La Crimea non russaL’America di Trump, gli asset di Putin, e altre oscenità antiucraine del bullo in chief

L’America è il principale asset di Putin per chiudere con un successo una guerra che sul campo non è riuscito a vincere. Il ruolo di quel che resta del mondo libero, e tutte le bugie della propaganda del Cremlino

AP/Lapresse

Il discorso sulla Crimea di Donald Trump e dei suoi scagnozzi non ha alcun senso logico né politico, come quasi tutto quello che dicono queste caricature di asset russi oggi al potere a Washington. Sostengono, questi asset russi della Casa Bianca, che è stato Barack Obama a cedere la Crimea alla Russia, che gli ucraini non hanno fatto niente negli scorsi dieci anni per riprendersela e che quindi, poche storie, la penisola crimeana è russa. «Parlano russo» ha aggiunto Steve Witkoff, quel lestofante di origine russa e di affari moscoviti che Trump ha scelto per consegnare l’Ucraina al Cremlino (in cambio della concessione a costruire una Trump Tower a Mosca, secondo quanto ha scritto Moscow Times).

Su Linkiesta abbiamo criticato più volte la pessima politica estera di Obama, troppo arrendevole nei confronti della Russia, ma Obama non ha mai riconosciuto l’occupazione illegale della Crimea, al contrario di quanto vuole fare ora Trump.

Non solo, nemmeno la prima Amministrazione Trump ha riconosciuto l’annessione russa della Crimea, né de jurede facto («Gli Stati Uniti respingono l’annessione tentata della Crimea da parte della Russia e si impegnano a mantenere questa politica fino a quando non sarà ripristinata l’integrità territoriale dell’Ucraina», Crimea Declaration, 25 luglio 2018, firmata dall’allora segretario di Stato di Trump Mike Pompeo).

Nel 2022, un gruppo bipartisan di senatori guidati da Marco Rubio, oggi il Galeazzo Ciano di Trump, fece approvare un emendamento al Congresso per impedire legalmente agli Stati Uniti di riconoscere i territori occupati da Putin e annessi alla Russia.

Quindi, tecnicamente, chi adesso sta lavorando per cedere la Crimea alla Russia è proprio il mago-degli-affari-suoi Donald J. Trump, non Obama.

Non è vero, poi, che in tutti questi anni l’Ucraina non ha fatto niente per riprendersi la Crimea. Al contrario, ha fatto di tutto sia a livello diplomatico, con la Crimea Platform che si riunisce ogni anno con il patrocinio dell’America e dell’Europa e dei Paesi civili, sia con incursioni militari, oltre che con il sostegno ai dissidenti crimeani e alle loro famiglie.

La critica di Trump e dei suoi, oltre che insensata e basata su presupposti falsi, cioè russi, è anche contraddittoria: Volodymyr Zelensky è accusato contemporaneamente di essere un guerrafondaio perché non vuole rinunciare alla Crimea, come peraltro gli prescrive la Costituzione ucraina e come riconosce la comunità internazionale, America compresa, ma anche di non aver scatenato nessuna guerra per riprendersi la Crimea occupata dai russi. L’ennesimo nonsense trumpiano che infervora gli stolti mentre i saggi segnalano che l’enfasi non dovrebbe essere su Zelensky, ma sull’occupazione russa di un territorio che nel 1991 ha votato per aderire all’Ucraina anziché diventare indipendente al momento del dissolvimento dell’Unione sovietica.

L’insensatezza della posizione putiniana di Trump sulla Crimea e su Zelensky si aggiunge a quella di chi anche in Italia per tre anni ci ha spiegato che l’Ucraina combatteva una «guerra per procura» degli americani, mentre ora che l’America invece pretende la capitolazione ucraina di fronte all’invasore russo, evidentemente ritirando la fantomatica procura, gli ucraini non agiscono più per procura degli americani ma niente di meno che per procura questa volta degli europei. O vogliamo dimenticare coloro che spiegavano che l’Ucraina fosse un avamposto Nato, e che per conto dell’Alleanza Atlantica combattesse i russi? Adesso che la Nato, via Trump/Putin, ha escluso ogni ipotesi di adesione dell’Ucraina, quelle raffinate analisi Made in Russia sprofondano nel ridicolo di fronte all’ostinata resistenza ucraina a non accettare la resa.

Il ribaltamento della realtà e la volontà precisa di ripetere a pappagallo la propaganda del Cremlino sono elementi dello spirito del tempo, compresa la novità di una collana di saggistica dedicata a Orwell diretta da uno storico ammiratore di Stalin come Luciano Canfora, i cui primi titoli sono propaganda russa in purezza, probabilmente stampata in cirillico. Tutto molto orwelliano, davvero.

L’idea banale che gli ucraini combattano per conto di sé stessi, semplicemente per evitare di essere torturati, stuprati e uccisi dai russi che li bombardano ogni giorno da tre anni, o da tredici, o da secoli, a seconda di quando si vuol far partire il cronometro imperialista, è evidentemente una verità invisibile agli occhi dei volenterosi complici americani, e non solo americani, di Putin.

D’altro canto, a fronte di Putin che non ha accettato la proposta di cessare il fuoco, ma che ha chiesto preventivamente, oltre alla Crimea occupata, anche i territori che in tutti questi anni non è riuscito a conquistare militarmente sul campo, ma prontamente offerti a Mosca dall’amico Trump, per quale motivo l’Ucraina dovrebbe firmare la sua resa incondizionata alla Russia in seguito ai buoni uffici di Djadja Donald? Per arrendersi non avrebbe bisogno di dare la delega a nessuno, Zelensky potrebbe farlo benissimo da solo.

