
Un suono inatteso mi costringe a interrompere la scrittura. È un verso stiracchiato, a metà strada tra l’abbaiare di un cane e il gracchiare di una cornacchia. Sollevo lo sguardo oltre il parapetto del balcone e scorgo una volpe attraversare via Andrea Costa. L’arancione del pelo brilla sotto il sole di dicembre descrivendo una sagoma slanciata sull’asfalto consunto della via. La guardo arrivare dal fondo dell’isolato, zampetta senza fretta costeggiando il marciapiede per poi fermarsi in prossimità delle strisce pedonali, le studia per qualche istante, poi le supera in diagonale e sparisce nella corona di alberi e cespugli che incornicia piazzale Loreto.
Non è un’apparizione così sorprendente, ma è abbastanza insolita da strapparmi per qualche minuto al mio lavoro. Devo fare uno sforzo per ricordarmi che effetto mi avrebbe fatto solo vent’anni fa. Forse avrei sfilato il cellulare di tasca per scattare una foto, forse avrei chiamato degli amici, magari sarei addirittura sceso in strada per provare ad avvicinarla. Più realisticamente, col frastuono che all’epoca assediava Milano, se una volpe si fosse messa a guaire per le strade di Loreto nemmeno me ne sarei accorto.
Quel giorno poi non ho più scritto a Michele, ma fino a sera ho continuato a rimuginare sui suoi scarni messaggi. Perché mi davano così fastidio? Perché ancora adesso, a distanza di giorni, dopo aver appreso notizie ben più importanti del fatto che mio nipote mi consideri un catastrofista, continuo a cercare di mettermi al riparo da quell’accusa? Non può trattarsi solo di orgoglio; sono mesi che Michele dà prova di voler abbattere la statua dorata che un tempo aveva eretto in nome dello zio, ma nessuna delle sue uscite mi ha mai turbato al punto da arrovellarmici mentre preparavo la cena.
“Ci stai ancora pensando?” mi ha chiesto Marta, vedendomi fermo col cucchiaio di legno sospeso sopra la padella. Ho annuito: “Non riesco ad accettare che si beva questa scemenza in maniera acritica.” “È molto giovane, e comunque noi alla sua età eravamo persino peggio.” Sarà. Ma forse è proprio questo il punto: nella sicumera di mio nipote si annida una cecità molto simile a quella che ha afflitto me e le generazioni precedenti alla mia per decenni. Michele è convinto che la Transizione fosse la risposta ovvia a un collasso imminente, ma sebbene sapessimo fin dall’inizio degli anni Duemila quale fosse la direzione più ragionevole, era tutt’altro che scontato che l’avremmo imboccata.
Per molto tempo, è il caso di ricordarlo, l’abbiamo attivamente evitata. Se a un certo punto le cose sono cambiate, e lui oggi può permettersi di canzonarmi come un esagitato predicatore da marciapiede, è merito di chi ha studiato e raccontato le storie più scomode, persone che hanno dedicato la vita a illuminare gli angoli in ombra, a proporre nuove idee, nuove categorie interpretative. Io stesso ho cambiato modo di vedere il mondo, e dunque di abitarlo.
Com’è successo? Michele probabilmente pensa che mi sono adeguato a un cambiamento che non è dipeso da me, e sicuramente in parte è stato così. Ma c’è dell’altro. Se sia riuscito a vedere un mondo diverso è perché qualcuno me l’ha mostrato. Ogni generazione ha avuto i suoi Nuñez. Penso ad Alexander von Humboldt, a Rachel Carson, a James Baldwin, ad Alexander Langer, a bell hooks, a David Graeber, persone che hanno trascorso un’intera vita ad affinare il proprio sguardo e che, proprio perché sapevano guardare lontano, spesso non sono state credute.
Ma se ufficialmente le loro parole sono rimaste inascoltate, il loro pensiero ha piantato radici profonde, si è diffuso in modo sotterraneo, capillare, informando lo sguardo di milioni di persone, aprendo nuove prospettive individuali e collettive. Se il mondo è cambiato, e qualcuno può azzardarsi a dire che siamo usciti dal baratro, è anche merito loro.
Oltre i palazzi di Loreto il sole ha superato l’orizzonte lasciando spazio a una notte elettrica, sento le prime gocce di pioggia carezzarmi gli avambracci e mi lascio cullare nella comoda sensazione che il mondo sia stato messo in pausa. È il momento che preferisco, quell’intervallo in cui l’acqua non scende ancora a secchiate e riesco a immaginare i terreni secchi ammorbidirsi goccia dopo goccia. Ho passato gli ultimi giorni a rileggere gli articoli che negli anni più sono riusciti a cambiare il mio sguardo, quelli che offrono una lettura alternativa alla retorica trionfale di questi giorni. Ho provato a individuare i nostri Nuñez, otto autori e autrici che grazie alla loro capacità di osservare il mondo e restituirlo in parole hanno saputo illuminare gli angoli più in ombra della nostra realtà.
Ognuno di loro ha visto un pezzo di mondo finire e ognuno di loro, a suo modo, non è stato ascoltato quanto meritava. Le storie che leggerete nelle prossime pagine non sono soltanto testimonianze raccolte in determinati luoghi e in determinati periodi, sono anche delle lenti sovrapponibili che ci aiutano ad allargare il nostro orizzonte visivo; o se vogliamo usare una metafora diversa, diapason locali che restituiscono il suono di un mondo interconnesso.
Omar El Akkad ha seguito alla Corte di giustizia internazionale dell’Aia i lavori della commissione per il riconoscimento delle morti occultate nascoste durante gli anni dell’ombra; Vincenzo Latronico ha raccontato come la gentrificazione rurale abbia portato l’Agro Pontino sull’orlo di una guerra civile; Meehan Crist ha delineato il ruolo dei movimenti per la giustizia riproduttiva nell’avvio della Transizione ecologica; Sergio del Molino ha ripercorso le dinamiche che hanno aiutato l’Unione Europea a risalire il baratro dell’autoritarismo; Claudia Durastanti ha mostrato come il funzionalismo e l’ansia di controllo stiano cancellando una parte importante del nostro paesaggio e del nostro patrimonio artistico; Chigozie Obioma ha testimoniato il drastico spopolamento subito da alcune città nigeriane in seguito all’avvio della liberalizzazione migratoria; Francesca Coin ha raccontato come l’introduzione della settimana corta abbia alleviato le gravi ricadute psicologiche dello sfruttamento lavorativo; mentre Angela Saini ci ha dimostrato senza mezzi termini che se possiamo convincerci che il nostro mondo sia salvo, è solo perché stiamo disimparando a osservarlo.
Michele ha solo quattordici anni, ma legge già moltissimo, e lo fa di solito con un livello di attenzione che per me è impensabile. La mia speranza è che sovrapponendo questi otto sguardi possa cogliere la trama complessa della situazione in cui ci troviamo, e magari, nel silenzio protetto della sua mente, trovi il coraggio di mettere in dubbio ciò che tanto lo conforta. Non sarà l’unico, del resto, a beneficiare di questo viaggio a ritroso nel passato recente. Lui è bravo a tapparsi gli occhi almeno quanto io sono bravo a dimenticare, sarà un esercizio utile per entrambi.
