La settimana scorsa si è scoperto che Jianwei Xun, autore del saggio “Ipnocrazia Trump, Musk e la nuova architettura della realtà”, edito da Edizioni Tlon, non esiste. O meglio, non come persona fisica: sul sito personale, viene presentato come «un’entità filosofica distribuita nata dalla collaborazione tra intelligenza umana e sistemi di intelligenze artificiali».
In un’intervista a L’Espresso, il co-fondatore di Edizioni Tlon Andrea Colamedici ha presentato la pubblicazione di Ipnocrazia come una sorta di performance, nel solco di quanto faceva negli anni Novanta il collettivo Luther Blissett, precursore del progetto Wu Ming. «Lo smarrimento in cui ci troviamo ha aiutato a rendere più pervasivo il concetto di “ipnocrazia”. Siamo in cerca di parole, che ci aiutino a orientarci nel caos (…) a volte abbiamo proprio bisogno di parole nuove per raccontare stati d’animo e momenti storici. (…) Di fronte alle dichiarazioni di Trump, ai gesti di Musk, a quella parola ci si è aggrappati. I concetti collegati aiutano a comprendere», ha spiegato Colamedici.
Il saggio, pubblicato a inizio anno, aveva suscitato moltissimo interesse in Italia, con recensioni e commenti usciti su Il Fatto Quotidiano, Il Foglio, Doppiozero, Nazione Indiana e altre riviste culturali, ma anche all’estero. In Francia, la prestigiosa rivista Le Grand Continent ne aveva pubblicato estratto, e le teorie sostenute del libro erano circolate anche in Spagna e America Latina.
La rivelazione dell’inesistenza di Jianwei Xun ha a sua volta generato un secondo dibattito – per esempio su Linkiesta e su Appunti di Stefano Feltri – sull’opportunità di pubblicare un saggio senza ammettere subito che l’autore era (anche) un’intelligenza artificiale, sugli effetti che questa scelta ha nel rapporto di fiducia tra lettori e autori, sul ruolo di filtro del giornalismo, sulla scarsa ricerca empirica proposta a sostegno delle tesi argomentate nel libro.
Gloria Origgi, filosofa al Centre National de la Recherche Scientifique (Cnrs di Parigi) che a Ipnocrazia aveva dedicato un primo articolo di apprezzamento, dopo aver scoperto di esserci cascata ha commentato «Andrea Colamedici dice una sola cosa giusta, ossia che il pericolo più grande oggi, nella cacofonia generale in cui siamo sommersi, non è la credulità, ma il cinismo. Allora perché sottoporre il lettore a un esperimento cinico come Ipnocrazia che non può avere altro effetto che quello di creare ancora più cinismo?».
Questa discussione ha portato in secondo piano il dibattito sulle tesi sostenute nel libro. Tesi che, a prescindere dalla posizione etica che si abbracci relativamente alla loro origine, sono ora diventate parte integrante della riflessione sul rapporto tra esseri umani e realtà (al plurale). Circolano. Anche le notizie false fanno la storia.
Nell’estratto pubblicato da Le Grand Continent, un passaggio recita: «i progressisti rimangono intrappolati in una fatale gabbia epistemologica: la loro incapacità di comprendere la dimensione mitopoietica del potere li condanna a una perpetua marginalità strategica. Mentre continuano a proporre argomentazioni razionali, dati e ragionamenti logici, sono del tutto inconsapevoli che il potere contemporaneo opera ormai esclusivamente attraverso la modulazione degli stati di coscienza».
L’idea della sfera pubblica come un concetto unico e onnicomprensivo, e pilastro del modello della democrazia liberale, avanzata dal filosofo tedesco Jürgen Habermas, non sembra più uno strumento utile per capire il presente. Si assiste oggi a una proliferazione e frammentazione delle sfere pubbliche, un processo che ricercatori diversi hanno chiamato con vari nomi, ma che sembra ritrovarsi in un nucleo comune: le persone abitano realtà epistemologiche differenti, dove differenti sono le premesse cognitive per dimostrare – o costruire – la verità.
L’anno scorso, i ricercatori Václav Štětka e Sabina Mihelj hanno pubblicato il volume “La sfera pubblica illiberale. I media nelle società polarizzate”(qui in open access). La tesi principale dello studio è che esista oggi una sfera pubblica separata: una sfera pubblica illiberale definita come «uno spazio comunicativo che comprende sia i media tradizionali che i nuovi media che promuovono e amplificano attori, opinioni e atteggiamenti illiberali».
