«Il suo problema non può diventare un nostro problema. Se vuole, organizzi una protesta contro il governo, ma tanto non le servirà a nulla, perché ci sono tantissime persone nella sua stessa situazione». Questa è la risposta data a Emma, nome di fantasia, da un impiegato del Consolato italiano a Bruxelles, dopo un’attesa di un’ora al telefono. Emma è una donna italiana residente in Belgio da quasi vent’anni, che dieci giorni fa è diventata per la seconda volta mamma di una bambina che ora quindi avrebbe tutto il diritto di ricevere la cittadinanza italiana. Procedura che fino al 28 marzo scorso risultava essere semplice e veloce.
La situazione è cambiata però da quando il governo ha approvato il nuovo decreto sulla cittadinanza, convertito in legge lo scorso 20 maggio, che ha inasprito le norme per i discendenti di emigrati stranieri per limitare l’esplosione delle richieste di cittadinanza italiana provenienti da Paesi dell’America Latina, in particolare Brasile e Argentina, anche da parte di persone con discendenze che risalivano fino a metà Ottocento, ma che di fatto non hanno più legami linguistici né culturali con il nostro Paese da generazioni. Le nuove norme prevedono che può fare domanda per il passaporto italiano solo chi ha genitori o nonni nati nel nostro Paese. Quindi niente bisnonni o trisavoli.
Lo schema normativo è stato modificato e i consolati ora sono quindi in attesa del Decreto del Presidente della Repubblica (Dpr) per adottare il regolamento attuativo della legge. Ma il problema è che, nell’attesa, a pagarne le conseguenze ora sono anche i neonati italiani nati all’estero che con i cosiddetti «finti italiani» non hanno nulla a che fare. Finché non arriverà il Dpr, per i bambini nati all’estero da genitori italiani non sarà possibile ottenere cittadinanza e passaporto.
Dalla Farnesina confermano che lo stallo riguarda tutti i consolati italiani sparsi per il mondo. Ma nessuno dà informazioni su quando la situazione si sbloccherà. «L’unica cosa che si può fare è controllare il sito e verificare se ci sono degli aggiornamenti», dicono dal centralino del ministero degli Esteri.
I figli di cittadini italiani, anche se nati all’estero, sono cittadini italiani di diritto. Sulla carta, la nuova legge non modifica il principio dello ius sanguinis, ovvero la trasmissione della cittadinanza per discendenza. E quindi l’iter generale di richiesta di cittadinanza per chi ne ha diritto non dovrebbe cambiare. Ma nella realtà dei fatti i consolati italiani all’estero da fine marzo, cioè da quando il decreto è stato approvato dal governo, hanno smesso di registrare tutti i nuovi nati, lasciandoli così senza nessuna tutela da parte dello Stato.
«Mi sono mossa per tempo per fare a mia figlia tutti i documenti necessari», racconta Emma. «Ora mi trovo nell’incertezza di poter tornare in Italia, dove mia madre aspetta con ansia di poter conoscere la sua nipotina. Il mio compagno è un rifugiato e quindi privo di ogni cittadinanza: la sola che mia figlia può avere è quella italiana, ma non ho risposte da parte del mio Paese. L’unica che mi sono sentita dare è stata quella di aspettare che la legge fosse davvero operativa o che magari avrei potuto partorire due mesi prima. Ho inviato tutta la documentazione richiesta, come ho fatto per la mia figlia maggiore, ma non c’è stato nulla da fare. In questo momento la piccola è apolide». Tutto potrebbe risolversi nell’arco di pochi giorni o settimane. Ma al momento non viene fornita una data certa a chi come Emma ha bisogno di un documento per partire.
Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2022 i figli nati da genitori italiani residenti all’estero erano 25mila. Nello stesso anno, risultavano oltre 85mila acquisizioni di cittadinanza italiana all’estero, per la maggior da parte fatte da residenti nell’America centro-meridionale. Ma per bloccare il caos delle richieste di cittadinanza degli oriundi si è creato ora un impedimento per chi invece naturalmente dovrebbe nascere italiano e, come tale, essere tutelato dallo Stato dal primo vagito.