
Non è stato un attacco informatico a causare il vasto blackout che lunedì 28 aprile ha lasciato la Spagna e il Portogallo senza elettricità per ore, dicono le autorità. Non ci sono prove nemmeno di una responsabilità delle energie rinnovabili, ma tanti giornali – anche italiani – si sono comunque lanciati all’attacco, più per affermare un pregiudizio ideologico che per fornire un resoconto ragionato dei fatti. «Collegare l’incidente di lunedì alle rinnovabili non è corretto», ha dichiarato la presidente di Red Eléctrica, la società che gestisce la rete elettrica spagnola.
Cosa sia successo esattamente, tuttavia, non è ancora chiaro. Intorno alle 12:30 del 28 aprile si è verificata un’oscillazione della frequenza sulla rete elettrica spagnola, che deve rimanere – come nel resto d’Europa – a cinquanta hertz; questa oscillazione ha portato automaticamente il sistema a “staccare” dalla rete alcuni impianti energetici per ragioni di sicurezza.
Non ci sono certezze, ma pare che la fluttuazione della frequenza fosse dovuta a un improvviso crollo di generazione in un paio di impianti situati nella Spagna sud-occidentale, una regione dall’abbondante produzione fotovoltaica, peraltro a mezzogiorno.
Che si verifichino delle oscillazioni di frequenza sulla rete non è raro, comunque: di solito vengono risolte con una richiesta di aumento o di decremento della generazione energetica. Sembra però che in questo caso non si sia riuscito a fornire alla rete elettricità aggiuntiva in breve tempo, e così il sistema è collassato.
Considerato che in quel momento il mix elettrico spagnolo era composto all’incirca al sessanta per cento dal solare, al dodici per cento dall’eolico, all’undici per cento dal nucleare e al tre per cento dal gas, gli “anti-rinnovabilisti” hanno cercato di esibire l’alta quota di generazione non programmabile (sopra il settanta per cento) come una prova della totale inaffidabilità delle rinnovabili.
Non essendo nota la causa scatenante del problema che ha condotto al blackout, è impossibile mettere sotto accusa i parchi solari. Quando nel febbraio del 2021 il gestore della rete elettrica del Texas fu costretto a interrompere le forniture, non si parlò – giustamente – di inaffidabilità dei combustibili fossili: la causa dei blackout fu il freddo intenso, che bloccò le centrali a gas sulle quali si basava il mix.
Affermare che le rinnovabili non abbiano provocato il blackout spagnolo, però, non significa negare che possano aver avuto un ruolo. Come ogni fonte, hanno pregi e difetti: da una parte, non emettono gas serra e hanno costi marginali bassissimi; dall’altra, non producono in assenza di sole e vento e in presenza producono tutte assieme.
Un’altra loro criticità è che, al momento, è più difficile gestire un sistema elettrico ad alta penetrazione di rinnovabili rispetto a uno dominato da fonti “tradizionali” come il gas e il nucleare. Questo perché gli impianti solari ed eolici, a differenza delle centrali a gas e nucleari, non sono dotati di turbine sincronizzate con la rete: la rotazione di queste turbine garantisce inerzia alla rete, permettendo cioè a quest’ultima di mantenere stabile la frequenza.
L’inerzia, semplificando molto, rende più resistente la rete e aiuta a mantenere in funzione tutto il sistema nel caso in cui dovessero verificarsi degli scompensi tra l’energia in entrata e quella in uscita. Nei momenti precedenti al blackout, la rete elettrica spagnola era in una situazione di bassa inerzia perché i parchi solari ed eolici le fornivano il settanta per cento dell’energia, e quindi era vulnerabile agli imprevisti; un imprevisto si è effettivamente verificato, ma non ne conosciamo ancora la natura.
La vicenda del blackout spagnolo, il più grande in Europa negli ultimi vent’anni, non è un avvertimento sulla pericolosità delle rinnovabili, bensì un’occasione per ragionare sulle modalità ottimali della loro integrazione nei sistemi elettrici e sull’aggiornamento tecnologico delle reti. La stessa Red Eléctrica, nel suo ultimo rapporto annuale, parlava proprio dei rischi di «disconnessioni della generazione dovute all’alta penetrazione delle rinnovabili senza le capacità tecniche necessarie per un comportamento adeguato in caso di disturbi».
L’assenza di centrali a gas (che però emettono CO2) e nucleari (che non emettono gas serra) «implica una riduzione della potenza stabile e delle capacità di bilanciamento del sistema elettrico, nonché della sua forza e inerzia», si legge. «Con un importante afflusso di energia intermittente la resilienza delle reti è fondamentale», ha dichiarato Chiara di Mambro, direttrice strategia Italia ed Europa del think tank Ecco. «Probabilmente, questi livelli di resilienza sono in divenire e non coprono il sistema in modo uniforme».
Per stabilizzare la frequenza anche in un sistema a elevata penetrazione di fonti rinnovabili – sprovvisto o quasi, dunque, di capacità rotante – si possono utilizzare dei particolari dispositivi elettronici chiamati inverter grid-forming.
Si chiamano così perché “formano la rete”, a differenza degli inverter grid-following che “seguono la rete”, allineandosi alla sua frequenza: questi ultimi sono i più diffusi ma non sono adatti agli impianti eolici e solari. Tra i compiti degli inverter c’è la conversione della corrente in uscita dai pannelli solari (che è corrente continua, mentre la rete elettrica è in corrente alternata) e la variazione della frequenza (più bassa e variabile) delle turbine eoliche.