Trump e gli altri picchiatelli, infine, continuano ad addossare la colpa della guerra all’aggredito anziché all’aggressore, il quale verrebbe invece premiato dal grottesco “piano di pace” trumpiano per aver iniziato una guerra di conquista coloniale che nonostante la disparità di forze non riesce a vincere sul terreno. Per farcela, Putin ha dovuto sfoderare l’arma segreta: Donald Trump.

Alla base di tutto questo discorso c’è il tabù della Crimea, che anche gli amici occidentali dell’Ucraina ogni tanto pensano di poter sacrificare in nome della pace. La Crimea però non è russa, semmai è il simbolo della barbarie russa, ma non dal 24 febbraio 2022 e nemmeno dall’occupazione illegale del 2013. L’imperialismo criminale russo nei confronti della Crimea, e della sua popolazione autoctona tatara, risale al 1783, anno della prima invasione russa della penisola che un tempo regnava sulla Russia fino a Mosca. I russi hanno sempre provato a sterminare i tatari di Crimea, in modo se possibile anche più brutale di quanto abbiano fatto con gli ucraini e altri popoli assoggettati al dimenticato colonialismo interno russo.

La Crimea non è russa, così come non lo è il Donbas. Sull’Ucraina orientale rimando al formidabile saggio di Kateryna Zarembo pubblicato da Linkiesta Books, mentre sulla Crimea ricopio un brano del mio libro “L’Ucraina siamo noi”: «Prima della prima invasione russa della Crimea, nel 1783, i tatari rappresentavano il novanta per cento della popolazione della penisola, poi sia Caterina di Russia sia Stalin decisero la loro rimozione forzata e la loro conseguente ricollocazione forzosa in Asia centrale, prevalentemente in Uzbekistan. Stalin, inoltre, deportò centinaia di migliaia di russi in Crimea per farla diventare artificiosamente russa. Per effetto di questa politica imperialista e genocida, i tatari di Crimea scesero a quota ventinove per cento della popolazione prima della Rivoluzione d’ottobre del 1917, per precipitare fino allo zero per cento in seguito all’esecuzione completa delle politiche staliniane. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, molti tatari sono tornati in Crimea e si sono integrati nella Repubblica ucraina, tanto che il nuovo ministro della Difesa, Rustem Umierov, è proprio un tataro di Crimea. Con l’invasione russa del 2014, e con la successiva annessione illegale della Crimea, Vladimir Putin ha ripreso in mano il progetto zarista e staliniano di oppressione e di pulizia etnica dei tatari ed è tornato a perseguitare la popolazione autoctona che nel frattempo è tornata a essere circa il 20 per cento, e poi a ricollocare in Crimea centinaia di migliaia di russi – le cifre, in questo caso, variano tra le cinquecento e le ottocentomila persone – con un impatto etnico devastante (specie se si considera che la popolazione complessiva della Crimea era, prima del 2014, di poco più di due milioni e trecentomila abitanti), che ha innescato la fuga verso la Turchia e verso l’Ucraina continentale di circa duecentomila tatari tra il 2014 e il 2023. Putin ha affinato il piano di Stalin con il ponte sullo stretto di Kerch, costruito per collegare artificialmente alla Russia una penisola geograficamente e politicamente attaccata all’Ucraina. La pulizia etnica si è intensificata dopo l’invasione su larga scala cominciata il 24 febbraio del 2022, al punto che la maggior parte dei prigionieri politici in Crimea oggi è composta da tatari, i quali a volte sono colpevoli soltanto di essersi dipinti le unghie con i colori giallo e blu della bandiera ucraina oppure di aver indossato la vyshyvanka, il tradizionale vestito ucraino ricamato, e per questo vengono condannati a diciassette anni di galera sulla base di un articolo del codice penale russo che punisce chiunque getti discredito sull’esercito di Mosca».

Pretendere che gli imbecilli Maga sappiano, o imparino, queste cose è impossibile, ma non lo è da questa parte dell’Atlantico, dove si dovrebbe conoscere per esperienza diretta che l’Europa è diventato un continente pacifico e un progetto politico soltanto dopo aver perso malamente le guerre coloniali. Per la stessa ragione, se si ha davvero cuore la pace, la cosa su cui impegnarsi a fondo è la sconfitta militare, politica e morale della Russia, una sconfitta tragica e umiliante, non la ricerca di acrobatici piani di pace che puniscono gli aggrediti e premiano gli aggressori.

Non bisogna inseguire la pace, ma la sconfitta della Russia. A cominciare dal non riconoscimento dell’occupazione illegale della Crimea, augurandoci, come recita la variante ucraina del tradizionale saluto ebraico del seder di Pesach, di vederci «il prossimo anno a Bakhchysaray», la storica capitale della Crimea venerata dalla popolazione tatara.

Gli ucraini mostrano un’incrollabile fiducia nel fatto che l’anno prossimo o quello successivo sarà quello in cui si potrà festeggiare la fine della guerra d’aggressione proprio nella regione occupata illegalmente dai russi, e che oggi Trump vuole regalare a Putin. Il compito del mondo civile è fare di tutto per aiutarli a sconfiggere le tenebre.

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