
A 33 anni appena compiuti, una riflessione da anziana.
Questa positivity forzatissima ad ogni costo della serie “amo il mio lavoro!”
“Ama quello che fai e non lavorerai un giorno della tua vita”.
“I miei colleghi, la mia famiglia”.
Sono messaggi mistificanti e soprattutto ci allontanano dalla realtà dei fatti, e se il nostro settore oggi è in crisi non è colpa del fine dining, bensì di questa retorica falsissima dove devi essere felice fino alla nausea, dimenticandoci che essere chef è, sì, tantissime cose, ma in primis è un mestiere, anche molto duro.
Cucinare per me è fondamentale, mi permette di esprimermi, mi rende libera, ma per anni ho pensato che bastasse essere appassionati ma, spoiler: con la passione non ci campi, anzi se non la sai gestire ti logora.
Non è un mestiere facile, è usurante e a volte i nervi non reggono, a volte crei un piatto che fa schifo, a volte lavori come un cane per poi fare un servizio di merda.
Succede e alle nuove leve bisognerebbe insegnare che è un impegno, svegliarsi ogni giorno e fare qualcosa per qualcuno che non ci conosce e ci paga per un servizio, che serve pragmatismo, che non si può sempre sognare, perché a forza di parlare di sogni e passione ci ritroviamo ad essere, oggi, una delle categorie di lavoratori con meno tutele.
Bisognerebbe smetterla di far credere che sia sempre bello perché la passione ci muove, e forse cominciare a vederlo per quello che è, un lavoro con i suoi pro sicuramente, ma altrettanti contro.
Che poi questa roba le nuove generazioni la capiscono eccome, siamo noi che siamo cresciuti col pensiero tossico che un ristorante sia la famiglia a cui devi voler bene per forza.

