Éros Brousson, dove sei stato finora? Perché non sei arrivato prima a spiegarci la vita? Ma anzi, neanche a spiegarla a noi, donne di questo secolo, che già conoscevamo la nostra vita e le nostre priorità e le nostre insofferenze: a spiegare tutto il pacchetto ai poveri, derelitti uomini; uomini che hanno, delle donne cui si rapportano accidentalmente o con maggior tentativo di stabilità, un’idea che nel migliore dei casi è ferma a Elizabeth Bennet e nel peggiore a Carrie Bradshaw.
Éros Brousson è un tizio che ha degli account social su cui parla di donne e d’altro, ha perfino del merchandising in vendita, su una felpa c’è scritto «Pazzesco che una volta si dovessero aspettare nove mesi per sapere se il figlio che si aspettava era maschio o femmina, adesso devi aspettare venticinque anni e non è neanche detto, magari poi è un unicorno o una maniglia».
Éros Brousson io non sapevo esistesse fino a ieri, quando il suo video dev’essere stato rilanciato da qualcuno, e improvvisamente era come se avessimo scoperto la forza di gravità: tutte mandavano lo stesso video ad amiche e conoscenti, e con tutte intendo tutte, trentenni, vegliarde, ragazze, mogli, zitelle, quelle che ogni tanto prendono una stanza in albergo nella loro stessa città per passare una notte senza i figli tra le palle e noialtre che ci siamo costruite accuratamente una vita a misura di Alberto Sordi, senza estranei a invaderci gli spazi.
Tutte si mandavano lo stesso video, e tutte chiedevano l’una all’altra: ma com’è possibile che sappia così in dettaglio come siamo e cosa vogliamo, ha delle spie? Vado a incollarvi parti del monologo broussoniano, che lui enuncia in inglese con fortissimo accento francese, ma giuro che non è solo questo a renderlo irresistibile.
«Alcune donne sono sole da così tanto tempo che quel che ti offrono non è più una vita sentimentale: ti concedono l’accesso in visita al loro impero come una regina riluttante che ti allunga un lasciapassare per una visita a tempo […] Pensi che vi fidanzerete? Dorme in diagonale da tre anni: non cederà quel territorio solo perché le hai tenuto la porta aperta e pagato il caffè».
Di tutte le indicibilità della mia vita adulta, quella che le donne non riescono proprio ad ammettere a voce alta, e gli uomini (porelli) non riescono proprio a capire, il non detto che giganteggia nelle conversazioni riguardo alla condivisione di spazio e tempo in coppia è: dormire insieme non è un segno d’amore, è un segno di liquidità insufficiente a procurarsi più metri quadri, e se non due appartamenti almeno due camere da letto.
Più del fatto che le donne i figli li fanno perché li vogliono gli uomini, più del fatto che l’industria della bellezza crollerebbe se non fosse per il ricordo di quando la bellezza era l’unica valuta a nostra disposizione, più di tutte le indicibilità riguardo alle specificità dei sessi, quella più inammissibile è: ma col cazzo che ti fermi a dormire.
Conosco donne che aspettano che lui cominci a russare e poi si trasferiscono nella stanza degli ospiti. Donne (più furbe delle prime) che fingono che la stanza degli ospiti sia la camera da letto principale, così il tizio, tanto carino e simpatico ma pur sempre uno cui non permetterò d’impedirmi di dormire in diagonale, così quel tizio lì resta a dormire lì, e io posso tornare in camera mia e passare la notte come non avessi un estraneo in casa.
Dividere il letto è quasi peggio che dividere il bagno, ma che non voglio tenere la pipì finché lui ha finito di lavarsi i denti è accettabile da dire, che non voglio dormire abbracciati fa di te un mostro anaffettivo, mica una donna adulta con delle priorità sensate in un secolo che le ha permesso di mantenersi da sola e quindi di non doversi assoggettare alle richieste maschili perché ne va della sua sussistenza. (Sì, lo so che ci sono uomini che, per una malintesa concezione dell’intimità o perché pensano che le donne del mondo reale somiglino a Nicole Kidman in “Eyes Wide Shut”, vi diranno che è bellissimo fare la pipì davanti alla persona che amate: date retta a zia, rimettetevi le mutande e fuggite).
