
Tutti parlano del grande cambiamento. Ma cosa è cambiato per davvero? Non è lo scontro tra democrazie e autocrazie, perché questo ha accompagnato tutta la storia moderna e tutto il ventesimo secolo. Dal tempo della rivoluzione bolscevica e delle rivoluzioni nazi-fasciste, le democrazie si sono sempre misurate contro avversari esterni, li hanno battuti, vinti e si sono diffuse e affermate a cominciare dalle nazioni che avevano scatenato il secondo conflitto mondiale (Germania, Italia, Giappone). Le democrazie e autocrazie hanno continuato a contendere anche durante la Guerra fredda, fino al crollo del Muro di Berlino e all’autoscioglimento dell’Unione sovietica, quando più o meno ingenuamente si è sperato che ci sarebbe stata una nuova ondata, definitiva, di democratizzazione.
La novità del nostro tempo è un’altra: è la rottura tra nazioni e dentro le nazioni dell’Occidente. Da anni negli Stati Uniti e in alcuni paesi europei è venuta crescendo la contestazione e l’erosione dei fondamenti dell’Occidente, e cioè la libertà individuale, la democrazia e la solidarietà sociale. Principi un tempo comuni a tutto il mondo occidentale, da cui gli Stati Uniti di Trump si stanno allontanando brutalmente. Parallelamente, in Europa crescono movimenti aggressivamente nazionalisti, reazionari e persino razzisti.
È presto naturalmente per dire se si tratti di una rottura definitiva – tutti ci auguriamo che non lo sia. In ogni caso, bisogna guardare in profondità per capire di che si tratta. Se vengono meno gli equilibri propri di una democrazia liberale e in suo luogo si impone una oligarchia che non rispetta le libertà costituzionali e la separazione dei poteri, sfumano le differenze sostanziali rispetto alle dittature. Il capitalismo predatorio genera enormi disuguaglianze di reddito e di ricchezza e ha come conseguenza la plutocrazia. Quando la concentrazione di ricchezza supera ogni limite anche quelli di mercato che imporrebbero la concorrenza e queste distorsioni tracimano dalla sfera privata a quella pubblica, si rompe il contratto sociale. Allora si allarga il solco con le aspirazioni alla giustizia sociale e con la democrazia, quella liberale e costituzionale, che invece si regge su un insieme di regole e di vincoli comunitari entro i quali – e non oltre i quali – si esprime la volontà popolare.
Perché siamo arrivati qui? L’incubazione è stata lunga: si paga una fase prolungata – negli Stati Uniti e soprattutto in Europa – in cui la dialettica è stata quella tra tecnocrazia e populismo che già conteneva tutte le insidie future. La distanza tra le promesse della globalizzazione e i suoi effetti sulle persone reali ha frantumato la fiducia nel sistema. Europa e Stati Uniti per reggere la concorrenza dei paesi emergenti hanno frenato l’ascensore sociale e questo ha aumentato la povertà, l’impoverimento e quindi la disaffezione. I luoghi della decisione sono diventati globali e lontani, la capacità di intervento della politica nazionale ne è stata annichilita.
C’è una grande responsabilità della politica liberale, socialista, democratica: più volte essa si è impigrita, illudendosi di stare dalla parte giusta di un cambiamento inevitabile. Se innovazione politica c’è stata, è stata soltanto e in forme discutibili sulle questioni dei diritti civili o su un approccio astratto e controproducente ai temi dell’immigrazione, che ha ignorato il malessere della parte più povera della popolazione e non ha risolto il problema dell’integrazione. Queste politiche hanno provocato la polarizzazione e il distacco delle masse dalla politica democratica. Ci si è rifugiati in battaglie minoritarie e di indignazione, invece di trovare e rinnovare gli argomenti per difendere e estendere le conquiste di libertà, solidarietà, democrazia. È mancata una comprensione del cambiamento che attraversa lo stesso mondo occidentale così come degli effetti dell’innovazione tecnologica e della comunicazione sulle piattaforme online sulle quali prevalgono punti di vista estremi, rozzi ed elementari e prevale l’individualismo che distrugge il fondamento comunitario, alla base del confronto democratico. Il risultato è che tante persone si sentono disorientate e non rappresentate. Oggi una parte, anche importante, dell’astensionismo è costituito di persone che rigettano quelle politiche.
L’aumento dell’astensionismo, il populismo di destra e di sinistra e il riemergere della tentazione totalitaria sono facce della stessa crisi. L’avvento al potere di Trump e della nuova oligarchia è la conseguenza di un guasto più profondo che intacca il sistema alla radice e alimenta la distanza con l’Europa.
Ora l’Europa è sola, o più sola. Ha perso il suo principale alleato. La priorità delle priorità è la sicurezza. Questa esigenza, già sottovalutata in rapporto al crescere di fenomeni di violenza e criminalità, ora non va sottostimata nella dimensione maggiore che è quella del rispetto dell’intangibilità delle frontiere, dei confini.
Che fare? La risposta è fare politica. Come? Non replicando le illusioni della globalizzazione. È il momento di DARE. Dare perché per troppi anni la politica si è preoccupata più di prendere (voti, consensi, visibilità) che di offrire risposte nuove a problemi nuovi. Dare perché bisogna riaccendere tutti i circuiti della cittadinanza attiva, nei corpi intermedi, associazioni, sindacati, volontariato, e soprattutto strutture di base. Pensare, scrivere e comunicare, associarsi, agire per dare vita a un progetto umano, capace di guidare, governare e quando necessario anche contrastare la distorsione della democrazia e la verticalizzazione del potere. È il momento di DARE perché Democrazia, Autonomia strategica, Riforme, Europa devono tornare a essere al centro del nostro impegno politico. Non è facile ma è l’unica cosa possibile. Dobbiamo convincere i cittadini a comprendere che tutti possono fare la differenza se si impegnano a fare la differenza, che siamo tutti insostituibili, pezzi unici ciascuno con le sue specificità e peculiarità. Non c’è speranza senza lotta.
