Le partigianeBisogna riconoscere il ruolo delle donne nella Resistenza

La storiografia ha trascurato colpevolmente le protagoniste di un pezzo fondamentale della storia italiana. A ottant’anni dalla Liberazione si deve sanare questa ferita

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Ottant’anni di distanza da eventi significativi per la storia di una nazione dovrebbero essere sufficienti ad allontanare dalle partigianerie più spicciole, a leggere i fatti con maggiore meticolosità, rompendo le briglie ideologiche che hanno condizionato per decenni storici di opposte tendenze.

Anche la lettura della Resistenza si è scontrata con queste difficoltà. Da un lato con i tentativi di un revisionismo non sostenuto dalle fonti oppure, quando fondato, considerato inaccettabile (ricordo, uno su tutti, il lavoro di Giampaolo Pansa); dall’altro con una visione così rosea degli italiani in quegli anni drammatici, tutti attivi nella lotta al nazifascismo, da essere lontana dal vero (indispensabili gli studi di Pavone per ripristinare fondamenta di verità).

È tempo, dunque, di aggiungere alla narrazione che ci è stata tramandata qualche altro pezzo di storia rimasto in ombra. Il ruolo delle donne tra il 1943 e il 1945, ad esempio.

È davvero raro imbatterci in qualche nome al femminile nei testi che hanno trattato la Resistenza. Solo qua e là la memoria riaffiora. Maria Michetti e Carla Capponi a Roma, Oriana Fallaci, Teresa Mattei, la «ragazza di Bube», Maria Luigia Guaita a Firenze, senza dimenticare quella ribelle di Nada Parri, partigiana combattente innamorata d’un tedesco anti-hitleriano, la cui storia è stata appena raccontata da Giorgio van Straten in “La Ribelle”. E, ancora, Gisella Floreanini nella Repubblica dell’Ossola con funzioni di dirigente, Nilde Iotti, genericamente le donne che contribuirono a liberare Carrara. Quasi tutte staffette partigiane, portaordini, servizi di spionaggio.

Abbiamo dimenticato, però, che l’Italia era un Paese prevalentemente agricolo e che gli uomini adulti erano dispersi su più fronti, prigionieri di inglesi e tedeschi o in rotta nei Balcani oppure moribondi nel gelo russo. A tenere i poderi erano rimaste donne e anziani. Erano quelle donne senza nome a donare un pezzo di pane, un giaciglio, una benda a un partigiano, a nasconderlo alla ferocia dei fascisti italiani, e dei tedeschi di Kesserling.

Ogni azione, anche la più piccola, l’aiuto più modesto, comportava un rischio, in genere la morte. Nelle stragi di civili che nel 1944 e all’alba del 1945 hanno insanguinato l’Italia (in Toscana la terra più martoriata, una rappresaglia ogni due comuni), le donne hanno pagato il prezzo più alto. I loro nomi spiccano sulle lapidi infisse nelle mura dei municipi, ma non hanno ancora avuto diritto di cittadinanza nei libri di storia. Eppure, la Resistenza l’hanno fatta anche loro.

C’è da sperare che l’Ottantesimo della Liberazione, oltre che a pacificare animi di opposte tendenze, serva anche a questo. Gli italiani, la maggioranza degli italiani, si schierarono molto tardi, soprattutto quando l’avanzata degli alleati verso nord si rivelò inarrestabile. Prevalse un tragico clima di guerra civile con la parte maggioritaria di noi che restò alla finestra.

Dove la guerra fu più atroce, nelle regioni oltre il Tevere su su fino al Piemonte, senza le contadine, le operaie nelle fabbriche, tutto sarebbe stato ben più complicato. In molti casi furono gesti d’amore, di solidarietà verso i partigiani scevri da scelte politiche? Se anche fosse stato così, la limpidezza della scelta non cambia verso. Partigiane a tutti gli effetti.

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