SuperlativoNon so chi sia Michele Morrone, il sedicente secondo miglior attore italiano

Intervistato a “Belve” dice di essere troppo bello per il nostro cinema, confonde circoscritto con circonciso, ha tre anelli nella mano e un caro amico che è Marilyn Manson

LaPresse

Io Michele Morrone non so chi sia, però pare che sia al centro dello scandale du jour e quindi non posso mica esimermi dal parlare di questo tizio che diventa tema in seguito a un problema ben noto a chi fa programmi di interviste: Francesca Fagnani ha finito gli ospiti.

Io Michele Morrone non so chi sia, però quando ho messo su “Belve” per recuperare il mio ritardo sull’indignazione del momento ho notato che sulle mani tatuate aveva tre giganteschi anelli, e credo d’aver già detto cosa penso degli uomini anellati che hanno rovinato il mondo, sebbene di solito essi siano almeno cinquantenni e invece questo Morrone sia un pupo men che trentacinquenne.

Io Michele Morrone non so chi sia, però martedì sera, mentre le mie amiche che guardano la tele lo ascoltavano a “Belve” dire che lui è troppo bello per il cinema italiano, cinema italiano che è un circoletto, e lui non si è mai visto circoscritto a questo limitato territorio, solo che invece che “circoscritto” diceva “circonciso”, mentre questo scarto del maestro Manzi andava in onda io recuperavo “Tucci in Italy”, programma in cui Stanley Tucci va a mangiare in posti italiani, e a Roma gli fanno un panino in un posto che si chiama appunto Circoletto, e lo vedi che la vita è sceneggiatrice, e Tucci i superlativi li diceva tutti giusti, «buonissimo», «dolcissimo», e possibile che gli italiani siano ormai tutti analfabeti che dicono «superbello» e «superdolce» e l’italiano ce lo dobbiamo far insegnare dagli attori americani e dai re inglesi?

Io Michele Morrone non so chi sia, però mi sembra evidente che abbiamo un problema, e il problema non è Michele Morrone: il problema è che nessuno capisce più come non buttare i soldi in roba che non funziona, in un secolo in cui il pubblico è troppo imbecille per riuscire a prevederne l’imbecillità.

Io Michele Morrone non so chi sia, ma c’è una persona con cui gioco spesso a: chi è il miglior attore italiano vivente? Io in genere dico Mastandrea e Orlando e Favino, e mi viene risposto che sono pazza a non citare Borghi e Marinelli, e mi è tornato in mente quando Morrone, chiunque egli sia, ha detto alla Fagnani che Borghi è l’unico attore italiano più bravo di lui, e nessuno sa cosa funzioni per certo ma di sicuro a breve termine la spacconeria funziona: se Morrone, chiunque egli sia, non avesse detto quella frase cui non crede neppure lui, noi ora non staremmo qui a parlare di lui e non ci sarebbero un paio di casting che gli contano i follower e prendono in considerazione di fargli un provino.

Io Michele Morrone non so chi sia, ma so che a quella frase non crede neppure lui perché conosco la razza umana, e so che uno come Morrone, se domani incontra uno come Favino, gli si butta ai piedi dicendogli che è tanto suo fan e supplicandolo di farsi una foto con lui.

Io Michele Morrone non so chi sia, ma l’altro giorno sul Messaggero c’era un’intervista fatta da Andrea Scarpa a Maurizio Lastrico, e a un certo punto quello gli avrebbe chiesto se andava a votare e Lastrico avrebbe riattaccato il telefono e poi l’avrebbe fatto chiamare dalla sua addetta stampa per dire che non se la sentiva di proseguire, e insomma non sono esattamente i tempi in cui Carmelo Bene e Vittorio Gassman s’insolentivano, e quindi finiamo così, con un Morrone ignoto che dice che è il secondo più grande attore italiano, e questa è la cosa più friccicarella che sia stata detta questo mese.

Io Michele Morrone non so chi sia, ma ha sedici milioni di follower e, se pensate che in questa generalizzata disperazione del non capire cosa funziona ciò non faccia nessuna differenza, io invidio la vostra ingenuità. Qualche tempo fa Sky ha fatto uscire “L’arte della gioia”, e sulla homepage di Now il primo giorno non c’era scritto “L’arte della gioia”, che nessuno avrebbe saputo cosa fosse; non c’era scritto “La serie dal romanzo di Goliarda Sapienza”, che come Carla Lonzi tutti citano ma di cui non hanno perlopiù letto una riga; c’era scritto: “La nuova serie di Valeria Golino”, che evidentemente il marketing aveva stabilito essere l’unico nome vagamente famoso del cucuzzaro.

Io Michele Morrone non so chi sia, ma leggevo del film di Mario Martone passato a Cannes, in cui appunto Valeria Golino interpreta appunto Goliarda Sapienza, e mi chiedevo quanto il conteggio dei follower, nella disperazione d’un mondo in cui non si sa più come valutare la popolarità, abbia influito nello scegliere, per interpretare le amiche di Goliarda, Matilda De Angelis e Elodie, che almeno i giovani sanno chi sono, che almeno diversamente dalla Golino hanno Instagram. Elodie ha tre milioni e seicentomila follower, certo poi in quei tre milioni non se ne trovano settantamila che comprino i biglietti per il suo concerto, però vorrei vedere voi, a scommettere sulla fragile attenzione del pubblico di questo secolo.

