MM, il Figlio del SecoloMichele Morrone, e gli artisti che sanno ancora correre dei rischi

L’attore che ha sorpreso tutti nell’intervista concessa alla Fagnani, perché ha criticato tutto il cinema italiano, ha fatto esattamente ciò che chiediamo alle star: ha osato, proprio come Kendrick Lamar

AP/Lapresse

L’evento culturalmente più rilevante degli ultimi vent’anni, ma forse anche cento, è stato l’half time show del Super Bowl 2025. Kendrick Lamar, che a differenza di Shakespeare sa anche fare i passettini di danza, in tredici minuti ha messo in piedi una fucilazione pubblica vista in diretta mondiale da 191,1 milioni di persone. Per farla breve: c’è questo dissing tra Drake e Lamar che va avanti da anni, Lamar dice a Drake che fa finta di essere nero e che gli piacciono le minorenni, mentre la posizione di Drake non l’ho tanto capita, ma ci sarà pure un motivo per cui Lamar ha vinto un Pulitzer e Drake no.

Nel repertorio di Lamar c’è un pezzo che si intitola “Meet the Grahams” che se lo ascolti più di una volta devi chiederti se sei un depravato: inizia con una lettera al figlio di Drake (che è molto piccolo) in cui dice al bambino che gli dispiace che suo padre sia un fallito, e quando la ascolti preghi di non incontrare mai sulla tua strada uno che viveva di sussidi, ma che sapeva usare correttamente la parola «audacity„ a cinque anni. Lamar, che a differenza di Shakespeare può essere querelato, imposta l’esibizione del Super Bowl per arrivare al momento in cui 191 milioni di persone cantano, in coro, dallo stadio e da casa, «Tryna strike a chord and it’s probably A minor». Tutto lo stadio, sempre in coro, urla «pedophile» a tempo, e io mi chiedo cosa ci stanno a fare Netflix e compagnia bella se non hanno piazzato una troupe a casa di Drake in quel quarto d’ora.

Ho visto su YouTube un concerto di KL della durata di cinquanta minuti: ha fatto tre canzoni e poi per quaranta minuti ha eseguito sempre lo stesso pezzo, quello famoso, perché a differenza di Shakespeare lui ha capito che poteva lavorare di meno.

Sull’ultimo bis il pubblico sale sul palco a farsi benedire i figli piccoli, e come qualcuno ha commentato: not a sip of water, but 100% poetic justice. La gente non è più abituata a uno che si prende un rischio, perché poi arriva Michele Morrone a dire che il cinema italiano è un circoletto e sembra Carmelo Bene. MM, il Figlio del Secolo atto secondo, è il primo attore che vedo fare un’intervista (in questo caso a “Belve”) senza essere in parte, quindi le ipotesi sono due: o non è un attore, o è l’attore Michele Morrone cha fa la parte dell’uomo Michele Morrone.

MM, chiaramente diplomato all’Accademia Tsukikage, per quarantacinque minuti si è esibito nel suo personale “Hollywood Babilonia” contro la brigata Luca Marinelli. Purtroppo, dai Cahiers du cinéma edizione speciale cinema antifa siamo finiti direttamente su Instagram con un post che riassumerei con “Rimbaud non c’aveva na lira”. Morrone ha poi cancellato il post, e lo ha cancellato dicendo che non era lui a parlare, ma il suo disagio. È l’uomo, l’artista o l’avvocato a parlare? Aveva capito che la bella belvata la doveva fare durante l’intervista? A seguire, ha postato una storia con un articolo sul suo prossimo film con Al Pacino, e l’enigmaticissima didascalia «nel frattempo…».

Avrebbe potuto diventare un eroe, beccarsi eventualmente una querela, andare a processo con tutta l’Accademia Silvio D’Amico per il remake di “La parola ai giurati”, fare il film con Al Pacino, e invece ha scelto di lasciar perdere e probabilmente di professarsi antifascista tre volte allo specchio.

Non è importante che Morrone abbia ragione o torto, ma vedere uno che per un paio d’ore non ha avuto paura di compiacere gli altri, vedere uno che non passa il tempo a dire “ma no, sei più bravo tu”, è stato anche divertente, e alla fine non dovrebbe risultare così strano.

Ieri è uscita sul Corriere della Sera un’intervista a Fabri Fibra per l’uscita del suo nuovo album a giugno, “Mentre Los Angeles brucia”, forse un riferimento alla carriera hollywoodiana di Morrone. Fibra, alla domanda sulla sentenza per cui dovrà risarcire Valerio Scanu, ha detto: «La sentenza è quello che è, non ci sono tanti modi per prenderla: l’ho presa. Ma non penso sia una minaccia alla libertà di parola, come ho letto in giro, anzi secondo me è tutto il contrario. Io sono stato liberissimo di dire quel che volevo dire. Non è vero che non puoi dire le cose, ma logicamente ci sono quelle che ti faranno pagare un prezzo e porteranno a delle conseguenze. Se sei un artista, la mia domanda è: tu dici le cose perché le puoi dire o non le dici perché hai paura di pagare le conseguenze?».

Secondo me anche a questo servono gli artisti, a pagare le conseguenze anche per me che non ho una lira e che non ho una né una carriera né una reputazione da rovinare. Le persone si autocensurano in continuazione, le persone non riescono a dire al parrucchiere che l’acqua è troppo calda, le persone in generale trovano normale non dire le cose per paura che arrivi uno a farti “bu!” sui social, e insomma, pazienza, la mamma vi vorrà bene lo stesso. «The revolution will be televised, you picked the right time, but the wrong guy» dice Kendrick Lamar, e non aveva ancora visto Michele Morrone a “Belve”.

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