Da oggi sentiremo pronunciare l’extra omnes e tutto il mondo sarà messo alla porta della Cappella Sistina in attesa di scorgere del fumo bianco dal suo comignolo. La nomina di due vescovi da parte del Partito Comunista Cinese, l’autocandidatura sorniona di Donald Trump e la colazione di Emmanuel Macron con i cardinali francesi basterebbero da sole per un sequel dei romanzi di Dan Brown o delle serie tv di Paolo Sorrentino. In questa fase ogni battito d’ali di farfalla può scatenare un uragano. A Giuseppe Siri costò lo zucchetto bianco l’intervista di un giornalista insistente, incontrato per caso la sera prima del Conclave dell’ottobre del 1978.
Nei giorni scorsi gli amboni delle chiese, le rassegne stampa (con le veline sulla salute dei papabili) e gli studi televisivi sono stati il teatro di una sommessa campagna elettorale con la quale i porporati hanno provato a lanciarsi messaggi a vicenda nel tentativo di allargare il perimetro a sostegno dei propri favoriti.
Chiunque ambisca all’anello del Pescatore sa bene di doversi comportare come se fosse restio a bere l’amaro calice, per sottrarsi alle insidie di coloro che anelano al camauro (copricapo simbolo del Vescovo di Roma). Nelle settimane precedenti, alcuni si sono messi in vista tacendo, altri hanno perso terreno eccedendo in zelo di attivismo, i restanti si sono avvicendati negli interventi delle Congregazioni generali. Questa assise non è mai stata così affollata ed eterogenea. Eppure, come ha spiegato il vaticanista Luis Badilla, mai prima d’ora i porporati si erano conosciuti meglio grazie alla comunanza delle fonti di informazione e alla facilità degli spostamenti aerei e delle comunicazioni telematiche.
I tedeschi, gli statunitensi e gli africani spingono in direzioni opposte sulla morale sessuale e il ruolo di laici e religiose. Gli oceaniani e gli asiatici premono per una Chiesa samaritana. Gli europei sono allarmati dal prosciugarsi di fede e vocazioni e dalle limitazioni alla messa in latino. Confidano che per trovare il pastore della Chiesa universale si guardi nuovamente al Vecchio Continente, che sebbene il più ferito è ancora l’ago della bilancia, disponendo anche di un’egemonia culturale tramite le sue università pontificie.
L’adesione alla legge canonica e alla sinodalità nel governo della Chiesa, le modalità di esercizio del primato papale, la postura da tenere nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, la pedofilia, il riassetto della governance economica e del corpo diplomatico della Curia, l’esigenza di sciogliere le contrapposizioni interne e trovare un linguaggio nuovo per risvegliare la nostalgia del cielo in un mondo nichilista e atomizzato sono preoccupazioni che albergano nel cuore di ognuno.
Secondo Badilla, «i papabili più credibili sono europei: Parolin (ex Segretario di Stato) ed Erdő (primate di Ungheria). Su quest’ultimo potrebbero convergere i meno affini col magistero di Bergoglio. Oltre Parolin, Zuppi e Pizzaballa potrebbero essere i candidati del campo bergogliano, tuttavia Pizzaballa sconta lo svantaggio di poter esercitare un pontificato molto lungo. Coloro che si posizioneranno nei primi 3 posti al primo voto saranno i veri papabili». Per Giovanni Maria Vian (ex direttore de “L’Osservatore Romano”), il vescovo di Stoccolma Arborelius «sarebbe il candidato ideale, nato luterano e uomo di frontiera nell’eterogenea società svedese».
Ad avviso di Vian e Badilla, i kingmaker di questo conclave vanno cercati tra l’arcivescovo emerito di Hong Kong Zen (critico sull’accordo con la Cina), il decano del Collegio cardinalizio Re, il Camerlengo Farrell (punto di riferimento del clero statunitense), l’arcivescovo di Barcellona Omella (capofila degli spagnoli e dell’America Latina) e l’arcivescovo di Marsiglia Aveline (alla testa dei cardinali francofoni). Becciu, se ammesso al voto, sarebbe stato l’elemento imponderabile in grado di sovvertire l’aritmetica dell’abaco.
In merito al ruolo svolto in questa partita dal Paraclito, un cardinale nel 1997 non ebbe timore di prendere il toro per le corna: «[…] Ci sono troppi esempi di Papi che evidentemente lo Spirito Santo non avrebbe scelto». (J. Ratzinger).