Io Michele Morrone non so chi sia, ma ho trovato affascinante che dicesse alla Fagnani che l’Italia mica è Hollywood che ti prende sul serio anche se sei bello, qui «è come se, per essere riconosciuti come artisti, come attori, uno deve avere un po’ l’aria del poeta maledetto che si fa la canna, che c’ha il teschio in mano, un po’ sinistroidi, con le boiserie anche nel culo». Ora, a parte che chissà cosa crede voglia dire «boiserie» (mandiamo Stanley Tucci a spiegarglielo), chissà di che paese sta parlando, perché in Italia c’è una tradizione, da Vittorio Gassman a Favino, di belli che fanno i comici ma pure i tantintènzi ma pure i testimonial pubblicitari, e nessuno fa un plissé.

Io Michele Morrone non so chi sia, ma la Fagnani gli ha chiesto d’un tatuaggio e quello ha detto che era una frase di Marilyn Manson, «che peraltro è un caro amico», e ho subito pensato a Angelo Infanti, e al fatto che per essere bello e fare una carriera non da bambolotto nel cinema devi avere il senso del ridicolo – che, proprio come i follower, se è a zero si nota molto.

Io Michele Morrone non so chi sia, ma di recente discutevo con un attore italiano del fatto che in questi giorni sarei dovuta andare a vedere “Glengarry Glen Ross” a Broadway, ma la sera in cui avrei dovuto rimirare la maestria di Kieran Culkin a New York avevo invece un impegno a Roma ed ero dispiaciutissima, sono così pochi gli attori interessanti. L’italiano era indignato perché rimprovera a Culkin di saper fare solo ruoli che sono variazioni su sé stesso, come può piacermi; io obiettavo che anche Katharine Hepburn, anche Jack Nicholson, chi se ne importa dell’attore trasformista, se sei interessante va benissimo la variazione su te stesso. Poi ho visto Morrone dire che ha studiato il metodo Stanislavskij, e a saperlo avrei chiesto al mio conoscente di scegliere: Morrone che si immedesima o Culkin che mette in scena il sé? (Morrone risponderebbe: i leoni non fanno a gara coi gatti).

Io Michele Morrone non so chi sia, ma non sono neppure d’accordo con me stessa sull’attore che mette in scena sé stesso, non so se sia quel che fa Kevin Spacey, non so se fosse quel che faceva Philip Seymour Hoffman, per dire due colossi di questo secolo. Però, mentre noialtri ci agitavamo su Morrone discriminato dal circoletto, Spacey a Cannes si paragonava a Dalton Trumbo che per quindici anni non lavora per il maccartismo, e niente, noi con la tragedia non ce la facciamo, noi al primo giro è già farsa.

Io Michele Morrone non so chi sia, però ieri ha scritto i suoi penzierini su Instagram, copio degli stralci: «NON mi sento parte di una cinema, quello ITALIANO, che se la canta e se la suona da solo, pieno zeppo di pregiudizi nei confronti dei “diversi”, che se non hai studiato alla Silvio d’Amico o al Centro sperimentale non sei nessuno». Michele Morrone, io non so chi tu sia, però al provino d’ingresso alla Silvio d’Amico mi bocciarono (come peraltro a tutti gli esami della mia vita), abbiamo molto in comune.

Io Michele Morrone non so chi sia, ma a un certo punto dei suoi penzierini (musicati con “Bella ciao”, che secolo meraviglioso) scrive «Tristi e finti poeti maledetti ubriachi di Rimbaud e Baudelaire, ma con lussuosi appartamenti e villini al mare (Rimbaud non c’aveva ’na lira)», e innanzitutto ho pensato a quel mio ex che a vent’anni voleva fare il poeta maledetto e a cinquanta faceva l’industriale della plastica, ma soprattutto ho pensato a un uomo saggio che una volta mi disse ma quale poeta maledetto, quello pensa che significhi essere un poeta al quale qualcuno per strada ha urlato: maledetto!

Io Michele Morrone non so chi sia, e quando dice che i discorsetti politici ai premi sono ridicoli posso pure essere d’accordo (magari ci vorrebbe quel po’ di mestiere necessario a sottrarsi senza riattaccare il telefono), ma il problema è che la tirata contro i discorsi politici degli attori l’ha già fatta Ricky Gervais cinque anni fa e, Morrone, you’re no Gervais, e «fate tanto gli impegnati ma se l’Isis aprisse una piattaforma streaming mandereste i vostri agenti a chiedere un ruolo» è una battuta che hai troppi anelli per saper fare.

Io Michele Morrone non so chi sia, ma scopro dai miei archivi di aver visto almeno due cose in cui è comparso, nel senso che ne ho scritto e poiché sono secchiona nonché antiquata guardo le cose di cui scrivo. Una era un semiporno di Netflix, “365 giorni”, e l’altra una serie di Rai 1, “Sirene”. Io sono certa che sia il circoletto a non permettere a Morrone la carriera da Gary Oldman per cui sarebbe portato, ma cosa ci dice il fatto che io abbia visto due cose sue e non abbia la più pallida idea di chi è?

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