Città organismo Gli sviluppi della questione urbanistica milanese, e l’evanescenza della rigenerazione

L’attualità meneghina sta generando sfiducia verso l’innovazione ecologica dell’ambiente costruito. Per invertire la rotta, i progetti di riqualificazione devono creare valore condiviso e democratico, pensare all’ambiente lungo tutta la filiera e puntare sulla multidisciplinarietà

Claudia Vanacore/LaPresse

Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (ci si iscrive qui) – La questione urbanistica milanese ha avuto risvolti importanti nelle ultime settimane. A fine aprile, quattro membri della commissione Paesaggio – l’organo comunale che valuta l’impatto dei progetti edilizi sul paesaggio urbano e sul patrimonio architettonico e ambientale della città – si sono dimessi dopo le contestazioni della Procura in merito a una nuova palazzina nei pressi di piazza Aspromonte, non lontana da piazzale Loreto (no, i cantieri per la sua mastodontica riqualificazione non sono ancora partiti). 

Secondo l’accusa, i quattro componenti della commissione Paesaggio avrebbero omesso «dolosamente di rilevare che l’area (all’interno della quale è stata costruita la palazzina, ndr) era un cortile» circondato da altri palazzi. L’edificio in questione è un condominio di sette piani alto ventisette metri, nato sulla demolizione di un piccolo edificio di tre piani alto dodici metri. La procura e molti abitanti della zona sostengono che il nuovo palazzo sia stato inserito forzatamente al centro di un cortile (e non di uno spazio residuale, vuoto e inutilizzato), e che questa pratica non sia conforme al Piano del governo del territorio (Pgt).  

Qualche giorno dopo la notizia, i restanti membri della commissione Paesaggio si sono dimessi in blocco. Una decisione che, secondo i componenti dell’organo comunale, è stata presa anche per agevolare la transizione verso l’aggiornamento del regolamento di Palazzo Marino (ad esempio, i membri saranno undici e non più quindici).  

Arriviamo infine al 7 maggio, quando la giunta comunale ha approvato le «nuove linee di indirizzo per lo sviluppo delle attività amministrative in materia urbanistica ed edilizia», che hanno l’obiettivo di sbloccare gli oltre centocinquanta cantieri fermi da mesi a causa delle inchieste della procura. In sostanza, le nuove regole impongono l’obbligatorierà del “Piano attuativo” – più complesso e dispendioso da ottenere rispetto alle “Segnalazioni certificate di inizio attività” (Scia) – per permettere la costruzione di palazzi più alti di venticinque metri o con una densità fondiaria superiore ai tre metri cubi per metro quadro.  

Le nuove norme sono molto più rigide – e allineate alle richieste della procura – rispetto ai punti del Ddl Salva Milano, ormai disperso negli archivi del Senato dopo che – in risposta all’arresto del dirigente comunale Giovanni Oggioni – il sindaco Beppe Sala e il Partito democratico hanno smesso di sostenerlo. Secondo i critici, il “Salva Milano” ricalca gli errori (anche ambientali) del rinascimento urbanistico meneghino, fatto di consumo di suolo sfrenato a discapito della collettività e del clima. Il Disegno di legge, già approvato alla Camera, vuole introdurre la possibilità di costruire un nuovo grattacielo al posto di un edificio di pochi piani semplicemente grazie a una Scia per ristrutturazione, senza la necessità di un “Piano attuativo” specifico.  

«Non c’è chiarezza, e il nuovo Pgt (il Piano del governo del territorio, lo strumento urbanistico che stabilisce come e dove si può costruire, ndr) viene costantemente rimandato. Questo contesto sta creando grossi problemi alla professione di architetto. I colleghi non sanno più che pesci prendere», racconta Marialisa Santi, presidente della Fondazione dell’Ordine degli architetti di Milano. «Noi rappresentiamo i professionisti, ma prima ancora l’interesse della società civile, perché gli Ordini nascono a tutela della committenza. Deve definirsi al più presto un sistema di regole che consenta a tutti di muoversi. Altrimenti si creano zone d’ombra». 

L’attualità meneghina insegna che dietro il mantello della rigenerazione urbana può celarsi la speculazione edilizia. Si tratta di una tendenza che sta creando sfiducia e scetticismo verso l’innovazione ecologica dell’ambiente costruito. La “rigenerazione” sta diventando come la “sostenibilità”: due termini svuotati di significato, abusati e quindi non più credibili, indipendentemente dalla loro concretezza. I progetti sinceri in termini sociali, ecologici ed etici esistono, ma sono sempre più difficili da riconoscere. 

«La sostenibilità viene vista come un orpello da aggiungere in maniera posticcia, non all’inizio del progetto edilizio. È sempre più importante il dialogo tra il progettista del paesaggio e chi si occupa degli impatti sociali e ambientali. Serve multidisciplinarietà. Ci sono delle professionalità che non possono intervenire solo alla fine per fare delle verifiche», spiega Angela Panza, consigliera dell’Ordine e della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Milano specializzata in sostenibilità ed efficienza energetica.

