Déjà vu Dopo il processo Pelicot, la Francia scopre un altro orrore protetto dall’omertà

Il chirurgo Joël Le Scouarnec è stato accusato di duecentonovantanove stupri e aggressioni sessuali a danno di bambini tutti sotto i quindici anni, tra il 1986 e il 2017. È il più grosso caso di pedofilia del Paese

AP/Lapresse

Chirurgo per oltre quarant’anni, Joël Le Scouarnec lavora presso diverse cliniche e ospedali, dal 1983. Nel frattempo, si sposa e ha tre figli tra il 1980 e il 1987. Il primo esercizio in una clinica di Indre-et-Loire coincide con i primi abusi su diciassette ragazze e un ragazzo, tra i due e i ventidue anni. Da lì, il chirurgo cambierà diverse cliniche sulla costa ovest della Francia, proseguendo con stupri e abusi fino al 2004, fino a raggiungere i duecentonovantanove casi. Nel 2005 viene fermato per la prima volta e condannato a quattro mesi per possesso di materiale pedopornografico. Malgrado la condanna continuerà a esercitare la professione di chirurgo per i successivi dodici anni.

Nel 2017, a Jonzac, la vicina di casa di Joël Le Scouarnec sporge denuncia per un atto di esibizionismo sessuale riportato da sua figlia di sei anni nei confronti di Joël. Cominciano le perquisizioni a casa del chirurgo. La polizia trova trentamila file tra video e foto pedopornografici categorizzati in zoofilia, scatologia o bambini nudi, oltre ai nomi di circa duecento pazienti ospedalizzati nelle diverse strutture dove lui ha esercitato durante la sua carriera.

Dalle dichiarazioni successive alle perquisizioni, verrà fuori come poco prima dell’arrivo delle autorità, Joël avesse nascosto settanta bambole ammanettate, sexy toy in silicone, parrucche e diari intitolati “taccuini neri”. Su questi, il pedofilo descriveva gli abusi e le aggressioni sessuali che avrebbe fatto subire a bambine e bambini tra operazioni chirurgiche e visite.

Incarcerato con detenzione provvisoria, il 3 dicembre del 2020 è condannato a quindici anni di prigione per violenze sui minori, esibizionismo, detenzioni di immagini pedopornografici, e altri crimini.

Il 24 febbraio è cominciato il terzo processo al chirurgo, giudicato in un’aula di tribunale creata appositamente per l’occasione a Vannes, dopo due anni di indagini e preparazione. Le sedute dureranno per quattro mesi e si concentreranno sui duecentonovantanove casi di abusi e aggressioni sessuali tra il 1989 e il 2014. Il primo mese di udienze è stato dedicato alle deposizioni dell’uomo: un percorso macabro tra i suoi diari segreti, gli oggetti e tutti i documenti ritrovati nella sua abitazione. «Mentre fumavo la mia sigaretta del mattino, ho riflettuto sulla mia perversione. A volte sono esibizionista, guardone, sadico, masochista, feticista e pedofilo. E ne vado fiero», recita uno dei suoi “taccuini neri”.

Qualche giorno fa, sono cominciate invece le deposizioni da parte delle vittime. Molte, troppo giovani al momento dei fatti, hanno scoperto degli atti criminali e del loro coinvolgimento nel processo dai file e dai diari trovati dalle autorità, oltre che alle ricerche negli ospedali in cui il chirurgo ha operato. Marion, oggi quarant’anni, ha detto che «depositando il racconto del suo trauma una volta per tutte, potrà chiudere questo capitolo e andare avanti». Aveva dodici anni quando è stata violata sessualmente da Le Scouarnec, dopo essere stata operata d’appendicite.

Il processo, come gli altri due precedenti, si svolge a porte chiuse, contrariamente ad esempio a quello di Gisèle Pelicot, rimasto aperto al pubblico e giornalisti dopo una decisione della stessa vittima, costretta ad abusi da parte del marito e altri ottanta uomini, per dieci anni.

Negli ultimi sei mesi, la Francia è stata teatro di due processi senza precedenti, Le Scouarnec e Pelicot. Il primo, a Vannes, vede un accusato e trecento vittime. Il secondo, a Mazan, conta una vittima e cinquantuno colpevoli. Entrambi i processi testimoniano di similitudini e files rouge tra chi sono le vittime e chi restano i colpevoli.

In primis, Joël Le Scouarnec, Dominique Pelicot e tutti gli altri uomini del caso di Mazan, sono uomini ordinari, con professioni normali e perfettamente integrati nella società, con tanto di mogli e figli. Nessuno dubiterebbe mai della professionalità di un medico chirurgo, come nessuno tituberebbe ad affidare i propri nipoti al nonno di famiglia.

Eppure, entrambi i casi dimostrano come l’aggressore può essere chiunque, proprio qualcuno che si nasconde tra le mura di casa o tra le sale di un ospedale. Uomini apparentemente normali che si nutrono di perversioni machiavelliche e macabre, collezionatori senza controllo delle loro conquiste con file digitalizzati e diari.