Dobbiamo far prevalere il bene comune e l’interesse generale sugli interessi e le visioni particolari, partitiche, partigiane. Questo richiede una presa di coscienza la più diffusa possibile della posta in gioco. Cominciamo con l’affrontare la minaccia incombente sull’Ucraina e con l’attacco all’Europa. Non possiamo girare la testa dall’altra parte se l’Ucraina è costretta alla resa e ad essere smembrata. Non dobbiamo piegarci alla menzogna dei sovranisti e dei populisti. La sovranità europea ci tutela. Il sovranismo nazionale ci mette fuori dalla storia.
Pensare il bene comune non significa inventare nuovi dogmi o imporre obiettivi irrealistici come è avvenuto con la transizione ecologica declinata senza tenere conto della crisi industriale e dell’impatto sociale. Pensare il bene comune vuole dire riconoscere gli errori compiuti sul fatto che l’esportazione dei mercati avrebbe con ciò stesso garantito l’avvento di sistemi democratici. Significa cercare di intercettare l’interesse se non di tutti almeno della maggioranza, invece di coltivare orticelli identitari e poi illudersi di sommarli.
Dare significa darsi da fare: per difendere la democrazia, per preservare l’impianto sociale che ha animato l’Europa degli ultimi ottant’anni, per arginare una deriva sempre più insostenibile della politica italiana e non solo. A difendere i pilastri del nostro sistema occidentale sono persone di estrazioni politiche e ideologiche diverse, con grandi differenze e ognuna con la propria identità. Non si tratta quindi di annacquarle o di fingere che queste differenze non esistano. Si tratta invece di trovare un modo e un luogo per valorizzarle e per condividere una battaglia politico ideale sulle cose più importanti.
Dare nella sua accezione inglese significa osare: uscire dalle dicotomie degli anni passati per creare un luogo in cui si immaginano nuove proposte, nuovi modi di comunicare e di costruire idee. Un luogo di discussione franca, laica, persino eterodossa.
Cento anni fa, di fronte alle tragiche conseguenze della guerra e agli sconvolgimenti della scena interna e internazionale la politica democratica italiana non seppe rinnovarsi e venne travolta. Contro il populismo e le tentazioni totalitarie ci vuole fermezza e vigilanza ma guai a cadere dell’intolleranza e nel settarismo. A questo si ispira la nascita del Circolo Giacomo Matteotti. Non siamo un circolo di parte, un organismo collaterale a qualche partito, né vogliamo essere un partito o un movimento. È un luogo per DARE. Siamo credenti e non credenti, liberali e socialisti, moderati e progressisti; alcuni tra noi militano nei partiti e altri vorrebbero riavvicinarsi alla politica; ci uniamo perché abbiamo un interesse comune che sovrasta tutti gli altri che è quello della solidarietà nazionale europea, dell’unità nazionale e dell’unità dell’Europa.
Ci rivolgiamo alle persone di buona volontà che vogliono un’Italia libera e forte in un’Europa libera e forte. Vogliamo rifarci ai circoli di cultura politica per animare un dibattito franco, irriverente, che scarta di lato e che ci aiuti a ritrovare la strada per vivificare la democrazia, rafforzare l’Europa e la sua autonomia, riprendere in mano le riforme necessarie a unire l’Italia. Un dibattito che vogliamo fare partendo da Milano, città dove la cultura riformatrice ha animato alcune delle migliori esperienze di innovazione politica e dove l’incontro tra società, intellettuali, politica ha prodotto rinnovamento e energie. Lo facciamo, sperando di essere seguiti da iniziative analoghe in altre parti di Italia.
Abbiamo scelto di farlo ispirandoci a Giacomo Matteotti, esempio fulgido di una politica che si misura con i problemi del proprio tempo, una politica concreta come era concreto il lavoro che faceva per formare le classi dirigenti del futuro a partire da quelle dei piccoli comuni, delle leghe dei sindacati, del partito stesso.
A chi non crede
A chi è sfiduciato
A chi non vota pur sapendo che sarebbe importante farlo
A chi guarda con angoscia alle nubi della storia che si addensano all’orizzonte
A chi vorrebbe impegnarsi per l’Europa unita ma non sa come fare
A chi è stanco di una politica di giornata
A tutti noi diciamo
Associamoci per l’Europa federata e sovrana; per l’Ucraina libera e indipendente; per l’Italia democratica e solidale.
I promotori del circolo Matteotti: Piervito Antoniazzi, Francesco Ascioti, Pietro Bussolati, Francesco Caroli, Paolo Costanzo, Benedetto Della Vedova, Alessia Del Corona Borgia, Emanuele Fiano, Massimo Ferlini, Dario Forti, Marco Ghetti, Claudio Martelli, Lisa Noja, Alberto Pontara, Lia Quartapelle, Christian Rocca, Mario Rodriguez, Sergio Satriano, Sergio Scalpelli, Augusto Schieppati, Elisabetta Strada, Marco Taradash, Simona Viola, Luca Zambon.
