Il pubblico sazioPromuovere un prodotto culturale è un relitto del Novecento

Pubblicare libri oggi è un atto di fede contro l’algoritmo dell’irrilevanza. La fatica bestiale di scrivere non può reggere il confronto con la dopamina immediata dei cuoricini al cappuccino

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«È una strana esercitazione militare alla quale abituarsi, quella di voi scrittori». Lo dice Barry Diller a Tina Brown a proposito dei fantastiliardi di interviste che sta dando per l’uscita delle sue memorie, “Who knew”. Lei, crudele, risponde «e adesso ti tocca fare anche migliaia di ore di podcast per raggiungere circa venticinque lettori».

Crudele verso di lui, ma soprattutto verso sé stessa, che è stata un direttore di giornale quando i giornali erano una cosa esistente, quando i lettori leggevano, quando tutto non si limitava a due card di Instagram, un titolo commentato il quale il pubblico si considerava informato e satollo, quando la valle era verde.

I dati Gfk – i rilevamenti delle vendite dei libri usciti giovedì, quelli relativi alla scorsa settimana – hanno ucciso parecchi funzionari editoriali, fino a due giorni fa convinti che «va sempre in tv: venderà» sia un buon criterio per decidere a chi commissionare il prossimo bestseller.

Non è la prima smentita dell’assunto che arriva, ma le cinquantotto copie che ha venduto il libro scritto da due che sono spessissimo in tv, quelle sono un colpo persino in un momento come questo, in cui il mercato editoriale è disastroso. Siete in due, ce li avrete almeno sessanta parenti tra tutti e due, sessanta che tengano a voi abbastanza da accattarsi il vostro salume fresco? Macché.

Leggevo l’ennesima polemica su quanto sia grave che per le presentazioni dei libri gli autori non siano pagati, che come molte è una polemica basata su un falso assunto. Non ti pagano perché non chiedi i soldi, e non chiedi i soldi perché questo ridurrebbe di nove decimi le tue presentazioni: dovresti andare solo dove si possono permettere di retribuirti. E tu non vuoi tagliare di nove decimi quelle occasioni in cui vendi se va bene tre copie, ma ti illudi di esistere: ti chiedono le foto insieme, ti trattano da persona famosa, cosa te ne fai delle royalties quando hai la dopamina.

Leggevo l’inutile polemica, e a un certo punto ci ho trovato una scheggia di verità (se ne trovano nei posti più impensabili). Una tizia spiegava che, quando va a parlare dei temi del suo libro da qualche parte, alla fine il pubblico è sazio: si sente abbastanza edotto su quel tema, non ha più bisogno di comprarsi il suo libro.

Quindi la conclusione sarebbe che bisogna farsi pagare per gli incontri, e i libri in sé diventano un pretesto, un lavoro in perdita, un hobby. Solo che non è così, perché poi ci sono anche i libri che vendono, e non sono quasi mai scritti dalla gente che va in tv: avete mai visto un talk show – uno di quelli ai quali il ceto medio complessato si scanna per partecipare – ospitare qualche autrice di romanzi rosa?

La verità è ancora più incasinata di così, ed è che non c’è più nessun legame tra la promozione d’un prodotto e l’esito dello stesso. La pubblicità è un relitto del Novecento, e non sto parlando delle pagine pubblicitarie sui giornali o degli spot televisivi: anche le trovatine moderne, i social, gli influencer, la viralità – nulla ha più esiti certi, perché di tutto c’è troppo. Siamo bombardati da troppe informazioni, e in più tutto è diventato Instagram.

Instagram è sempre stato così: poricristi con velleità intellettuali si sbattono a starci perché pensano che, se le do la possibilità di vedere il mio cappuccino e le mie vacanze, poi la gente risponderà ai miei «accattatevill’!»; ma non ha mai mai mai funzionato.

La gente continua a cuoricinare i tuoi cappuccini e a percepirsi sazia: non esce da Instagram per entrare in libreria a premiare, con l’acquisto del tuo lavoro, l’intrattenimento gratis che le hai fin lì fornito.

Sulla copertina del GQ americano c’è Brad Pitt, meno d’un anno dopo esserci stato con George Clooney. In estate era per “Wolfs”, deludente film di Apple+; adesso è per non so che film sulla Formula 1, di cui non importa niente a me ma soprattutto non importa niente alla griglia comunicativa dentro cui tutti – Brad, voi, io – ci muoviamo.

«La mia vita privata è sempre stata sui giornali. Sono trent’anni che sta sui giornali. Meglio: una qualche versione della mia vita privata». È una delle due frasi che hanno ripreso tutti ma proprio tutti dell’intervista di Pitt. L’altra è: «Non mi sembra ’sta gran notizia», in risposta a una domanda sull’eventuale sollievo della formalizzazione del suo divorzio da Angelina Jolie dopo parecchi anni di tribunali. Talmente non ce ne frega niente delle opere d’ingegno che siamo disposti a fare titoli sul tuo cappuccino o su quel «mah, se lo dici te» che sbuffi in risposta a una domanda sui cazzi tuoi.

