I tuoi piedi sulla mia testaMassimo Coppola, il podcaster tappetino, e le polemiche in cerca di viralità

L’ex conduttore di Mtv è stato intervistato da un tizio che vorrebbe fare il cane sciolto, ma che non sa niente di niente (come del resto i suoi colleghi americani, che però sono di successo)

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«Cosa devo fare?», chiede a un certo punto il tapino conduttore rispetto a non so quale problema del presente. E l’ospite, crudele come può esserlo l’ospite d’un podcast condotto da uno il cui stile di conduzione è «coi tuoi piedi sulla mia testa», risponde: «Tu niente, perché sei irrilevante». Non è neanche il momento di peggior bullismo di quell’ora e spicci.

«Ieri parlavo col mio banchiere». «Forse bancario, “banchiere” mi sembra un po’ troppo: hai un banchiere tuo?». Il tapino neppure capisce la correzione, perché come tutti è un uomo di questo secolo in cui l’italiano non lo parla più nessuno: sta traducendo “private banker”. Non so se sia quello, il momento migliore del podcast di cui tutti avrete visto il finale, finale che sta su tutte le homepage e su tutti i social.

Del tapino conduttore non riesco a memorizzare il nome nonostante sia la seconda volta che ne parlo in questa paginetta: in quel podcast era andato anche Leonardo Caffo, il giovane pensatore che è stato famoso per un quarto d’ora perché doveva parlare a un festival culturale mentre un tribunale lo condannava per aver menato la moglie, e presenziare ai festival culturali è riservato a figure di specchiata moralità.

Non sono l’unica: la puntata dello scandalo comincia con l’ospite che gli chiede «come ti chiami», prima ci siamo presentati ma non mi hai detto il nome, e quello che subito tappetino inizia a giustificarsi, «io sono un po’ il tuo adepto», «ero proprio il tuo target», «una volta ti ho incrociato sui Navigli e avevo tanta voglia di venire a parlarti, ma ero timido», «è strano che ci sia io a fare un podcast così e non tu». Fosse un film di coppia, scommetterei che lui (l’ospite) mena lei (il conduttore) entro il secondo tempo, e il pubblico a quel punto simpatizza col carnefice: eh, beh, una così sottomessa, vuoi non metterle le mani addosso.

L’ospite, quello che se deve dire che c’è il divario salariale tra uomini e donne quel divario lo chiama «gap» e lo pronuncia «ghèp», è Massimo Coppola, che è uno di quelli che hanno anticipato i social lavorando a Mtv. Mtv realizzò in Italia negli anni Novanta il modello di celebrità che poi è divenuto normale nel secolo successivo: gente famosissima per chi la segue e del tutto ignota a tutti gli altri.

Quindi, se hai l’età di Massimo Coppola (che è mio coetaneo), ed eri troppo vecchia per guardare Mtv negli anni in cui andava di moda guardarla, Massimo Coppola non hai saputo chi fosse finché non è diventato famoso d’una fama di quelle che uno preferisce non avere, quella di titolare di una casa editrice, Isbn, che una decina d’anni fa è fallita in mezzo a molte polemiche di gente che non veniva pagata da un bel pezzo. Nulla di particolarmente sconvolgente in un paese in cui qualunque libero professionista passa molto più tempo a inseguire gente da cui aspetta dei soldi di quanto ne passi a fare il suo lavoro, ma insomma l’unica cosa per cui nel paese reale sia famoso Coppola.

Quindi, quando martedì ha iniziato a girare su ogni sito la scena di Massimo Coppola che se ne va indignato da questo podcast dicendo qualcosa come «i fascisti con me non parlano», io quasi ho pensato che il tapino gli avesse chiesto «ma li hai poi pagati i creditori di Isbn?», ma mi sembrava implausibile perché, come voi, vivo in questo decennio da abbastanza tempo da conoscere la regola del «certo, certo».

Il futuro, dice un mio amico saggio, è di quelli che non sanno un cazzo. La prima volta che gliel’ho sentito dire, parlavamo d’un tizio che fa i podcast, un tizio più di successo di questo tapino che ha intervistato Coppola ma ugualmente inattrezzato. Uno che, qualunque cosa dica l’ospite, intercala con l’unico intercalare dei podcaster: certo, certo.

Se l’ospite è Massimo Boldi, e dice che è solo per un pregiudizio antitaliano che Martin Scorsese non l’ha mai chiamato a recitare in un suo film, il podcaster risponderà «certo, certo» (in alternativa: «Ma dai, davvero?»). E lo so che c’è un problema di tono nella lettura, e che sia «certo, certo» che «ma dai, davvero?» possono sembrare risposte sornione, ma no, non c’è niente di ironico in questi «i tuoi piedi sulla mia testa» che un po’ non possono permettersi di essere sgradevoli come non può permetterselo quasi nessuno che abbia uno spazio fisso di interviste (se poi la gente smette di venire per paura di uscirne male, come lo riempi quell’incolmabile buco da duecento intervistati l’anno?), e un po’ non sanno un cazzo di niente, e quando non sai un cazzo di niente è difficile obiettare anche alle castronerie più evidenti.

