
«Quando ho letto la notizia, ero in fiera a Bologna, alla IndicaSativa, la principale fiera di settore. È stato un colpo allo stomaco. Rabbia, preoccupazione e subito mille domande: cosa faccio da lunedì? La merce che ho in negozio è improvvisamente illegale?». Maurizio, uno dei due soci di Herbarium, negozio specializzato nella vendita di prodotti derivati dalla canapa, a Bari, racconta così il momento in cui ha saputo dell’approvazione del decreto sicurezza che all’articolo 18 rende illegale la vendita della cannabis con cbd, nota al grande pubblico come cannabis light o erba legale.
Anche Glauco, gestore di Bearbush, è smarrito: «Si parla tanto di difendere i lavoratori, ma qui siamo oltre quarantamila persone che rischiano di perdere tutto». La sua attività dal 2018 ha fatto della canapa il proprio punto di forza, arrivando ad assumere quattro collaboratori e investire oltre centomila euro nell’attività. E del domani non c’è più certezza.
La loro frustrazione è l’impatto diretto del decreto legge sicurezza approvato dal Consiglio dei ministri il 4 aprile e firmato l’11 dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il decreto è un calderone in cui diversi temi sono toccati in modo abbastanza grossolano. Ci sono molte polemiche intorno all’articolo 18, che impone limiti drastici alla filiera della canapa industriale, vietando la produzione, l’importazione e la commercializzazione delle infiorescenze di canapa, indipendentemente dal contenuto di thc. Non è il primo tentativo del governo di limitare questo mercato, ma sino a oggi, grazie alla legge 242 del 2016, non ci era ancora riuscito.

Il decreto è stato emanato ignorando le aziende del settore, alle quali porta un problema immediato: la gestione della merce stoccata. «Non sappiamo come muoverci. Ci chiedono di comprovare l’uso dei fiori per la produzione di semi, ma è chiaramente impossibile», chiarisce Maurizio di Herbarium. Un’incertezza normativa che rischia di mettere in ginocchio oltre tremila aziende, ottocento negozi locali e migliaia di lavoratori.
L’Associazione Imprenditori Canapa Italia era già intervenuta sul tema il 24 ottobre 2024 con un’audizione al Senato. Ha denunciato immediatamente le incongruenze del provvedimento: la totale assenza di distinzione tra infiorescenze con thc e quelle con altri cannabinoidi non psicotropi come cbd e cbg, il paradosso del fiore «legale solo se ha semi» e l’assenza di una normativa transitoria per gestire le scorte esistenti. «Il decreto espone le aziende a sequestri preventivi e lunghi procedimenti giudiziari, che spesso terminano con assoluzioni, vista l’assenza di effetti droganti della canapa con thc inferiore allo 0,5 per cento».
Secondo l’Associazione, questa misura penalizza direttamente oltre tremila aziende e più di diecimila operatori stabili della filiera della canapa industriale, compromettendo attività perfettamente legali e fortemente radicate nell’economia italiana, con un giro d’affari che supera i cinquecento milioni di euro annui. La produzione nazionale di infiorescenze, dicono, è destinata al novantacinque per cento all’esportazione, principalmente verso Paesi europei, dove questi prodotti trovano applicazioni in vari settori, da quello cosmetico a quello alimentare e tessile.
La battaglia contro il decreto potrebbe avere un forte alleato nella Corte di Giustizia Europea. Già nel 2020, nella sentenza sul caso Kanavape, causa C-663/18, la Corte ha stabilito chiaramente che il cbd non è uno stupefacente e non può esserne vietata la vendita se prodotto legalmente in un altro Stato membro dell’Unione europea. In quella circostanza, due imprenditori francesi, condannati inizialmente per aver importato prodotti al cbd, dalla Cechia, videro ribaltare la sentenza proprio grazie alla supremazia del diritto comunitario.

Questo precedente mette in dubbio la reale portata del Decreto Sicurezza, ma non consola sicuramente gli addetti ai lavori. Gli aspettano mesi di incertezze, avvocati, attese di sentenze e nel frattempo gli affitti dei locali vanno pagati. Inoltre, si aggiunge al danno la beffa: mentre loro aspettano di capire che fare, i loro clienti possono tranquillamente acquistare cbd online da altre nazioni europee, alla faccia del Made in Italy.
Il risultato di un approccio bigotto e paternalista come questo, non servirà a salvare i giovani dalla droga, come una parte della maggioranza ripete da tempo, ma a favorire le mafie, ancora una volta. Con la chiusura della filiera legale, l’unico risultato concreto sarà quello di spingere migliaia di consumatori verso il mercato nero. Un paradosso tutto italiano: da un lato si criminalizzano gli imprenditori regolari che pagano tasse e contributi, dall’altro si lascia un’enorme fetta di mercato in mano alle organizzazioni criminali.
Ne sono consapevoli i commercianti stessi: «Questa è solo l’ennesima criminalizzazione ideologica di chi fa impresa onestamente», dice Glauco di Bearbush. Maurizio e Giancarlo di Herbarium aggiungono: «Vorremmo chiedere al governo perché è possibile vendere alcol e tabacco, responsabili di migliaia di morti ogni anno, e non un prodotto innocuo come la canapa. È una presa di posizione priva di qualsiasi ragionamento logico».
Ma, nonostante tutto, Maurizio e Giancarlo resistono: «Amiamo il nostro lavoro, finché sarà possibile, noi continueremo a farlo. Questa battaglia non è finita». Glauco pensa già a un eventuale trasferimento all’estero: «Se non potrò continuare qui, lo farò in un Paese dove il futuro della canapa è già arrivato». Il tono è di chi è avvilito e allora forse non è un caso che quando gli chiediamo di inviare delle foto ne manda una con San Nicola e «andate tutti a rubare», che a Bari è come dire «andatevene tutti a quel paese».