Entrambi i casi, poi, presentano le derive di una mascolinità tossica, dove certi uomini si impongono su corpi di donne e bambini, vittime scelte per la loro età, fragilità e vulnerabilità. Gisèle Pelicot, sedata con benzodiazepine e ansiolitici, risulta una vittima perfetta che non si accorge degli abusi, inerme davanti a decine di uomini che entrano in casa sua per usare esclusivamente il suo corpo.

I duecentonovantanove ragazzi, in media sui quindici anni, al centro del caso di Scouarnec, risultano vittime perfette poiché docili, vulnerabili, presi d’assalto dopo operazioni chirurgiche o durante visite specifiche, piccoli e con una memoria labile al passare degli anni. Solo con vittime più fragili, questi uomini si sono sentiti più potenti e capaci di sovrastare, imprigionando le vittime nel silenzio e rinforzando il loro sentimento d’impunità come aggressori.

Infine, entrambi i casi nascondono una zona d’ombra fatta di omertà e complicità. Da una parte, al processo Scouarnec, diversi medici, colleghi, direttori di dipartimento e di ospedali sanno di avere un pedofilo all’interno delle sale, come verrà fuori da inchieste e testimonianze. Segnalazioni non prese in considerazione, denunce scomparse o nascoste, sanzioni dissimulate… in molti nascondono i fatti per anni e lasciano che il medico continui a professare. Dall’altra, nel processo Pelicot, più di ottanta uomini su seimila abitanti della cittadina di Mazan si coprono a vicenda, oltre a essere protetti durante il processo da mogli e famiglie, complici di un reato di massa.

Più in generale, questi processi si iscrivono in dinamiche socio-culturali occidentali e francesi che hanno storicamente ignorato o minimizzato le violenze sessuali, creando terreno fertile per figure d’autorità, come medici, professori, genitori, che hanno sfruttato le loro vittime rimaste spesso invisibili. Sono casi sintomo di una distorsione dettata da strutture sociali, intellettuali e istituzionali che proteggono e spesso non intervengono.

Negli anni Settanta, molti intellettuali francesi auspicano affinché la pedofilia non venga condannata ma anzi concessa. Diversi deplorano l’influenza crescente degli psichiatri nei tribunali, sostenendo che si interessino troppo alle vittime, creando così una “vittomologia grave”, quando invece i bambini o i giovani hanno acconsentito ai rapporti. Sono discorsi che non scioccano la società, in un’epoca dove l’ossessione principale è di uscire dalle cornici sociale imposte e liberarsi da pratiche sessuali retrograde, concedendo più libertà, specialmente dopo le rivoluzioni del Sessantotto. La pedofilia e l’omosessualità sono messe sullo stesso piano, «se si vieta la prima, si causa meno libertà alla seconda».

Alcuni scrivono interi saggi sulla sessualità dei bambini, come Daniel Cohn Bendit, altri si dicono ossessionati da adolescenti e minori, come Claude François. È una minoranza di intellettuali e la maggior parte della società resta ferma sulla gravità di atti considerati criminali, ma nelle grandi capitali o nei piccoli villaggi la libertà assoluta, il lato trasgressivo e la capacità a cambiare le regole ha un ché di fantasioso e attraente.

È nel 1990, con il caso Dutroux in Belgio, che la pedofilia assume a tutti gli effetti i contorni e le sostanze di un atto criminale. Un uomo che rapisce delle ragazzine, le sequestra, le stupra e le uccide fa il giro del mondo all’epoca e scuote interi Paesi. Il caso di Scouernec comincia a concretizzarsi sempre di più proprio in quegli anni, senza venire mai a galla e portandosi dietro i discorsi degli intellettuali precedenti.

Più tardi negli anni, si concretizzerà in Europa e nel mondo quella che oggi viene definita cultura dello stupro, una credenza che vede la violenza come sexy e la sessualità come violenta, per cui si abbraccia l’idea che l’uomo sia strutturalmente un predatore e la donna una preda sessuale. Palpeggiamenti, riprese verbali, violenze sessuali, giustificazioni degli atti e la loro presentazione come fatti normali, tutto viene minimizzato o reso non credibile, costantemente messo in dubbio per sminuire la vittima. Il caso Pelicot, che arriva dopo, tra il 2011 e il 2020, si iscrive precisamente in questa dinamica.

Entrambi gli affaires, unici nel loro genere ma accumunati da un fardello socio-culturale decennale, sono sovrastati da sistemi legali e burocratici che si siedono sul sospetto delle vittime e delle loro convinzioni. La Francia si trova oggi ad affrontare non solo i casi singoli di abuso, ma anche le radici culturali e istituzionali che hanno permesso a questi crimini di rimanere nascosti e impuniti per così tanto tempo.

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