Poco prima che venisse messa in vendita l’autobiografia di Barry Diller, uno che ha prodotto robetta minore come “Voglia di tenerezza” e “Grease” e “I predatori dell’arca perduta”, uno che si è inventato il canale televisivo Fox e in parte anche i canali di televendite, poco prima che uscisse, il New York Magazine ha pubblicato un’anticipazione. Era il capitolo sul suo matrimonio con Diane Von Fürstenberg. Era scritto divinamente e diceva qualcosa che tutti sapevamo da sempre: che, a parte la moglie, Diller ha amato solo uomini.

Tutti i giornali americani hanno titolato sul «coming out» (uno dei concetti più imbecilli inventati dall’occidente) di Diller. Potrei dire che la scelta di anticipare quel capitolo ha oscurato le cose assai istruttive che Diller dice su com’è ridotta l’industria dell’intrattenimento, ha fatto ombra a quel che avremmo potuto notare di quel libro se non fossimo stati distratti da questa finta notizia; ma la verità è che non ce ne saremmo interessati comunque. Perché nessuno legge più quattrocento pagine di biografia, e a nessuno di noi interessano le notizie di cui non siamo già al corrente.

Francesco Piccolo ha inventato la definizione di “pezzo confermativo” per gli articoli che rassicurano il lettore dicendogli «la penso anch’io come te, siamo persone perbene», ma è ancora peggio di così; non è neppure nelle interpretazioni e nelle opinioni che cerchiamo conferme: vogliamo sentire notizie che già conosciamo perché abbiamo bisogno di rassicurazioni come i bambini che vogliono sentire la stessa fiaba ogni sera.

Ornella Vanoni arriverà a dare la milionesima intervista in cui dice quanto l’hanno fatta soffrire Gino Paoli e Giorgio Strehler, e i giornali titoleranno ancora come fosse una dirompente novità. Ha ragione lei, con la sua panchina corta di aneddoti: il pubblico vuole rassicuranti fiabe della buonanotte, e la sua ultima autobiografia vende più di tutte le precedenti in cui c’erano scritte le stesse cose. Sarà perché ora va da Fazio?

Sarebbe uno dei pochi casi in cui la tv ancora serve a vendere prodotti che non siano la tv stessa, perché per il resto c’è stato un interessante slittamento di quello che molti anni fa Gian Arturo Ferrari chiamò “il libroide”, che ha l’aspetto d’un libro ma non la dignità culturale dell’oggetto con cui siamo abituati a darci un tono.

A forza di darci un tono; a forza di ritenere la lettura scelta sofisticata e non una cosa che da quando c’è l’istruzione obbligatoria è in grado di affrontare proprio chiunque; a forza di sospirare «i miei genitori mi facevano leggere invece di farmi guardare la tv» col revisionismo storico di chi finge di non ricordare che quand’eravamo piccoli di tv ce n’era pochissima, e di videogiochi e cellulari per niente, e di libri tantissimi; a forza d’essere scemi nelle nostre velleità intellettuali, è finita così: col riflusso dell’alfabetizzazione.

Le autrici di romanzi rosa (in neolingua: romance) non vanno mai in tv, eppure le ragazzine li comprano a tonnellate, li promuovono sui loro canali social con un impeto che neanche Tom Cruise quando ha da promuovere “Mission: Impossible”, li esauriscono a decine di copie al giorno in ogni libreria. “Meglio che nei film”, storiellina rosa che una volta sarebbe stata un Harmony da edicola, quarant’anni dopo sta alle librerie come ci stava “Il nome della rosa” quarant’anni prima.

La differenza, nel secolo delle velleità, è che noi gli Harmony li compravamo di nascosto nelle edicole al mare, erano un consumo da servette come i fotoromanzi: nessun genitore si vantava che i figli leggessero. Un po’ perché era un secolo in cui leggere era un passatempo e non una posa, un po’ perché i genitori erano adulti con vite soddisfacenti e non bisognose d’essere riempite da proiezioni adolescenziali, un po’ perché se avessero saputo che leggevamo quelle porcherie ci avrebbero mandati in un collegio militare.

Adesso, i genitori miei coetanei dicono seri e compiaciuti «mia figlia legge tantissimo», e chissà da cosa dipende: sopravvenuta incapacità di capire che leggono roba in confronto alla quale YouPorn è letteratura, scarrafonismo per cui se lo legge la mia prole non può essere la monnezza che sembra, determinazione a posizionarsi come ceto medio riflessivo che ti fa fingere di credere che Erin Doom e Balzac pari siano. «Gli studenti non riescono a seguire un romanzo con un narratore onnisciente», spiegano i docenti d’una generazione che legge vite narrate più come su TikTok che come nella “Signora Dalloway”, e i genitori compiaciuti ribadiscono che i loro figli amano proprio molto leggere.

