Due lupini, e un’oliva La contrazione dell’economia culturale, e la sparizione universale del gusto

I lavori intellettuali non sono considerati veri lavori, al contrario di quelli con fotocamera del telefono accesa, così quelli che vivono scrivendo sono diventati gli aristocratici decaduti che questo secolo può permettersi

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Non molto tempo fa, attorno a me si discuteva del più noioso degli argomenti di conversazione, l’intelligenza artificiale, e qualcuno ha detto che l’unica a non doversi preoccupare di venirne rimpiazzata ero io, perché se le chiedi di scrivere un brano “alla Soncini” l’intelligenza artificiale implode.

Neanche il tempo di sentirmene lusingata nella mia identità di intellettuale, di artista, e di terzino destro, e qualcun altro ha detto che il problema non era mica se l’intelligenza artificiale sapeva o no scrivere come me: era se l’editore decideva che quelli per Soncini eran soldi buttati, visto che per il pubblico andava più che bene la prosa artificiale.

La conversazione m’è tornata in mente leggendo le parole «obsolescenza imprevista delle carriere che ci siamo scelti a vent’anni» nell’articolo che sarebbe sicuramente primo nella classifica “pezzi che i cinquantenni si sono più inviati tra loro nell’ultima settimana”.

L’ha pubblicato il New York Times, s’intitola “The Gen X Career Meltdown” (il tracollo delle carriere della generazione x, cioè di chi è nato tra la metà degli anni Sessanta e la fine dei Settanta). È, dice un amico che è tra quelli che me l’hanno mandato sospirando immedesimazione, la risposta alla domanda che facevo l’altro giorno: da quando Teen Vogue ha iniziato a pubblicare foto più brutte di quelle che s’autoscatta una tizia qualunque?

Da quando, dice all’autore dell’articolo colui che assegnava i servizi fotografici in Condé Nast (l’editore di Vogue e di Vanity Fair) tra il 2004 e il 2011, «i fotografi bravi prendevano decine di migliaia di dollari per un servizio: adesso un ragazzino di vent’anni te lo scatta per cinquecento dollari». Da quando, dice un consulente di marketing, «lo spot televisivo su cui lavoravi per sei mesi è diventato un video di TikTok che t’impegna sei giorni». (Presto saranno sei secondi: quelli che ci metterà l’intelligenza artificiale a generarti quelle stesse immagini).

La contrazione dell’economia culturale è ovviamente incoraggiata non solo dai nuovi strumenti ma anche (soprattutto?) dalla sparizione del gusto, e dal fatto che il pubblico non sia più capace di distinguere una foto (o un articolo, o una serie televisiva, o un libro, o persino una pizza) ben fatta da una dilettantesca.

Dice al NYT una dirigente pubblicitaria cinquantacinquenne che una volta quelli che venivano fatti fuori da una riorganizzazione aziendale si sarebbero riciclati presso altri datori di stipendio, «adesso magari le agenzie decidono di usare influencer senza formazione pubblicitaria».

Il che mi fa venire in mente che, di tutte le accuse fuori fuoco che ricevo sui social e che sempre mi fanno venir voglia di fornire al retore scarso una lista di argomenti con cui colpirmi più efficacemente, quella che mi pare più fuori di testa è «questa qui che è diventata famosa coi social». Magari, caro Brocco81, fossi diventata famosa coi social. Magari fossi uno di quelli che vent’anni fa mandavano proposte e i giornali neppure rispondevano alle mail, e poi siccome avevano i like i giornali hanno iniziato a trattarli come star. Vorrebbe dire che ora faccio i soldi veri, quelli che si fanno truffando l’economia obsoleta col bluff dei cuoricini.

(Certo, però, vorrebbe anche dire che a trent’anni ero troppo povera per comprarmi le meraviglie che produceva Miuccia Prada in quelle stagioni, e che ora stanno nei miei armadi a farsi rimirare dai miei soli occhi essendo di diciassette taglie fa. In “Amarsi un po’” Virna Lisi diceva qualcosa come: ma che ci frega, noi c’abbiamo tre Papi nell’albero genealogico. Nei momenti di sconforto io penso: ma che mi frega, ho fatto in tempo a indossare la primavera-estate 2004 di Miuccia. Cerco di non pensare mai: se ci avessero avvisato che le vacche grasse non duravano, avrei comprato degli appartamenti invece che dei guardaroba).

Ma mi fa anche venire in mente quell’amico che una ventina d’anni fa, cinquantenne, venne fatto fuori da un lavoro per cui in Italia esistevano meno di dieci posti, e che quindi sapeva che non avrebbe mai più potuto fare, e non sapeva fare molto altro. L’amico era ovviamente nel panico: come avrebbe campato per i quindici anni che gli mancavano alla pensione? Quando succede a un cinquantenne di oggi, quello ha altro di cui panicare: di che camperà fino alla morte, visto che la pensione non l’avrà mai?

Paolo Guzzanti ha raccontato d’essere in miseria e d’aver chiesto prestiti agli amici nonostante due pensioni e un contratto televisivo e non so che altro. «Noi giornalisti non sappiamo amministrarci. Ci hanno viziato, mandato in giro per il mondo, ristoranti, grandi alberghi». Ho visto giornalisti indignati che sui social commentavano che loro mai, e ho pensato che non c’è abbastanza comprensione per il dramma di noialtri che abbiamo visto dimagrire le vacche: certo che è più facile se non ne hai mai munte di grasse.

