Nell’estate del 2012, a dirigere il giornale per cui scrivevo arrivò una tizia cui stavo molto antipatica (strano, sono così amabile), e la prima cosa che fece fu interrompere il mio contratto di collaborazione. La premessa è per dire che, quando di lì a poco mi offrirono di scrivere un programma televisivo che si registrava a Roma, non potevo proprio permettermi di rifiutare.
Mancavano poche settimane ai miei quarant’anni, tuttavia ero già avantissimo con l’ozio (dice Brunori che la pigrizia bisogna chiamarla così, e io sono troppo Oblomov per contraddirlo). Mancavano quasi otto anni alla pandemia, tuttavia ero già predisposta al telelavoro, come lo chiamavamo quando parlavamo italiano; al work from home, wfh, come lo chiamano gli anglofoni; allo smartworking, come lo si chiama nell’analfabetese tanto in voga in questo derelitto paese.
Che bisogno c’è che venga continuamente a Roma, dissi, quando possiamo collegarci su Skype (è passato così tanto tempo che qualche giorno fa Microsoft ha annunciato che da maggio Skype non esisterà più, il che mi ha gettata nel panico perché io Skype lo uso ancora con una certa regolarità per chiamare il mio cellulare quando lo perdo dentro casa).
Ricordo bene l’irritazione dei lavoratori televisivi: come si fa a parlarsi se non sei qui, non si sente bene, non si vede bene, non si può creare a distanza. Otto anni dopo, erano tutti su Zoom. Un direttore di rete televisiva, dopo qualche mese di pandemia, mi disse che lui non avrebbe mai più preso un Frecciarossa, dopo aver capito quanto tempo si risparmiava a fare le riunioni a distanza, col solo svantaggio di vedere in primo piano i peli del naso della gente. Fu allora che cominciai a fare la ceretta alle narici, e non ho mai più smesso – ma non divaghiamo.
Venerdì sono andata a trovare un’amica negli uffici della sua nuova azienda. Erano semivuoti: mi ha spiegato che essendo venerdì molti erano in, mi scuso ma non posso mica cambiarle il lessico, smartworking. Mi è sembrato strano, perché ricordo che l’anno scorso lei voleva lavorare da casa e il suo capo le aveva detto di no perché se lo lasciava fare a lei poi volevano farlo tutti (i capiufficio hanno le stesse ragioni delle maestre elementari, pur non avendo a che fare con novenni).
Certo, mi ha detto, ma ora era cambiato tutto: essendosi spostati di sede, erano in un palazzo in cui tutti i dipendenti non ci sarebbero stati neppure volendo, quindi si faceva a turno, e a tutti toccava prima o poi lavorare da casa. Pensa che delizia, se hai dei figli o altri estranei dentro casa, e avere il tuo ufficetto era l’unico momento di civiltà della tua vita.
«Alcuni si sono presentati in ufficio e sono stati rimandati a casa. Altri non avevano un posto in cui sedersi». Lo dice il New York Times non dell’ufficio milanese della mia amica ma degli uffici federali in cui Trump ha rimandato gli impiegati che avevano negli ultimi anni lavorato da casa. L’idea di dover tornare in ufficio è stata accolta come una violazione dei diritti umani, il che fa abbastanza ridere perché, a parte coloro che fino a tre quarti d’ora fa ancora studiavano, il mondo è fatto di gente per cui lavorare da casa non è stata la norma per la maggior parte della vita lavorativa. Tuttavia adesso è diventata una vessazione, andare in ufficio, al punto che pare Trump conti su quello per ridurre il numero di stipendiati nella pubblica amministrazione: pur di non andare in ufficio, si licenzieranno.
È d’altra parte a questo che dovrebbe servire il Doge, il Department of Government Efficiency guidato da Elon Musk, recentemente visto con un cappello a forma di trancio di emmenthal su cui bisognerebbe scrivere grandi commedie non fosse che qualunque commediografo viene superato in corsia d’emergenza dalla realtà. Se non riesci a tagliare i costi licenziando gli inefficienti, complicagli la vita finché si licenziano per esasperazione. Se funziona, allora Musk può tornare alle sue aziende, come Trump ha buttato lì lunedì che prima o poi accadrà, facendo lanciare tutti in dietrologie assortite.
Il New York Times disegna, nel descrivere il ritorno in ufficio degli impiegati della Food and Drug Administration il 17 marzo, uno scenario praticamente postnucleare: ci sono le file per entrare nei palazzi, non ci sono abbastanza parcheggi, il bar non ha caffè per tutti, nei bagni non c’è la cartigienica, negli uffici non ci sono le penne. Sembra uno di quei casi in cui a una festa si presentano il doppio degli invitati previsti e finiscono i bicchieri. Ma i lavoratori saranno gli stessi che in quegli uffici ci avevano lavorato fino a prima del telelavoro: prima com’erano organizzati?
Un’impiegata che lavora su progetti riservati prima, da casa, poteva tenerli segreti, ma come farà ora che deve dividere lo spazio con gli altri? Ma che ne so, chiedetele come facesse prima. Ah no, l’hanno assunta che già si lavorava da casa. Chiedete a quelli che lavoravano prima di lei, saranno esistiti progetti riservati anche prima del 2020.
Ci vogliono novanta minuti per uscire da uno dei parcheggi del centro per la prevenzione delle malattie ad Atlanta: ma cos’è, il forum di Assago? Con che mezzi andavano a lavorare fino al 2020: col risciò? Gli uffici del centro, spiega il NYT, sono stati progettati perché sempre più gente lavorasse da casa: non era previsto andassero a lavorare in così tanti. Anche ad Assago hanno ridotto la capienza, d’altra parte.
Forse il mio caso preferito è quello di chi lavora per i servizi forestali e un ufficio non ce l’ha proprio mai avuto, essendo stato assunto quando già si lavorava da casa (ma chi lavora per i servizi forestali non dovrebbe stare nella foresta? Vabbè, non cavilliamo), e quindi ora ha ricevuto istruzioni di cercare un qualsivoglia ufficio pubblico in cui ci sia una scrivania pubblica, non necessariamente in un palazzo che sia di competenza del ministero dell’Agricoltura, «entro 50 miglia da casa» (comodo!).
Pare che però, cinquantesimo miglio a parte, in questi palazzi misteriosi nei quali questi forestali senza foreste si sono accampati siano stati tagliati i costi, dal wifi alla manutenzione, e quindi è difficile fare riunioni: un po’ perché Zoom non prende, un po’ perché i forestali si trovano a sturare gabinetti.
L’altro giorno mi sono messa con grandi aspettative a guardare “The Studio”, il nuovo sceneggiato Apple che dovrebbe fare la satira di Hollywood ma, a parte un favolosissimo Martin Scorsese nel ruolo di sé stesso, sembra un “I protagonisti” per gente troppo giovane e ignorante per sapere chi sia Robert Altman. Invece una satira di questa amministrazione americana in cui i forestali sturano gabinetti e il più ricco del mondo ha l’emmenthal in testa, di questi decisionismi alla “Mars Attacks!”, quella sì sarebbe grande intrattenimento. Speriamo che qualcuno si sbrighi a girarla.