In questo clima di incertezza, il 20 maggio comincia un’iniziativa che punta – attraverso la fotografia e il racconto – a fornire ai cittadini gli strumenti necessari per affrontare con più consapevolezza le evoluzioni architettoniche e urbanistiche di una Milano che cambia ogni giorno. Nel bene e nel male. Si chiama FotogramMi ed è un festival di fotografia di architettura accompagnato da una mostra dal titolo Milano Moderna Oggi. Architetture milanesi del ‘900, aperta dal 20 maggio al 18 luglio presso la sede della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Milano, in via Solferino 17-19. 

Marco Introini, Piazza Duomo, 2013

Secondo la presidente della Fondazione, «la fotografia è lo sguardo terzo per eccellenza, ed è per questo che FotogramMi (il festival, a differenza della mostra, terminerà il 24 maggio, ndr) aiuterà le persone a capire – senza tifoserie – certi meccanismi di attuazione alla base delle trasformazioni urbane. Lo stesso Gabriele Basilico – implicato direttamente nella mostra perché la curatela è di Giovanna Calvenzi (la moglie, ndr) – lavorava a progetti finanziati dalla provincia o dal dipartimento francese per il Paesaggio. In passato, lo sguardo indipendente del fotografo veniva cercato per dare delle letture alle trasformazioni della città. Ma oggi questo sguardo è nelle nostre mani a causa dello smartphone». E non basta. 

Attraverso una selezione di sette fotografi – Gabriele Basilico, Giovanni Hänninen, Marco Introini, Delfino Sisto Legnani, Allegra Martin, Filippo Romano, Giovanna Silva –, Milano Moderna Oggi vuole raccontare la nuova condizione delle architetture del Moderno milanese. L’esposizione sarà infatti contraddistinta da immagini scattate in diversi anni dai sette autori proposti. L’obiettivo è uscire dalla narrazione meramente estetica delle architetture urbane, perché la fotografia può rivelarsi uno straordinario atto di memoria: «La storia di Basilico parla di una fotografia bella ma non estetizzante. Lui è diventato famoso per i suoi scatti di fabbriche dismesse; non raccontava solo le luci scintillanti del centro, ma l’anima di una città che cambiava. La città come organismo vivente», aggiunge Santi.

Ora più che mai, urge una riconciliazione con i valori fondanti dei termini “riqualificazione” e “rigenerazione”, anche per distinguere il greenwashing al centro delle inchieste della procura di Milano dagli interventi capaci di valorizzare i cittadini, più che la città. Il palinsesto di FotogramMi e gli scatti di Milano Moderna Oggi proveranno a costruire questa riflessione.

 «La rigenerazione urbana deve rivolgersi a tante persone. Tutti devono poter beneficiare di quel benessere, di quella qualità: è un assunto sociale basato su diversi elementi. Questa mostra insegna che non bisogna rinnegare la qualità culturale di un edificio. La rigenerazione va controllata, motivata, pensata. E il contributo deve essere sempre corale. Tante professionalità diverse devono coesistere a partire dalla creazione di un team di lavoro», dice Angela Panza. 

Gabriele Basilico, 1996

Il concetto di rigenerazione urbana è strettamente connesso all’adattamento climatico delle nostre città. I centri urbani italiani sono densi, cementificati e poveri di spazi naturali autentici, concepiti all’inizio delle fasi di progettazione e non introdotti in itinere come contentino per gli ambientalisti e la stampa. La depavimentazione e le altre Nature based solution (Nbs) rendono uno spazio automaticamente più vivibile, bello e piacevole, oltre che più resistente al clima che cambia. Ecco perché, spiega Panza, questi processi non possono essere il risultato di «scelte calate dall’alto. Ma sono i cittadini a dover decidere il destino degli spazi residuali che migliorano la qualità della vita, creando socialità e lavoro».  

La mostra, poi, è accompagnata da una lezione fondamentale quando parliamo di ecologia: la durabilità degli edifici è la condizione necessaria e sufficiente per le trasformazioni urbane sostenibili. «Una collega che lavora per uno studio austriaco dice sempre che le architetture durevoli sono quelle amate. Mi spiego meglio: le architetture che creano qualità diventano anche durevoli, perché poi si sviluppa il desiderio di continuare a usarle e a valorizzarle. Oggi si fa fatica a comprendere l’importanza di progettare bene, senza essere sbrigativi, al di fuori delle architetture di grido. Bisogna ricordare che Milano non è stata costruita dalle archistar del Novecento, ma da una grande scuola di professionisti colti in grado di creare luoghi di qualità. Ora, però, questa qualità media si sta un po’ perdendo», conclude Marialisa Santi. 

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