Green nel mirinoI dazi di Trump saranno un duro colpo per le imprese cleantech statunitensi

L’unico Paese a trarne vantaggio potrebbe essere la Cina, che sta continuando a diversificare le sue esportazioni verso mercati emergenti come Pakistan e Brasile. La posizione di Pechino nello scacchiere climatico globale potrebbe ulteriormente rafforzarsi

AP Photo/LaPresse

Consideriamo le ultime mosse delle tre pedine principali di un gioco – quello per limitare il riscaldamento globale – che non può essere a somma zero: Stati Uniti, Cina e Unione europea. Devono muoversi in uno spazio-tempo utile a completare la transizione ecologica, su un terreno geopolitico complicato da conflitti, inflazione e dazi commerciali. Quella delle tariffe alle dogane è l’ultima variabile in ordine di tempo a influenzare il sistema per risolvere la crisi climatica e diversi analisti, in questi giorni, stanno cercando di capire come.

È stato il presidente statunitense, Donald Trump, il primo a imporre dazi. Il provvedimento iniziale riguardava tutte le importazioni da Cina, Messico e Canada, nonché acciaio, alluminio e automobili provenienti da tutto il mondo. Si tratta di tariffe che non rientrano tra quelle sospese con la decisione del 9 aprile, relative invece al resto dei beni prodotti negli altri Paesi e da cui, è bene precisare, erano esclusi i combustibili fossili. Quelle sui due metalli, sui veicoli e su tutte le merci cinesi, canadesi e messicane, quindi, restano valide, e sono proprio quelle che potrebbero condizionare maggiormente l’andamento delle energie pulite.

Questi dazi quasi sicuramente non saranno un’opportunità per le imprese cleantech statunitensi. I costi di qualsiasi prodotto di queste aziende aumenteranno, poiché molti componenti – dall’acciaio delle turbine eoliche all’alluminio per le batterie dei veicoli elettrici – arrivano dall’Unione europea, dalla Cina e dal Sud-est asiatico. 

Tuttavia, neppure per l’industria fossile americana potrebbe essere un buon momento, nonostante le promesse di Trump di favorire il settore e contemporaneamente rendere il prezzo di petrolio e gas più accessibile. Le compagnie di estrazione e trasporto di greggio e gas, però, saranno penalizzate, perché i dazi aumenteranno i costi dei materiali per la costruzione e la gestione di gasdotti e trivelle.

A trarre vantaggio da questa situazione è sicuramente la Cina. Pechino è di gran lunga il maggior produttore ed esportatore mondiale di pannelli solari, turbine eoliche, veicoli elettrici e solo il quattro per cento di questi prodotti è destinato agli Stati Uniti, rispetto al quindici per cento delle esportazioni complessive della Cina, rivolte all’Unione europea e soprattutto al Sud globale.

Dunque, nonostante i dazi del centoventicinque per cento sulle merci cinesi che vogliono entrare negli Stati Uniti e la risposta di Pechino con una tariffa dell’ottantaquattro per cento – che rende praticamente impensabili gli scambi tra questi due Paesi – le industrie cinesi del settore cleantech non dovrebbero risentire troppo di questa guerra commerciale. Anche perché la Cina sta continuando a diversificare le sue esportazioni verso mercati emergenti come Pakistan e Brasile. 

Negli ultimi tre anni, la quota di esportazioni cinesi di tecnologie pulite verso i Paesi a basso e medio reddito è cresciuta in modo significativo. Nel 2022, il sessantacinque per cento delle turbine eoliche cinesi andava verso Paesi ricchi; nel 2024, oltre il sessanta per cento è stato spedito verso mercati emergenti.

Secondo Andreas Sieber, esperto di politica climatica, dieci anni fa i dazi di Trump avrebbero potuto colpire duramente la transizione energetica globale. Oggi, però, la situazione è diversa. 

Un decennio fa, le economie avanzate rappresentavano il settanta per cento delle nuove installazioni solari e il cinquanta per cento di quelle eoliche. Oggi dominano i Paesi emergenti, e la quota delle economie avanzate si è ridotta drasticamente. 

Nel 2009, un pannello solare su quattro veniva installato negli Stati Uniti; nel 2024, meno di uno su dodici. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, entro il 2030 i Paesi emergenti rappresenteranno il settanta per cento della capacità solare, il sessanta per cento di quella eolica e di accumulo a batteria.

Tuttavia, la Cina non risolverà da sola la crisi climatica, anche se resta fortemente legata ai combustibili fossili. È il più grande importatore mondiale di gas naturale liquefatto e continua a finanziare nuove centrali a carbone all’estero. Solo nel 2024 ha avviato la costruzione di 94,5 gigawatt di nuove centrali a carbone. Nonostante la retorica verde, la realtà è che la Cina ha contribuito per il novanta per cento alla crescita globale delle emissioni di carbonio dal 2015 e ora produce più del trenta per cento dell’anidride carbonica mondiale dai combustibili fossili. 

Infine c’è l’Unione europea. Bruxelles resta un attore centrale nella transizione energetica e guarda con attenzione allo scontro tra Washington e Pechino. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha sottolineato l’urgenza del “de-risking”: ridurre la dipendenza europea dalle forniture esterne, accelerando la produzione interna di componenti critici come pannelli solari e batterie. Tuttavia, dopo avere imposto i suoi contro-dazi sulle merci statunitensi, l’Unione europea ha deciso di sospenderli per novanta giorni, così come ha fatto l’amministrazione Usa.

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