
Dunque abbiamo due casi della settimana di scandali della durata d’un quarto d’ora, ed entrambi attengono a due intellettuali del livello che questo secolo può permettersi, e al loro utilizzo dell’intelligenza artificiale. Sì, lo so che l’intelligenza artificiale è il tema più noioso del mondo, ma non dell’intelligenza artificiale (qualunque cosa essa sia) ci parlano queste due storielle, bensì di ciò che conta: il declino delle élite, e le relazioni parasociali.
Accade infatti che a gennaio esca un libro di cui si accorgono in pochi. Tuttavia i numeri dei libri in generale e della saggistica in particolare sono abbastanza bassi da far entrare in classifica quel libro nonostante esso non arrivi a quattromila copie in tre mesi. S’intitola “Ipnocrazia – Trump, Musk e la nuova architettura della realtà”, è firmato da tal Jianwei Xun, filosofo (qualunque cosa significhi) di Hong Kong, e lo pubblica Tlon, casa editrice di minisuccesso presso il ceto medio complessato.
Tlon è una casa editrice di quelle che pubblicano roba intellettualmente scarsa e quindi perfetta per il mondo d’oggi, ed è anche una casa editrice che aderisce ai crismi del postmodernismo, e in cui quindi, della coppia fondatrice, quella famosa è lei. Questo libro in particolare però è un oggetto che pare riguardare più lui, che l’avrebbe tradotto (parlerà il cinese, sarà uno dei pochi che a scuola non hanno come noialtri perso tempo con le lingue occidentali).
Finché, ad aprile, L’Espresso (parlandone da vivo) decide di occuparsene, e scopre che il filosofo il cui tomo proprio in quei giorni esce in Francia con la dicitura «Bestseller dès sa parution en Italie» è, ma chi l’avrebbe mai detto, una fontana di Trevi dell’editoria, un bene indisponibile che viene messo in vendita dalla solita arte italiana dell’arrangiarsi.
Al marito della signora Tlon non par vero d’avere il riflettore tutto per sé, e concede duecentocinquanta righe d’intervista, in toni che Umberto Eco in confronto era un povero pirla, spiegando che era un esperimento, una provocazione, un sarcazzo. Esempio di domanda e risposta dall’intervista: «Se Xun non esiste, chi ha scritto il libro?» «Non si può dire nettamente chi ha scritto cosa: io ho elaborato un percorso in vari passaggi a partire dalle parole». Sembra quelli che ti mollano dicendo «meriti di meglio».
In un altro notevole passaggio, l’intervistatrice si aggrappa a un «Siamo in cerca di parole, che ci aiutino a orientarci nel caos» dell’inventore. Ci si aggrappa non con una domanda (figuriamoci) ma con una lusinga: «E “ipnocrazia” è suggestiva e potente». Lo sventurato risponde: «Lo è di suo. Ma a volte abbiamo proprio bisogno di parole nuove per raccontare stati d’animo e momenti storici. Perché ci smarriamo. Le parole possono fungere o da scalini o da maniglie a cui aggrapparsi. Di fronte alle dichiarazioni di Trump, ai gesti di Musk, a quella parola ci si è aggrappati». Ma ci si è aggrappati chi? Perché io vivo nel mondo, ho consumi culturali che in effetti non includono Tlon ma non è che la monnezza con velleità filosofiche mi sia del tutto estranea: possiedo persino un bel po’ di volumi di Byung-Chul Han, non si può dire che sia schizzinosa.
Eppure io “Ipnocrazia” non l’avevo mai sentito nominare, nessuno mi aveva fino allo scandale du jour parlato di questo libro che l’intervistatrice dell’Espresso descrive come se la stampa mondiale si fosse inchinata alla sua apparizione; poi l’editore dell’autore immaginario fa l’elenco delle testate che l’hanno recensito e, con l’eccezione del Foglio, siamo talmente a livello bigodini punto com che dovrei controllare se i nomi dei giornali sono anch’essi di fantasia.