Per il giornalismo, questo significa che la sua funzione principale attribuitagli tradizionalmente nel modello anglosassone, ovvero svelare le malefatte dei potenti, potrebbe esser diventata obsoleta. Attività dispendiose come fact–checking e giornalismo investigativo potrebbero non avere più rilevanza per chi abita nella sfera pubblica illiberale, dove la verità e i meccanismi per produrla sono altri.
Nel suo celebre saggio “La democrazia e il potere invisibile” del 1980, Norberto Bobbio scriveva: «Nello Stato autocratico il segreto di Stato non è l’eccezione ma la regola: le grandi decisioni politiche debbono essere prese al riparo degli sguardi indiscreti di un qualsiasi pubblico (…) Il potere autocratico, ho detto, non solo si nasconde per non far sapere chi è e dov’è, ma tende anche a nascondere le sue reali intenzioni nel momento in cui le sue decisioni debbono diventare pubbliche». Oggi questa necessità di nascondersi da parte del potere sembra meno presente.
Come ha suggerito il cosiddetto Signalgate, la rivelazione che un giornalista era stato inserito per sbaglio in una chat tra funzionari di alto profilo dell’amministrazione Trump che discutevano di operazioni militari teoricamente secretate, mettere a nudo l’incompetenza degli attori di governo non genera conseguenze tangibili per i responsabili.
La stessa amministrazione Trump, che persegue tecniche classiche per limitare la libertà d’azione dei media, come il divieto imposto ad Associated Press di accedere alle iniziative dell’amministrazione statunitense sembra anche curarsi poco che i conflitti di interesse, l’incapacità e gli errori dei propri rappresentanti diventino di dominio pubblico.
Più avanti nello stesso testo, Bobbio sostiene: «Il tema più interessante, su cui si può davvero mettere alla prova la capacità del potere visibile di debellare il potere invisibile, è quello della pubblicità degli atti del potere, che, come si è visto, rappresenta il vero e proprio momento di svolta nella trasformazione dello Stato moderno da Stato assoluto a Stato di diritto».
Oggi, merita di essere discussa l’ipotesi opposta: che lo Stato di diritto stia venendo smantellato a favore del ritorno di un potere assoluto anche mentre gli atti del potere sono pubblici. Anzi, la concomitanza di pubblicità e assenza di conseguenze potrebbe favorire la generale diffusione di disillusione, cinismo e nichilismo nella parte di popolazione avversa all’attore autoritario, facendo così il gioco di quest’ultimo.
Abbozzando una riflessione di tipo antropologico, “Ipnocrazia” mette anche l’accento su un altro tema centrale per capire come sta cambiando il giornalismo: il nuovo ruolo delle emozioni.
Nello stesso passaggio citato sopra, si legge: «La [] critica [dei progressisti] rimane intrappolata nel modello illuminista di comunicazione, dove la verità deve trionfare per il suo merito intrinseco, senza capire che ora è un prodotto estetico, un’esperienza collettiva generata dalla ripetizione, dall’emozione e dalla suggestione di una realtà algoritmica. La loro razionalità basata sulla responsabilità è diventata una prigione, un rifugio autoreferenziale che li allontana sempre più dalla capacità di generare immaginari collettivi capaci di mobilitare il desiderio e la fede».
Negli ultimi cinque anni la comunità accademica ha iniziato a interrogarsi sul ruolo delle emozioni nel giornalismo. In un articolo introduttivo pubblicato a fine 2019 intitolato “Una svolta emotiva negli studi sul giornalismo?” (An Emotional Turn in Journalism Studies?, in inglese), Karin Wahl-Jorgensen notava che il ruolo delle emozioni nella produzione di contenuti giornalistici e nella loro diffusione è stato a lungo negato, in quanto visto come troppo difforme dagli ideali di terzietà, imparzialità e oggettività a cui erano tenuti a conformarsi i giornalisti nelle democrazie liberali.
L’autrice, tuttavia, opponeva a questa posizione normativa ricerche recenti sulla ricezione dei prodotti giornalistici da parte del pubblico, che avevano studiato «l’importanza del coinvolgimento emotivo del pubblico [emotional engagement], dimostrando che il gradimento del pubblico è, in parte, basato sulla struttura narrativa in modi che possono sfidare i generi giornalistici convenzionali».
Le emozioni, anche quelle suscitate dalla performance/truffa di “Ipnocrazia” restano – al momento – la principale differenza tra gli esseri umani e le intelligenze artificiali, invitando chi produce, studia o consuma giornalismo a interrogarsi sullo spazio che ha, o dovrebbe avere, l’irrazionale nel proprio rapporto con l’informazione.