Quello che sta succedendo in America è senza precedenti se non in Russia, in Turchia e in Ungheria. Trump non sta soltanto smantellando il geniale reticolo di alleanze civili e militari internazionali con cui Washington ha guidato il mondo dal Secondo dopoguerra in poi. Non sta soltanto regalando spazio di manovra alla Cina, che da una parte non si fa pregare due volte per sfilare a Washington in un colpo solo il Giappone e Corea del Sud con cui ha appena firmato un patto anti tariffe trumpiane, e dall’altra abbraccia il vassallo russo in preparazione del summit Xi-Putin di maggio, con tanti saluti a J.D. Vance che teorizzava la dottrina del “reverse Nixon”, ovvero l’idea che dietro il tentativo di esaudire tutti i desideri di Putin sull’Ucraina ci fosse una raffinata manovra per staccare la Russia dalla Cina e per farla entrare nella sfera d’influenza americana, al contrario di quello che fece Nixon nel 1971 staccando la Cina dalla Russia.
Ma non c’è solo la catastrofica politica estera isolazionista e predatrice che tratta gli europei come «parassiti» e «scrocconi», che impone tariffe a tutti tranne che alla Russia, che vuole smantellare la Nato, che vuole conquistare la Groenlandia, che vuole occupare Panama e che vuole annettersi il Canada.
C’è che Trump sta altrettanto incredibilmente trasformando la democrazia americana in un’autocrazia, come hanno fatto prima di lui Vladimir Putin, Recep Tayyip Erdoğan e Viktor Orbán, ma con portata e conseguenze decisamente più catastrofiche perché fin qui l’America è stata il faro, il motore e l’emblema dell’idea democratica nel mondo.
Soltanto la scorsa settimana, Trump ha detto che sta pensando sul serio di ricandidarsi una terza volta, malgrado sia espressamente vietato dalla Costituzione (con il ventiduesimo emendamento). Al di là degli stravaganti tentativi legislativi, politici e interpretativi che farà, parlarne serve a Trump per impedire a qualsiasi repubblicano sano di mente, ammesso che ne esistano ancora, di lanciare una candidatura alle prossime presidenziali, col risultato che le elezioni del 2028, a cominciare dalle primarie repubblicane, non potranno considerarsi libere.
Ma c’è ancora di più: Trump negli ultimi giorni ha preso di mira le principali istituzioni universitarie americane e i più grandi studi legali degli Stati Uniti, cui vanno aggiunte le costanti minacce ai giornali indipendenti, alle televisioni che non si inginocchiano, alle agenzie di stampa che si rifiutano di chiamare «Golfo d’America» il Golfo del Messico.
Le università, gli studi legali e i media sono i luoghi dove si studia lo stato di diritto, dove lo si difende e dove lo si protegge da chi vuole distruggerlo, ed è proprio per questo che Trump si accanisce.
Trump taglia i fondi a Columbia, Harvard, Princeton, firma ordini esecutivi che impediscono ai principali studi legali di poter entrare negli edifici federali e di avere rapporti con il governo, e fa cause milionarie ai media liberi allo scopo di intimidirli. In molti casi ci riesce. Alcune università hanno accettato i diktat della Casa Bianca e cambiato le regole interne per compiacere Trump e non perdere i fondi federali; alcuni studi legali hanno piegato la testa e offerto lavoro pro bono alle cause Maga per schivare la mannaia del presidente; alcune televisioni hanno risarcito con diversi milioni di dollari e altrettanti inchini il camorrista della Casa Bianca che li voleva trascinare in giudizio perché insoddisfatto dei loro servizi giornalistici.
Gli oligarchi delle piattaforme tech, invece, sono corsi a finanziare Trump, mettendosi in prima fila il giorno dell’inaugurazione del secondo mandato come tanti questuanti davanti al sire. Jeff Bezos, prima ancora che Trump vincesse le elezioni, si è prostrato d’anticipo, non ha pubblicato l’editoriale del suo Washington Post a sostegno di Kamala Harris e ha tolto da sotto la testata del giornale il motto «democracy dies in darkness», «la democrazia muore nelle tenebre», che era stato messo quando Trump fu eletto la prima volta e la situazione era meno grave.
La prima regola per non cedere ai despoti, scrive Timothy Snyder su “On Tiranny” è «non obbedire in anticipo». Mi pare che la prima regola sia stata ampiamente violata.
Scrive Snyder che «gran parte del potere dell’autoritarismo è ceduto volontariamente. In tempi come questi, le persone anticipano ciò che un governo più repressivo vorrà, e si offrono spontaneamente, senza che venga loro chiesto. Un cittadino che si adatta in questo modo sta insegnando al potere ciò che può fare».
Otre alle intimidazioni pubbliche nei confronti dei rivali, o degli avvocati dei rivali, i quali ora difficilmente troveranno qualcuno disposto a difenderli, mettendo a rischio il prossimo processo elettorale, Trump ha lanciato anche un messaggio preciso ai membri della Corte Suprema, tutti ex avvocati ed ex colleghi e spesso dello stesso giro sociale dei partner dei maggiori studi legali d’America.
Per completare il quadro, Trump ha anche inaugurato l’era dei rapimenti di studentesse o di ricercatori stranieri per strada, o in casa nel cuore della notte, colpevoli di aver espresso le loro idee, un diritto garantito dalla Costituzione. Rapimenti ed espulsioni, in alcuni casi nei confronti di persone che non c’entravano niente ma ugualmente spedite in galere di paesi centroamericani, eseguiti da uomini incappucciati come a Mosca, ad Ankara e a Teheran.
Tutto questo sta succedendo negli Stati Uniti, l’ex terra delle opportunità e degli uomini liberi, che oggi è guidata da un uomo autoritario e indifferente alle regole, circondato da un gruppo di oligarchi multimiliardari e di fanatici analfabeti.
Così muore la democrazia in America. Senza bisogno delle tenebre, alla luce piena del giorno.