jovanotti, per andare a prendere una birra, non perché volessi una birra ma perché le sedie del palazzetto dove si fanno i concerti bolognesi fatico a definirle sedie: sono strapuntini che ammazzerebbero la schiena di quattordicenni in forma, figuriamoci la mia.

La birra era una scusa per alzarsi, ma costava nove euro, che io sono abbastanza anziana da percepire come diciottomila lire, e va bene che la gente – la stessa gente che poi s’indigna se un libro costa venti euro – è disposta a spendere qualunque cifra per una serata fuori, ma forse a Bologna si esagera.

Già fai i concerti in un posto al quale non arriva la metropolitana (che non hai mai costruito: a più o meno parità d’estensione, a Barcellona ci sono dodici linee di metropolitana; il sindaco di Bologna, dagli incontri coi suoi colleghi forestieri, torna con molti autoscatti e mai nessun passo verso la civiltà); già fai i concerti in un posto per cui ci vogliono trenta euro di taxi all’andata e altri trenta se lo trovi al ritorno (quando esci è pieno di disperati che fanno l’autostop, qualche anno fa hanno filmato Samuele Bersani che per la disperazione tornava in autobus dal concerto di Brunori), già fai pagare una birra come fosse un Barolo, e mi fai pure stare scomoda?

Comunque: Palazzo Fava almeno è in centro, almeno ci si arriva a piedi, almeno non ci si siede su degli strapuntini, quattordici euro a biglietto, eccoci. Fino a quella di Ai Weiwei (che faccio anche fatica a definire una mostra), la mostra con il peggiore allestimento che avessi mai visto era sempre a Bologna (sarà sicuramente una coincidenza): quella su David Bowie, nove anni fa. Le peggiori traduzioni delle didascalie nella storia delle mostre di questo secolo e pure di quello scorso.

In quella di Ai Weiwei il problema traduzione non si pone: hanno deciso di non spiegare proprio niente. Mi pare perfetto: opere scarse e nessuna contestualizzazione. A un certo punto c’è una sala con dei video, s’intitola “258 Fake”, cosa mi rappresenta, cosa significa? Per fortuna che Google c’è, e conserva memoria di quando gli stessi video erano stati esposti ad Harvard, evidentemente da gente meno cialtrona dei bolognesi che aveva perso cinque minuti a spiegare: «Creata, con i contenuti visuali del suo blog, dopo che il governo cinese gliel’aveva chiuso, l’installazione 258 Fake è una meditazione coreografata che consiste di frammenti disassociati di otto anni della vita sociale, politica, e artistica di Ai, presentati attraverso il mezzo concettualmente instabile della fotografia».

Detto in modo meno pretenzioso: sono le gallery di foto del suo telefono. Come ha commentato la mia amica: c’è tutto quello che s’è mangiato in quegli anni. E non è, incredibilmente, la sala peggiore. Anche se il primato di sala peggiore di questa ridicola mostra fatico ad assegnarlo.

È forse quella iniziale, in cui ci sono per terra dei cocci, come quando spazzi il pavimento dopo che hai rotto qualcosa, solo che i cocci della gigantesca tazza che ha rotto Ai Weiwei sono su uno strofinaccio che sarà dieci metri per cinque, e s’intitolano “Porcellana”, e nessuno li ha buttati (poi, quando una cameriera di buon senso li butta pulendo, facciamo i titoli su Anna Longhi e le vacanze intelligenti e il popolo che non capisce le installazioni, invece di fare i titoli su che truffa sia l’arte contemporanea)?

O è quella in cui ci sono una decina di foto di dito medio alzato su sfondi diversi (la Gioconda appesa dentro al Louvre, l’entrata del Metropolitan a New York, la torre Eiffel, il parlamento svizzero, il Tamigi), e i vasi che sembrano antichi ma in realtà sono dipinti con le scene di rifugiati (col tema importante si vince sempre, ricattando il pubblico)? In quella stessa sala il nostro bluff preferito ha disegnato anche la carta da parati, sempre a tema rifugiati, coi suoi bravi “Safe passage”, “No one is illegal”, “Open border”.

La carta da parati è naturalmente un’opera anch’essa, s’intitola “Odyssey”, perché pure in Cina si vede che hanno la mistica del liceo classico, chissà se Ai pensa che l’aoristo apra la mente (o che la apra viaggiare, o che la apra leggere – non ricordo il resto della lista dei modi in cui il ceto medio complessato è convinto che gli si aprirà la mente).

Chissà se la vendono – pensa che trionfo di cetomediocomplessatismo, a casa mia c’è la carta da parati del grande artista – intanto sta al piano di sopra rispetto a quello in cui possiamo rimirare l’urna Han lasciata cadere (la sua opera più famosa: le foto che gli hanno scattato mentre rompeva un vaso: che epoca di imbecilli che siamo, come ci meritiamo l’estinzione), ma anche all’esposizione dell’urna Han su cui – che genio, che artista, che quattordici euro ben spesi – ha riprodotto il logo della Coca-Cola (sì lo so che c’è anche il collezionista che rompe quella, ma a Bologna non l’hanno esposto, gli sarà sembrato un gesto troppo punk, una contaminazione con gli Skiantos).

Di sopra c’è anche un monitor con l’autore intervistato, gli chiedono cosa sia l’amore o cosa pensi del Covid, il tutto ha la profondità culturale che si riscontra scorrendo Twitter (o come si chiama ora) mentre si aspetta che l’acqua per la pasta arrivi a temperatura giusta.

Forse però le sale peggiori (ve l’ho detto che era una gara assai competitiva) sono quelle coi Lego. Il Pollock rifatto coi Lego, per riprodurre gli schizzi ha usato i mattoncini un po’ blu e un po’ neri, santo cielo che ideona, mamma mia che creativo, cosa ce ne facciamo di Bernini quando abbiamo le grandi idee degli artisti contemporanei, genio, puntesclamativo.

La mia amica era già ripartita (dopo aver commentato che l’architettura del palazzo in cui c’era la mostra era assai più interessante della mostra, e dopo esserci affacciate nella chiesa di fronte, in cui era esposto un tazebao con scritto «State buoni, se potete», che potete instagrammare con più soddisfazione di Ai Weiwei e senza spenderci quattordici euro), quando ho visto per caso l’unica ricchezza culturale di Bologna. Quella che dimostra il guizzo di genio vero, quella che non solo supera con gli abbaglianti Ai Weiwei ma forse potrebbe persino distrarmi dal Tom Cruise di “Mission: Impossible”.

È una scritta su un muro, non è che le scritte sui muri di Bologna le scopra io, figuriamoci, c’è tutta una tradizione e molto Instagram che se ne occupa, però in questa vedo lo spirito del tempo, il guizzo del kulturkritik, il tutto e l’abbastanza che mancano in Ai Weiwei, se qualche cantautore mi legge se ne appropri subito perché è un gran titolo di canzone, oltre a essere la scritta in visita alla quale porterò qualunque turista d’ora in poi.

Vìola anche il mio divieto rispetto ai giochi di parole, ma quando c’è il genio sono disposta a condonarli. È in piazza Aldrovandi, che la mattina è sempre piena di bottiglie vuote causa serate alcoliche degli studenti in zona, e quindi ha, la scritta, tutto ciò che serve in un’opera: la specificità del luogo, e quella del secolo. “Cirrosi empatica”.

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