Il Washington Post ha pubblicato il discorso che ha fatto Nicole Krauss ricevendo una laurea honoris causa. «La letteratura è fondamentalmente democratica, ma con un importante cavillo: per accedere alle sue libertà, ci deve venire insegnato a leggerla, a tenerne conto, ad affrontarla». Siamo meno liberi e meno esseri umani, dice Krauss, perdendo come stiamo (tutti noi, non solo «i nostri figli, inconsapevoli cavie cresciute dentro a un cellulare») la capacità di leggere e scrivere.

Solo che – e lo dico alla fine di duecento righe d’articolo del quale avrete nella migliore delle ipotesi letto il titolo, e nella peggiore i tre paragrafi che fanno da didascalia al suo lancio su Instagram, sentendovi in entrambi i casi sazi, informati, e in grado di controbattere che voi invece la pensate così e cosà – quella fatica bestiale che è studiare, che è leggere, che è scrivere, che è saper usare le parole, quella fatica lì non ha nessuna capacità di reggere il confronto con la dopamina immediata dei cuoricini al cappuccino.

Krauss si augura che ci fermiamo a considerare seriamente alcune domande – se i valori relativamente giovani del liberalismo sopravviveranno, se leggere e scrivere resteranno fondamenta culturali, se gli algoritmi dell’intelligenza artificiale rimpiazzeranno le libertà individuali – ma io me ne faccio un’altra: e se l’unica modalità del futuro fosse OnlyFans?

Ogni tanto mi balocco con l’idea di aprire una newsletter, e sono sicurissima che se mettessi in vendita diretta ciò che scrivo avrei molti più acquirenti dicendo «vi porto con me nella mia giornata, guardate dove faccio la manicure, scegliamo insieme cosa mettermi per uscire con le amiche» di quanti ne arriverebbero se promettessi brevi cenni sull’universo.

Christopher McQuarrie, il regista ormai socio fisso di Tom Cruise, ha raccontato in un podcast che, mentre giravano l’ultimo “Mission: Impossible”, avevano un rituale a colazione, per capire il quale temo di dovervi dire cosa sia “Tropic Thunder”.

“Tropic Thunder” è uno dei film più divertenti di questo secolo, e anche un interessante studio archeologico su quanto rapidamente sia cambiato il mondo: recuperatelo su Sky o su Paramount, e poi tornate qui a strabiliare assieme a me che nel 2008, un minuto prima della fondazione degli Stati Uniti del Perbenismo Postmodernista, si potesse a Hollywood immaginare di produrre un film del genere.

Tom Cruise in “Tropic Thunder” è Les Grossman, il produttore del disastro di film dentro al film. Grossman è calvo, è grasso, è orrendo, ha una montatura di occhiali raccapricciante, balla malissimo: è esilarante. Stimo che nove decimi di quelli che dicono che il miglior personaggio di Tom Cruise è quello di “Magnolia” lo dicano perché non hanno mai visto “Tropic Thunder”.

Cruise, dice McQuarrie, vuole fare un nuovo “Tropic Thunder”, e io ne sarei entusiasta, come lo sono di “Mission: Impossible”, perché sono una retroguardia di mezz’età che ancora guarda i film. Ma la cosa importante che dice McQuarrie è un’altra: ogni mattina, a colazione, lui e Cruise cazzeggiavano sul mondo; ma Cruise non lo faceva con la voce di Cruise, i gesti di Cruise, le idee di Cruise: davanti a ogni caffè del mattino, Cruise faceva Les Grossman.

Ed è stato lì che ho capito che è tutto finito. Quando mi sono chiesta cosa si siano sbattuti a fare per anni per mandare nei cinema un filmone con quattrocento milioni di budget, cosa gli sia venuto in mente a Tom di buttarsi dagli aerei senza paracadute per il nostro intrattenimento, quando avrebbe incassato quel che incasserà al cinema mettendo in vendita abbonamenti a un canale sul quale possiamo fare ciò che preferiamo – guardare i pezzettini – illudendoci dell’illusione che preferiamo: quella di vedere il retropalco invece del palco.

Sì, è tutto finito perché nessuno legge più i libri non per analfabeti, perché cento interviste valgono venticinque copie in più, perché la gente è disposta a pagare per farsi la foto con un Nobel più di quanto sia disposta a pagare per la letteratura; ma, soprattutto, è tutto finito perché il cinema coi popcorn è un mercato residuale, e stare sul divano a guardare sul telefono una star del cinema che imita sé stessa sarebbe un mercato floridissimo.

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