L’ispirazione volta alla salvezza delle anime è solo una metà della storia. Il Conclave è pur sempre un’elezione di secondo livello, in cui dei delegati scelgono per elezione un monarca assoluto e senza dinastia. Nonostante le notevoli differenze, possono farci comprendere meglio le dinamiche di questo processo alcuni aspetti dell’elezione del presidente della Repubblica Italiana (in cui non sono ammessi programmi né dibattiti), del re della Malaysia (su delibera dei nove sovrani degli Stati della federazione malese), del principe ereditario dell’Arabia Saudita (attraverso il Consiglio di Fedeltà), del presidente degli Emirati Arabi Uniti o dell’ayatollah iraniano (per mano dell’Assemblea degli esperti). Questo metodo di selezione è straordinariamente lineare se si pensa ai sistemi di elezione coevi (il nucleo duro di norme sul Conclave risale al 1274). Si pensi all’alternanza di cinque sorteggi e altrettante votazioni previste per la scelta del Doge di Venezia.
È naturale che i cardinali negozino priorità, risorse e assetti futuri. La particolarità di questa elezione è che gli elettori di ciascun Papa sono ogni volta in massima parte scelti dal suo predecessore. Ma un conclave bergogliano non si traspone in automatico in un papa bergogliano. Il collegio cardinalizio plasmato da Benedetto XVI elesse Bergoglio, creato cardinale da Wojtyla, e il conclave del 2005 scelse Ratzinger, su cui impose la porpora Paolo VI. Questo salto di turno deriva dal fatto che spesso i futuri pontefici non vengono eletti nel conclave in cui si sono fatti notare maggiormente (perché giudicati troppo giovani) ma in quello successivo.
Dopo trentatré scrutini, la scelta si restringe ai due candidati che hanno ricevuto più voti nell’ultima tornata. Questo meccanismo potrebbe essere sfruttato da una minoranza di blocco per fare leva sul paradosso di Condorcet, in virtù del quale al ballottaggio si hanno esiti diversi in funzione del terzo escluso. I sostenitori del candidato di punta potrebbero prestare alcuni voti a uno sfidante più debole, in modo da affrontare una partita più semplice allo spareggio.
Per quanto aspro sarà il confronto non ripoterà in vita i tumulti che caratterizzarono i passaggi di testimone nei secoli passati. Nel 530 Felice in punto di morte impose il pallio a Bonifacio II, rendendolo papa, ma sessanta dei settanta presbiteri romani, poi colpiti da anatema pontificio, consacrarono lo stesso giorno in Laterano l’antipapa Dioscuro. Nel 997 Gregorio V, tramite Ottone III come braccio esecutivo, fece mutilare, accecare e sfilare nudo in groppa a un asino l’antipapa Giovanni XVI, colpevole di averlo destituito. Crescenzio II, il capo della nobiltà romana che aveva fomentato la defenestrazione del papa legittimo, fu decapitato e buttato giù dai merli di Castel Sant’Angelo.
Nel conclave di Viterbo del 1268-1271 non bastò la calata su Viterbo del re di Francia, del monarca delle Due Sicilie e del principe di Inghilterra per smuovere i cardinali, impietriti dal ricordo degli sforzi gargantueschi di Federico II per sequestrare i loro predecessori. Al conclave del 1378 l’atmosfera era così distesa che Roberto di Ginevra, “il boia di Cesena”, indossò una corazza militare sotto la veste da porporato mentre il collega Pedro de Luna fece testamento e il cardinale Lagier si presentò col confessore. Nella fase finale dello Scisma di Occidente si arrivò ad avere in contemporanea tre papi rivali, l’obbedienza alternativa ai quali spaccò all’interno gli stati nazione europei e ne ricompose i frammenti in modo inedito e transnazionale. Nel 1799, dopo la morte in catene (e per sei mesi senza sepoltura) di Pio VI, i cardinali, dispersi e smarriti, dovettero riparare a Venezia per sottrarsi alle incursioni francesi durante il Conclave.
Ancora nel 1903 l’imperatore d’Austria, rifacendosi al Privilegio di Ottone, esercitò il veto – lo ius exclusivae dei monarchi cattolici – sul Segretario di Stato Rampolla.
Per quanto bramato dall’esterno, il pontificato è una mannaia che soverchia di lavoro il prescelto. Non tutti i vescovi di Roma hanno perdonato i loro colleghi per averli eletti. Benedetto IX si dimise tre volte (la seconda vendendo la carica, forse per sposarsi). Celestino V, ricevuta la notizia dell’elezione sul Monte Morrone, provò a fuggire e poi scoppiò sofferente in lacrime. Riuscì invece a scamparsela il frate Filippo Benizi che subodorata l’intenzione dei cardinali di elevarlo al soglio petrino scappò in una grotta sul Monte Amiata.
Giovanni Paolo II pare invece che la prese benissimo. Secondo il vaticanista John Allen, Wojtyla la sera in cui fu eletto stappò a cena bottiglie di Champagne insieme ai cardinali, mentre intonava canzoni popolari polacche.