L’intervistatrice, impegnata ad ascoltare il signor Tlon che s’imbroda spiegando quanto sia stato avanguardistico il suo uso dell’intelligenza artificiale per scrivere un Byung-Chul Han tarocco, non domanda se Tlon avesse proprio bisogno di armare ’sto casino per vendere tremila e spicci copie, se sia normale che nell’epoca di Google nessuno s’accorga che un autore non esiste, ma soprattutto non chiede se ora gli editori stranieri che avevano acquistato i diritti essendosi bevuti l’esistenza dell’autore (al quale i coniugi Tlon avevano inventato anche un’agente: i veri eredi di Totò e Peppino) intendano far causa. El País scrive di aver rimosso dall’archivio un articolo in cui si parlava del libro come fosse vero: che umiliazione, farsi battere in deontologia dagli spagnoli. (L’agente, dice l’inventore, aveva come tutto un’identità friabile di cui accurate ricerche avrebbero potuto dimostrare la falsità: dice «malleabile» perché l’italiano non lo sa più nessuno, ma intende «friabile»).
Il sito di Tlon ora descrive “Ipnocrazia” come «attribuito a Jianwei Xun». Attribuito dagli archeologi del futuro, tipo. D’altra parte Socrate non ha lasciato niente di scritto, Shakespeare e Omero forse non sono proprio esistiti, vuoi che ci formalizziamo col diritto d’autore relativo a un cinese immaginario, o che mettiamo in discussione la sua pregnanza filosofica?
Nel frattempo, sempre con l’intelligenza artificiale, un autore televisivo ha creato un video in cui Alessandro Barbero dice cose su Russia e Ucraina diverse da quelle che Barbero pensa e dice davvero. Le reazioni sui social sono isteriche, e qui arriviamo al punto in comune tra il falso cinese e il falso Barbero, che non è l’intelligenza artificiale, ma la vera cifra del secolo: le relazioni parasociali.
A nessuna persona normale – mediamente intelligente e mediamente sana di mente – importa di che opinioni abbiano un editore, uno storico, un cantante, un cuoco: se mi piacciono i libri di quell’editore li compro perché mi piacciono, non perché ho un legame con l’editore; se mi interessa stare a sentire come uno storico spiega Alessandro Magno, non per questo mi frega qualcosa ch’egli abbia le mie stesse idee sull’attualità.
Poiché le persone normali sono ormai rare quasi quanto gli intellettuali brillanti, abbiamo un problema che non attiene solo ai due intellettuali scarsi di questa storia, l’inventore del falso cinese e quello del falso Barbero: abbiamo un problema che riguarda un’umanità talmente disperata da ritenere che gente che non ha mai visto – gente che spazia da Barbero a Meghan Markle – le debba qualcosa. Emotivamente, intellettualmente, relazionalmente.
L’autore televisivo che s’inventa il Barbero, nel difendersi dicendo che l’intento satirico era evidente (in effetti compariva la scritta che diceva il video fosse fatto con l’intelligenza artificiale a tre minuti e quarantacinque, arrivare ai quali richiede a un utente social medio la soglia d’attenzione con cui noialtri leggevamo tutta la “Recherche”), scrive che ha fatto dire a Barbero «quello che mi sarebbe piaciuto dicesse».
Le esponenti del ceto medio complessato offesissime con Tlon scrivono cose come «io ho comprato il libro […] non l’ho ancora letto […] l’ho raccomandato (o comunque segnalato) a scatola chiusa, sulla fiducia, perché il tema mi sembrava interessante […] la fregatura è stata possibile perché a monte c’erano delle persone della cui reputazione mi fidavo». Ora, io non dico d’essere abbastanza Rhett Butler da archiviare definitivamente la questione della reputazione (in un secolo che l’ha già archiviata senza chiederci il permesso, ma forse siete intellettuali troppo scarsi per accorgervene).
Però neanche è accettabile che gente che si dovrebbe guadagnare da vivere capendo il mondo parli d’un Barbero o d’un Tlon come fossero fidanzatini delle medie che hanno tradito la fiducia che tu, scuotendo le trecce, riponevi in loro. Lui non dice quel che voglio io sull’Ucraina? E io glielo faccio dire! Tu pubblichi una boutade e non mi avvisi nonostante io pensassi d’avere un posto speciale nella tua rubrica telefonica? E io mi offendo!
A sedici anni avevo un’insegnante di dizione che raccontava una storiella zen così composta: «Ti ho scritto cento lettere e non ho avuto risposta», «Anche questa è una risposta». Ora, che voi un’insegnante di dizione non l’abbiate mai avuta si sente, però non avete più sedici anni da un bel pezzo: non potete continuare a pensare che quelli che vi piacciono vi debbano qualcosa, sia quel qualcosa un’idea, un’esistenza, un sentimento, una raccomandata con ricevuta di ritorno.