
Ieri ho corso la mia prima maratona. Eppure non so ancora rispondere alla domanda «Perché lo fai?», che tanti mi hanno posto nei mesi di allenamento che hanno preceduto la gara. Una delle persone a cui ho inviato la foto di me felice all’arrivo con la maglia da finisher, ha risposto: «Che hai vinto?».
Niente. Niente podio, soldi, regali. Per preparare una maratona, si fatica tantissimo, ma non si corre per vincere, a meno che tu non sia un top runner.
Quindi? Perché lo facciamo?
«Quando vedi migliaia di persone che si spingono felicemente in una gara che sarebbero anche autorizzate a non finire, inizi a capire che sta succedendo qualcosa di profondamente umano», ha scritto su The Atlantic Alex Hutchinson, giornalista-runner esperto di sport endurance, in un articolo titolato “The Paradox of Hard Work”. «Alle persone piacciono le cose davvero difficili» e «l’enormità di un compito» è spesso il motivo stesso per cui lo fanno.
Una spiegazione che viola ogni teoria sull’azione razionale, la selezione evolutiva e la teoria economica. Gli psicologi lo chiamano «Effort Paradox», il paradosso dello sforzo. Secondo questa teoria, lo sforzo compiuto aggiunge valore a quello che otteniamo, ma ha anche un valore in sé. Questo vale sia per lo sforzo fisico che per quello cognitivo. E si applica a ogni ambito delle nostre vite, dallo sport al lavoro.
Se ad esempio dobbiamo comprare un nuovo tavolino, abbiamo due opzioni: prenderne uno da Ikea, che poi dovremo montare; oppure acquistarne uno già pre-montato. Secondo quanto ha scritto Adam Smith ne “La ricchezza delle nazioni”, siamo disposti a pagare di più per evitarci il fastidio di viti, brugole e manuali di istruzioni. La legge del minor lavoro stabilisce che, date due scelte con esiti simili, qualsiasi persona sceglierà l’opzione che richiede il minor sforzo.
E allora perché i posti a disposizione per una maratona finiscono nel giro di due ore? E perché è così bello tagliare quel traguardo?
Diversi studi hanno scoperto in realtà che finiamo per dare più valore al tavolino che abbiamo montato pezzo per pezzo rispetto a quello già assemblato. E questa dinamica si applica al comportamento umano in diversi ambiti. Molti di noi vanno in montagna o fanno cammini faticosissimi senza aspettarsi di diventare famosi, fanno lunghi giri in bici per giorni o settimane senza puntare ad alcun podio. Così come ci sono quelli che preferiscono lavorare in piccole startup, dove si fatica e si impara di più, anziché in un comodo ufficio di una multinazionale o della pubblica amministrazione.
Prendiamo il Cammino di Santiago: puoi scegliere se farlo con lo zaino in spalla o no. C’è un servizio che trasporta i bagagli tappa dopo tappa, mentre cammini leggero. Eppure in tanti scelgono di camminare per ore con il peso dello zaino, perché il cammino non avrebbe lo stesso valore senza quell’ingombro.
Lo psicologo Michael Inzlicht, che ha teorizzato l’«Effort Paradox», spiega che diamo valore alle esperienze e ai risultati (e ai tavolini) proprio perché richiedono sforzo. E non «nonostante lo sforzo».
Una delle teorie per spiegare questo paradosso è che impariamo nel tempo che impegnarsi e lavorare sodo porta a risultati desiderabili e positivi. Ecco perché alcune persone vanno via dai luoghi di lavoro che non richiedono grande impegno o coinvolgimento, dove non si apprezzano gli sforzi fatti o ci sono capi che non sono in grado di dare dei feedback.
Ma, secondo Inzlicht, ci sono altre ragioni per cui lo sforzo funziona come ricompensa a sé. Fare cose difficili dà accesso a nuove informazioni sia su noi stessi che sul mondo. Se compri un tavolino, hai un tavolino e basta. Se ne monti uno, acquisisci anche conoscenze non solo su come vengono assemblati i tavolini, ma anche sulle tue capacità da montatore. Lo stesso vale sul lavoro. Cambiare mansioni, formarsi e impegnarsi di continuo per alcuni è molto importante. Anche se stare solo seduti otto ore alla scrivania oggettivamente richiederebbe uno sforzo minore.
Inzlicht spiega che fare uno sforzo «sembra essere la via principale, forse l’unica, per soddisfare alcuni bisogni, come i bisogni di competenza, padronanza e forse anche di autocomprensione». «Non puoi ottenere queste cose senza spingerti oltre», dice.
Insieme ai suoi colleghi, lo psicologo canadese ha anche sviluppato una scala chiamata Meaningfulness-of-Effort, che misura le differenze su come le persone percepiscono gli sforzi. «Alcune persone sono disposte a lavorare duramente, ma lo fanno per un senso di dovere e responsabilità», ha spiegato Inzlicht al New York Times. «Ma per altre persone – quelli che chiamiamo “joyful workers”, lavoratori gioiosi — l’impegno è ciò per cui vivono, che dà loro uno scopo».
Insomma, alcune persone sono naturalmente più inclini a fare sforzi rispetto ad altre. E le ricerche di Inzlicht e colleghi hanno rivelato che quelli che ottengono punteggi elevati nella Meaningfulness-of-Effort tendono a riportare livelli maggiori di soddisfazione nel lavoro e nella vita, guadagnano di più e sono più felici. La volontà di fare uno sforzo è importante, ma anche come ci si sente riguardo a quello sforzo conta. Nella maratona, come nel lavoro.
Uno studio appena pubblicato sul Journal of Experimental Psychology: General spiega che, in generale, quando si considera uno sforzo futuro, l’idea sembra poco allettante. Ma una volta completato il lavoro, quel maggiore impegno fa sembrare il risultato ottenuto più prezioso. Ma ci sono differenze tra chi si ferma davanti alla prospettiva di uno sforzo futuro e chi invece la preferisce, chi evita gli sforzi eccessivi e chi li trova stimolanti. Eppure gli scienziati spiegano c’è ancora tanto di sconosciuto sul perché ci siano persone che apprezzano impegnarsi e faticare tanto e altre che, davanti alla prospettiva di un duro lavoro, preferiscono starne alla larga.
Quindi, perché correre 42,195 chilometri rende così felici?
Vallo a capire.
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