La menzione “senza…” su un prodotto può essere una leva di marketing potente. In Italia, ad esempio, secondo i dati raccolti da NielsenIQ ed elaborati dall’Osservatorio Immagino di GS1 Italy sui prodotti in vendita nei supermercati, tra quelli che mostrano una crescita delle vendite ci sono proprio quelli del mondo del free from, con in testa la dicitura “senza conservanti”.
Ora, succede che ultimamente l’industria del Tequila si trovi a confrontarsi proprio con un nodo legato alla menzione di alcuni additivi in etichetta.
Tequila è una Denominación de origen con relativo disciplinare e tutelata da un organismo di controllo, chiamato Consejo Regulador de Tequila, con sede principale a Jalisco (qui un approfondimento sulla produzione).
Secondo il disciplinare nel Tequila è ammessa l’aggiunta di additivi per modificare il colore, il gusto (in genere dolcificare) e la consistenza del prodotto, ma regolata entro determinati limiti. C’è una determinata categoria di additivi, chiamati abocantes (il cui nome viene spesso, per semplicità, utilizzato per riferirsi a tutti gli additivi) che possono essere aggiunti fino all’uno per cento nei Tequila delle tipologie Joven, Reposado, Añejo ed Extra Añejo (gli invecchiati, in pratica), senza che questo venga menzionato in etichetta. Si tratta di caramello, estratto naturale di rovere, glicerina e sciroppo di zucchero.
È importante chiarire una cosa: contenere abocantes non è indice di bassa qualità per un distillato. Sarebbe come dire che un Cognac è di bassa qualità perché può contenere caramello o che tutti i gin che non sono London Dry sono di bassa qualità. Bisogna semmai considerare il modo in cui gli additivi vengono usati, la qualità della materia prima impiegata e le varie fasi del processo produttivo. Tuttavia, la discussione attorno agli abocantes negli ultimi anni è cresciuta.
Nel catalogare le varie referenze di Tequila, il portale di informazione Tequila Matchmaker aveva iniziato a indicare anche la presenza o meno di additivi. Date le adesioni, lo scorso anno Grover Sanschagrin, co-fondatore del portale, ha lanciato la Additive Free Alliance (Afa), che è poi diventata un’organizzazione non profit per proporre un sistema di valutazione per i marchi di tequila, elencando quelli che non facevano uso di additivi. Una sorta di sistema indipendente di verifica.
L’obiettivo, dichiarato dall’Afa non era quello di creare una certificazione alternativa, né di indicare una differenza di qualità tra distillato con o senza additivi, bensì quello della trasparenza nell’informare il consumatore finale circa l’assenza di queste sostanze, che altrimenti non sarebbe stato possibile individuare (e probabilmente neanche percepire).
L’iniziativa non ha però incontrato il favore delle istituzioni, che hanno messo in guardia sull’utilizzo della menzione. In ottobre l’Afa ha deciso di togliere dal proprio sito l’elenco dei brand senza additivi, ma lo scorso marzo il Consejo Regulador ha intentato una causa contro l’Afa per presunta truffa nei confronti dei consumatori, tramite l’attuazione di un programma non autorizzato. In un’intervista a The Spirits Business, il commissario tecnico dell’ente di tutela, Martín Muñoz, aveva detto: «Siamo responsabili della supervisione del rispetto della Norma Oficial Mexicana. La dicitura “senza additivi” non rientra nell’etichettatura obbligatoria», e ha spiegato che la denominazione di origine è decisa dal Ministero dell’Economia messicano, e che il termine “senza additivi” è ritenuto fonte di confusione e fuorviante nei confronti dei consumatori. Un atto dovuto, insomma.
All’interno dell’industria la discussione resta e in passato non sono mancati i tentativi di avviare una certificazione di questo tipo proprio da parte del Consejo Regulador. Il tema sembrerebbe contrapporre soprattutto i produttori più piccoli a quelli più grandi, con i primi più favorevoli alla menzione free from in etichetta per valorizzare le proprie produzioni artigianali e i secondi apparentemente non troppo inclini, per il timore che i prodotti senza la menzione possano risultare svantaggiati. Non è difficile infatti pensare che i consumatori potrebbero legare la presenza degli abocantes a una questione di qualità.
Adesso però il pasticcio è comunicativo, perché da qualche anno a questa parte il tema degli additivi aveva già iniziato a rimbalzare, soprattutto tra i media di riferimento per il mercato statunitense, che è anche il più importante in assoluto per il Tequila.
Si starà a vedere come finirà la storia, certo è che se la consapevolezza sul prodotto da parte dei consumatori premium è in crescita, questo aspetto potrà difficilmente essere ignorato da parte dei produttori e, di conseguenza, delle normative. L’auspicio è che la questione si risolva nel rispetto dei consumatori e attraverso il dialogo tra gli opposti punti di vista.