E qui chi ogni tanto lo ascolta pensa a Joe Rogan, più famoso podcaster del mondo e titolare di contratti da centinaia di milioni con Spotify e YouTube. È Joe Rogan uno di quelli che non sanno niente? Certo che sì. Nella puntata con Douglas Murray di cui raccontavo un paio di settimane fa, a un certo punto Murray diceva che Trump aveva detto che la guerra l’aveva cominciata Zelensky, e Rogan strabuzzava gli occhi, ma veramente, ma non ci posso credere che abbia detto questo. Trump è il tema dell’ottanta per cento delle conversazioni di Rogan: quanto devi essere impermeabile perfino ai temi che t’interessano, per non conoscere bene neanche quelli?

Però in Joe Rogan, principale esponente dello schieramento del «certo, certo», c’è un’importante differenza rispetto ai tapini dei podcast di qui. Rogan è ricco. Spessissimo è più ricco dei suoi intervistati, quasi sempre è più potente di loro. Quando Trump va a farsi intervistare da lui, non è Rogan che ha bisogno di Trump: è viceversa. Rogan non contraddice gli ospiti perché, come gli psicanalisti da trecento euro l’ora, sta pensando ai fatti suoi. E sa anche che quelli saranno il più possibile brillanti perché sono nel posto più ascoltato del mondo, sa che tutti vogliono ben figurare con decine di milioni di streaming.

Coppola dice che a lui non interessano i social, cioè «i commentatori di cose altrui», ma quelli che fanno le cose, e il tapino non gli dice «ah, stiamo brasando così alcuni secoli di critica culturale, interessante». Non glielo dice perché non sa cosa sia la critica culturale, certo. Non glielo dice perché ancora Coppola non gli ha detto il primo «che domanda del cazzo» e quello non ha mica capito come va a finire (neanche quella menata nel film lo capirebbe), certo.

Non lo dice perché non si può permettere di dirlo: né come strumenti dialettici né come posizione di potere. Neanche Rogan direbbe a Coppola «ma che cazzo dici», ma non glielo direbbe per disprezzo, perché sta controllando una mail del commercialista, pensando al prossimo e più famoso ospite (tutto è in proporzione, quindi il suo Coppola sarebbe come minimo Francis Ford): non glielo direbbe per complesso di superiorità, mica d’inferiorità.

Il finale, dunque, non avviene perché il tapino non è stato abbastanza compiacente, anzi: non sapeva più come lusingare l’interlocutore, a un certo punto gli chiede persino «che prezzo hai dovuto pagare per essere come sei» (senso del ridicolo l’è morto).

Avviene perché il tapino si percepisce scomodo (pensa te), si percepisce controcorrentista (pensa te), e a un certo punto dice che nientemeno si è sentito «ghettizzato» (che vuol dire un’altra cosa da quella che intende, ma abbiamo già detto che l’italiano non lo sa più nessuno, perché dovrebbero saperlo i podcaster).

Racconta che il suo sarebbe dovuto essere podcast ufficiale di un grande festival culturale (perché si percepiscono cani sciolti ma bramano tutti le consacrazioni ufficiali e gli strapuntini nei festival e se non li invitano a presentare il loro libro al Salone di Torino si fanno venire una malattia psicosomatica). Ma il festival ha messo un veto alla loro candidatura perché, in quel podcast, non invitano abbastanza donne. E a quel punto Tapino Ghettizzato è insorto: mi è venuta voglia di non invitarne più per niente, vibra.

E Coppola invece di ridergli in faccia come ha fatto fino ad allora gliene dice di tutti i colori, pare il portavoce della Murgia, come puoi dire che esistano le pari opportunità, è come se si fossero fermati a Rosa Parks e dicessero che non c’è più la segregazione razziale perché hanno risolto il problema degli autobus, siamo a tanto così che me ne vado, hai detto una cosa fascista.

Secondo me Coppola s’è ricordato che aveva la pulizia dei denti e cercava un pretesto per andarsene, ma è comunque uno spettacolo straziante. Da una parte abbiamo Coppola, un retore piuttosto scarso, e dall’altra il tapino che voleva dire la cosa anticonformista ma non la sa pensare bene e quindi non la sa neanche dire bene, epperò si muove in un universo che l’ha illuso che épater les bourgeois basti, che se dici una cosa controcorrentista quella può essere pure imprecisa e sciatta, perché tanto ti arriveranno comunque i cuoricini.

Il che è vero la più parte delle volte. Solo che, con la stessa implacabilità del più puro che ti epura, c’è la volta in cui arriva quello che a prendere cuoricini ha cominciato negli anni Novanta, è più allenato di te, e sa anche qual è la parola di fine di mondo con cui vincere la partita. Fascista. Che, rispetto al contesto, è assai più imprecisa di «ammazza che polemista scarso che sei», ma vince in quel campionato orrendo in cui giocano i media che mirano ai cuoricini di giornata: la viralità.

Coppola esce urlando al tapino che la puntata deve mandarla in onda, e mandarla proprio così come s’è svolta, «sennò sono cazzi tuoi», e a quel punto lo spettatore ottimista spera in un sussulto di dignità del tapino, in un «sennò che fai, mi denunci per montaggio aggravato», in un «povero mitomane», ma niente, perché vogliono fare i cani sciolti ma poi l’unica risposta che sanno dare al bulletto di seconda media che dice «sennò sono cazzi tuoi» è: certo, certo.

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