Dalla totale obsolescenza dei talenti che ci hanno fatti fin qui campare possono salvarci solo, forse, i tariffari dei nuovi ricchi. Non molto tempo fa un’agenzia che organizza convegni ed è abituata a trattare coi giornalisti m’ha raccontato d’aver contattato una influencer per farla parlare a una loro serata. Erano persino disposti ad arrivare a duemila euro, assai più di quelli che danno all’editorialista smanioso medio che raccatta qualunque ingaggio nel terrore che i giornali si accorgano del suo bluff e gli tocchi presto trovarsi un lavoro vero.

Il manager della influencer ne ha chiesti cinquantamila, e lì c’è stato uno di quei momenti che nelle mie conversazioni accadono troppo spesso perché io non mi ritrovi presto senza amici. Chi me l’ha raccontato voleva la mia indignazione, il mio «chi si crede di essere», e a me invece è scappata la verità: ha fatto bene; anzi – considerato che per quei cinque minuti di lavoro che sono cinque storie Instagram un qualunque sponsor gliene dà centomila – vi ha fatto pure un buon prezzo.

Non solo non sono diventata famosa coi social, caro Brocco81, ma sono adulta in un’economia in cui sto sotto il tavolo a raccogliere le briciole dei lavori che quelli diventati famosi coi social rifiutano. Faccio parte della categoria cui si rivolgono i committenti per cui la gente famosa sui social è troppo cara: siamo gli aristocratici decaduti che questo secolo può permettersi.

La influencer analfabeta che può fare le stesse cose che faccio io facendosi pagare assai di più è parte del pacchetto «sparizione del gusto, e pubblico e critica incapaci di distinguere», ma non è su di lei che voglio concentrarmi ora, bensì sui due ordini di problemi che apre la storiella dell’agenzia che si sente chiedere troppi soldi. Il primo lo affronterò con un’altra storiella.

Ero a una cena alla quale si parlava d’un editorialista che stava antipatico a tutti i presenti. Qualcuno si stava indignando del suo contratto da ospite in un noto programma televisivo. Io, che in questi casi sono sempre il padre di Mahmood e penso solo ai soldi, ho detto che però quel programma lì, percependosi prestigioso, paga assai meno degli altri. L’intervento più apprezzato della serata è stato quello di chi mi ha risposto: «Io lo vedo, collegato da casa che dice due stronzate con gli airpod nelle orecchie: se anche gli danno mille euro, sono mille euro che dovrebbe dare lui a loro». Eccoci qui, al primo tipo di problema: i lavori culturali non sono considerati veri lavori.

E io posso pure essere d’accordo, nel senso napoletano di «Tròvati una fatica»: non si può dire che collegarsi con un programma dal divano di casa sia come raccogliere la spazzatura o anche solo grattare il tartaro dai denti. Però non ci vuole un PhD in marxismo applicato per rendersi conto che è un problema di valore prodotto. Le due stronzate che Tizio dice collegato da casa contribuiscono a costruire quel programma per il quale l’editore televisivo vende un centinaio di spot che gli portano introiti non piccini: perché Tizio quelle due stronzate dovrebbe dirle gratis?

Il secondo ordine di problemi sta nella persona dell’agenzia che dice, della influencer che ha rifiutato che il suo tempo venisse pagato due lupini e un’oliva, «Peggio per lei», che se ci pensate è una frase lunare. Peggio per lei che evidentemente può permettersi di rifiutarli? Peggio per lei che non avrà il sommo onore di partecipare al mio prestigioso convegno?

Io li vedo, i giornalisti che hanno diviso il loro tempo lavorativo tra ciò con cui si pagano lo stesso tenore di vita di prima, e ciò che fanno praticamente gratis. E invidio tantissimo chi li vede in tv e non sa che i loro articoli sono ormai pagati due lupini e un’oliva, perché essi hanno fatto una scelta. Hanno pensato che andare in tv col sottopancia che dice Tizio di Grande Quotidiano li renda più autorevoli che andarci equipaggiati solo di ciò che hanno da dire.

Non sono sicura che abbiano torto: i redattori dei talk-show sono gli ultimi italiani a leggere i giornali, e gli ospiti li selezionano così, probabilmente non li avrebbero mai chiamati se non fossero stati «di Grande Quotidiano che una volta aveva persino lettori». Ma sono sicura che abbiano rovinato il mercato: perché io, direttore di giornale, dovrei permettere a te, Carneade, di vivere di ciò che scrivi, quando c’è Grande Firma Prestigiosa che scrive per due lupini e un’oliva perché al posto dei soldi da me incassa il sottopancia televisivo?

Dopo la serata in cui si discuteva d’intelligenza artificiale, ho raccontato a un amico del tizio che mi aveva detto che nessuna ChatGPT potrà mai scrivere come me. E lui, più crudele di Franti, ha chiesto a ChatGPT di scrivere un articolo sui giovani “alla Soncini”, e mi ha inviato il risultato.

Era una roba il cui lessico era «moodboard», «content», «fino al midollo», «pecorelle smarrite in un pascolo di algoritmi», «trend». L’amico mi ha detto che sì, c’erano margini di miglioramento, ma tutto sommato era un pezzo mio.

Ho pensato a Ernest Hemingway che rimproverava Francis Scott Fitzgerald perché non scriveva al massimo del suo potenziale, in quello che, fino a quel momento, mi era sembrato il massimo tradimento d’un’amicizia intellettuale. Fino a quel momento. Ho pensato alle cifre che riuscivano a farsi dare Hemingway e Fitzgerald in un’epoca in cui la maggior parte del pubblico neppure sapeva leggere. E quella sera ho pianto, cenando con due lupini e un’oliva.

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