
Il centrosinistra ha sempre creduto – non vogliamo dire sperato – che Giorgia Meloni prima o poi sarebbe andata in difficoltà sull’economia. Non sulla politica estera, tantomeno sui temi sociali o sulla sicurezza: no, il governo Meloni non saprà reggere i primi venti di crisi. Questo hanno detto tante volte Elly Schlein e gli altri capi e capetti del campo largo, più o meno genericamente. Vi insiste particolarmente Matteo Renzi, che come al solito ha visto le cose prima di altri giudicando la presidente del Consiglio sostanzialmente un’incapace (la famosa influencer del fortunato libro).
Effettivamente le cose non vanno bene, ma da mesi. Solo la propaganda fazzolariana veicolata dai Gian Marco Chiocci e dai Mario Sechi fa credere che l’economia italiana sia in salute quando i fondamentali dicono da tempo che il Paese è fermo. Dopodiché, in un quadro già stagnante, è accaduto il colpo di scena. Il punto di riferimento fortissimo della destra italiana, Donald Trump, ha deciso di incendiare l’economia mondiale con questa forsennata iniziativa dei dazi che da due giorni manda a picco le borse mondiali e getta una luce sinistra, si perdoni il bisticcio, sull’economia occidentale se non del pianeta.
Il governo Meloni palesemente non sa cosa fare. Tranquillizza, ma chi? Ieri la borsa di Milano se n’è infischiata del messaggio al bromuro della premier e ha perso il 6,5 percento mentre la Banca d’Italia stima l’impatto dei dazi in mezzo punto di prodotto interno lordo nell’arco di tre anni, cosa che porta a tagliare le stime di crescita per il nostro Paese: quest’anno quindi il Pil dovrebbe aumentare dello 0,6 percento, due decimi meno rispetto alle previsioni di dicembre. Le previsioni del Def saltano.
È chiaramente il momento più difficile per una premier che oltretutto non è esattamente padrona della materia e infatti non sa fare altro che buttarla sul buon senso: niente allarmismi, bisogna dialogare, e simili banalità. Meloni s’illude se pensa di avere qualche sconticino dall’amico della Casa Bianca, perché questa è materia tutta europea: saranno Ursula von der Leyen, Emmanuel Macron, Friedrich Merz a dare la linea, non esiste nessun rapporto preferenziale che possa aiutare l’Italia, tantomeno quello tra Elon Musk e Matteo Salvini, che lo ospiterà in collegamento al congresso leghista.
Gli esperti dicono che gli effetti della dissennata decisione annunciata da Trump nel Giardino delle Rose della Casa Bianca si faranno sentire seriamente nei prossimi mesi: non sappiamo se è vero ma se sarà così è evidente che il governo va verso una primavera di fuoco.
Le opposizioni fiutano che l’aria per Meloni è pesante: ovviamente nemmeno il Partito democratico e gli altri hanno bene idea di cosa fare, ma in questi casi il problema è di chi governa. Per ora si limitano a dire, giustamente, di guardare all’Europa come unica possibilità di competere con il re di Washington.
Si prende atto, dalle parti del Nazareno, del fatto che la situazione sta cambiando, che ogni scenario è possibile e ci si prepara a un cambio di fase. Questo è lo stato d’animo che si registrava ieri alla riunione a porte chiuse dei deputati dem a Casa Cervi, vicino Reggio Emilia. È trapelato che oggi Elly Schlein non andrà personalmente a portare un saluto alla manifestazione di Giuseppe Conte contro il riarmo, forse per timore di qualche fischio, forse per non dare l’idea di un appiattimento completo sulle posizioni del Movimento 5 stelle e dei cosiddetti pacifisti alla Marco Travaglio e Michele Santoro che dal palco diranno la qualunque. E tuttavia Schlein ha fatto una dichiarazione che se non è proprio d’amore ci va vicino: «Domani il Partito democratico parteciperà con una delegazione alla manifestazione promossa dal Movimento 5 stelle. Le nostre posizioni non sono le stesse su tutto, ma condividiamo una forte critica alla corsa al riarmo dei ventisette Stati europei e alle proposte di riarmo della Commissione e condividiamo invece la prospettiva verso una difesa comune europea, che non deve sottrarre risorse al sociale e alla coesione».
C’è dissenso sull’Ucraina, dice ancora Schlein con l’aria di chi vuole dire: e vabbè, pazienza. Ma soprattutto ci ha tenuto a tenere il punto politico: «Quando un nostro alleato va in piazza, al netto delle nostre differenze, noi diamo attenzione e ascolto, perché siamo testardamente unitari».
Insomma, l’idea furba è di mostrare compattezza (che è reale) tra Schlein, Conte e Nicola Fratoianni. Che poi questa unità si cementi su una linea contraria alla politica dell’Unione europea (e del Partito socialista europeo) evidentemente per il gruppo dirigente schleiniano poco conta. Va bene tutto, pur di provare a vincere. Il che poi è tutto da dimostrare, peraltro.