Torniamo a Éros, che il dio dello spirito d’osservazione ce lo conservi. «L’energia che emana è “mi piace l’idea di te, ma la tua presenza fisica guasta un po’ la mia estetica”. Tu pianifichi una serata carina, e lei “Bella idea, ma potrei anche stare a casa, fare le pulizie, farmi dodici diverse maschere facciali, ordinare il sushi e non essere costretta ad ascoltare il respiro di un uomo”». (Per la precisione, Éros dice che lei fa una skincare routine in dodici passaggi, ma io quelle parole lì mi rifiuto di dirle). «Pure le sorprese romantiche sono rischiose: ti presenti coi fiori, ma lei si è già organizzata una serata con un bagno caldo di due ore, vino, “Orgoglio e pregiudizio” da rivedere in streaming. Jonathan, non sei parte dell’itinerario».
Lo vedo e lo piango, Jonathan, che diversamente da Éros proprio non se la aspettava questa svolta in cui «non sei in competizione con un altro uomo, sei in competizione col suo non dover spiegare niente a nessuno e non dover condividere le patatine» (sì, sto tagliando tutte le parti in cui Éros fa di questa tizia ideale una gattara con l’estetica Instagram, è un’operazione dialettica furba perché le donne medie ci si riconoscano, ma io gliela boicotto: passi “Orgoglio e pregiudizio” alla tele, ma la stabilità emotiva come punto a favore della solitudine no, Éros. Io la stabilità emotiva non so neanche cosa sia, ma lavoro da troppi anni per accontentarmi di metà del mio – peraltro costosissimo – letto: ci siamo anche noi che a rovinarci il divano non vogliamo un uomo che ci rovescia la birra, figurarsi un gatto che ci si fa le unghie).
Il fatto è che, a parte alcuni casi umani, questa non è una svolta: è così da parecchio tempo, ma le donne di norma tacciono ciò che temono le faccia sembrare poco femminili, per esempio il fatto di stare benissimo da sole. Ciclicamente, leggiamo libri, articoli, dibattiti social sulla grande rivoluzione di andare al ristorante da sola: sto cercando di non sentirmi in imbarazzo, sto cercando di superare la paura che mi guardino strano. Sono tutte puttanate. Lo sappiamo benissimo che non ci guarda nessuno. Non abbiamo nessuna ansia sociale (una delle definizioni più sceme inventate in questo secolo che passerà alla storia come quello a maggior densità di definizioni sceme) ad andare a cena da sole. È che abbiamo paura che, se diciamo quanto non abbiamo bisogno di essere in coppia per sentirci in pace, crolli l’impianto sociale.
«“Stai bene?”: sta benissimo, è felice, ha appena prenotato un viaggio da sola in Islanda, mentre tu stavi ancora componendo il tuo sudato messaggino del buongiorno». Conosco abbastanza gli uomini da sapere che potete anche fargli una cura Ludovico di visione di tutti i video di Éros, ma comunque penseranno che se non rispondete a un loro messaggio stiate mettendo un muso strategico per indurli a corteggiarvi di più, mica che stiate benissimo per i fatti vostri.
Li capisco, devo dirvi: abbiamo alimentato la loro convinzione d’esserci necessari per secoli. Le due donne più preoccupate del mio ingrassare che conosca sono due donne che hanno più di novant’anni, tutt’e due eccezionali ai loro tempi: donne che hanno avuto carriere in decenni in cui le carriere femminili erano unicorni.
La loro formazione è avvenuta in un secolo in cui le donne facevano le mogli, le amanti, le mantenute, e quindi a loro pare impensabile ch’io non m’affatichi a essere il più figa possibile: ai loro tempi, essere decorativa era questione di vita o di morte, se non lo eri non trovavi uno disposto a mantenerti, e come campavi? È interessante che questo condizionamento sia così forte in loro che non hanno avuto bisogno di uomini che le mantenessero: è come se la norma sociale d’epoca facesse premio su quella che è stata la loro eccezionale esperienza.
È la stessa cosa che succede ai poveri uomini. Per quanto Éros dica ai maschi che nessuna donna slava ti considererà un vero uomo, tu inutile attrezzo in scarpe da ginnastica: suo nonno attraversava un fiume durante una guerra mondiale avendo ai piedi un solo stivale, quello sì era un uomo – per quanto gliela spieghi facile, loro non ci crederanno.
L’altro giorno uno su Twitter (o come si chiama ora) mi ha detto che era certo che io pagassi dei giovani stalloni a scopo di copula. Mi ha fatto ridere, certo, ma se fossi una che si preoccupa di dove va la società lo troverei straziante. Essere un uomo di questo secolo, e non aver ancora capito che una cinquantatreenne benestante è disposta a pagare per toglierselo di torno, un uomo, mica per avercelo nel letto. Forse le analisi della crisi del maschio dovrebbero partire da qui: da quando hanno, poveri, smesso di capire il mondo. Forse la soluzione, alla crisi del maschio, è mandare Éros a spiegarglielo, il mondo nuovo.