Il primo summit ufficiale tra Regno Unito e Unione europea dopo la Brexit si è tenuto in un luogo altamente simbolico: Lancaster House, residenza neoclassica a due passi da Buckingham Palace, scelta personalmente dal primo ministro Keir Starmer per segnare quello che ha definito «un nuovo inizio» nei rapporti con Bruxelles. È da qui che, dopo mesi di diplomazia in punta di piedi, lunedì scorso, il premier laburista ha annunciato il primo vero accordo, articolato, tecnico, e su molti punti ancora in via di definizione, tra Regno Unito e Unione europea dall’entrata in vigore della Brexit. Un’intesa che parla di commercio, difesa, mobilità e pesca, ma soprattutto di una svolta politica: dopo anni di scontri ideologici, è tornato il pragmatismo.
La scelta della location non è casuale. Proprio in quelle stanze, nel 1986, Margaret Thatcher firmò il Single European Act, primo grande passo verso il mercato unico europeo. Ed è qui che, quarant’anni dopo, Starmer ha voluto suggellare il suo grande ritorno: non all’Unione europea, ma alla realtà. A fare da sfondo, la consapevolezza che per il Regno Unito sia ormai finita la stagione degli slogan. «È il momento di lasciarci alle spalle i vecchi dibattiti e trovare soluzioni di buon senso per il popolo britannico», ha detto il premier.
I contenuti dell’intesa, negoziati con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, sono molteplici. Un nuovo partenariato strategico in materia di difesa e sicurezza, che permetterà al Regno Unito di partecipare al fondo europeo per la difesa da centocinquanta miliardi di euro.
Un’intesa sull’energia e sulla decarbonizzazione. L’impegno a rimuovere l’ottanta per cento dei controlli doganali su prodotti agroalimentari. La proroga fino al 2038 per l’accesso dei pescherecci europei alle acque britanniche. E infine, un’intesa sulla mobilità giovanile, che consentirà agli under 30 europei di vivere, studiare e lavorare nel Regno Unito (e viceversa) per un tempo massimo di due anni, senza dover passare per i visti tradizionali.
Si tratta di un reset a tutti gli effetti, come lo definisce Downing Street, che porta Londra di nuovo dentro l’orbita dell’Unione, pur senza toccare le linee rosse fissate nel manifesto laburista: nessun ritorno alla libertà di movimento, al mercato unico o all’unione doganale.
Il cambio di rotta rispetto ai governi conservatori dell’ultimo decennio è evidente. Il pragmatismo di Starmer archivia lo scontro identitario degli anni scorsi e lo sostituisce con una logica funzionale: più cooperazione dove serve, meno retorica. Questo accordo è infatti il superamento della Brexit ideologica, ed è stato raccontato come rivincita sovranista: «Costruire le relazioni che scegliamo, con i partner che scegliamo, è ciò che fanno le nazioni sovrane», ha infatti dichiarato Starmer in conferenza stampa a Lancaster House.
Non tutti però sono d’accordo. La leader del Partito conservatore, Kemi Badenoch, ha accusato Starmer di «essersi arreso su tutta la linea» e ha denunciato «una capitolazione mascherata»: inaccettabile, per lei, l’allineamento dinamico alle norme europee in materia alimentare, e soprattutto la proroga di dodici anni concessa ai pescherecci dell’Unione europea per operare nelle acque britanniche. Nigel Farage, leader del partito Reform Uk ed ex fautore della Brexit, ha parlato di «tradimento del voto del 2016», puntando il dito contro il ritorno dell’Ue nel dibattito politico britannico.
Eppure, fuori da Westminster, i numeri raccontano un’altra storia. Secondo un sondaggio YouGov condotto a gennaio 2025, solo l’undici per cento dei britannici considera la Brexit un successo, mentre il cinquantacinque per cento la ritiene un errore. Inoltre, quasi la metà degli elettori ritiene che il Regno Unito oggi sia troppo distante dall’Unione europea.
Gli elettori non vogliono tornare indietro, ma neppure restare fermi in un isolamento sterile. A confermarlo è un ulteriore sondaggio YouGov della scorsa settimana, che ha evidenziato come i conservatori, a Downing Street per gli ultimi quattordici anni, siano scesi al quarto posto nelle intenzioni di voto; superati persino dal partito Liberal Democratico. Uno scenario inedito, che certifica il vuoto strategico a destra e rende ancora più urgente per Starmer costruire una piattaforma alternativa.
Ed è proprio qui che il reset europeo diventa qualcosa di più di una correzione di rotta: diventa una strategia politica. Starmer si muove come leader post-ideologico, lontano dalla retorica sovranista di Farage e dall’euroscetticismo passivo dei governi conservatori. La sua è una «common sense politics», come lui stesso l’ha definita: una politica del buon senso, che antepone i risultati concreti ai dogmi di parte. È una narrativa che funziona, soprattutto in un Paese dove l’ideologia della Brexit ha prodotto più frustrazione che benefici.
Il premier non parla più di sovranità come valore assoluto, ma come strumento da esercitare nel modo più utile. Il Regno Unito, quindi, non torna sui suoi passi, ma ne sceglie di nuovi. E nel farlo, si scopre alleato naturale dell’Europa, in un tempo in cui l’instabilità globale – dalla guerra in Ucraina alla deriva isolazionista statunitense – impone nuove forme di cooperazione.
La scommessa di Starmer, però, è anche rischiosa. Con questo nuovo accordo, l’esecutivo di Londra ha concesso molto; in particolare sulla pesca e sull’allineamento regolatorio. E le critiche di chi parla di rule–taking – ossia di dover accettare le regole europee senza partecipare al loro processo decisionale – non sono del tutto infondate. E i nodi critici dell’intensa – dalla proroga sulla pesca alla convergenza sulle regole fitosanitarie – saranno facile bersaglio per l’opposizione. Inoltre, l’accordo sulla mobilità giovanile, ancora in fase embrionale, potrebbe generare nuove tensioni interne.
La strada è ancora lunga, certo. Ma le basi politiche sono state gettate. Oggi come oggi, a Starmer serve una vittoria, e questo reset europeo potrebbe essere il tassello giusto per rilanciare una leadership che, secondo gli ultimi dati, sta attraversando un periodo di appannamento.
Dopo aver firmato l’accordo, il premier ha parlato di «un momento storico per il Regno Unito». Forse non lo è ancora. Ma se il governo riuscirà a trasformare questi impegni su carta in benefici tangibili per la popolazione, allora Lancaster House potrebbe davvero essere ricordata come il luogo dove è cominciata una nuova fase. Non solo per i rapporti con l’Europa, ma per la politica britannica nella sua interezza.