La disponibilità del Vaticano come sede per una trattativa di pace tra Russia e Ucraina fa parte di un’immaginaria dimensione diplomatica alimentata da coloro che non si arrendono di fronte allo stato delle cose. O fanno finta di non comprendere o non prendono atto, purtroppo, che da una parte c’è un presidente degli Stati Uniti sul punto di spezzare la corda e mollare tutto, e dall’altro Vladimir Putin che pone una precondizione, la morte politica e militare di Kyjiv e di Volodymyr Zelensky.
Giorgia Meloni in testa è molto attiva: ha una linea diretta con Papa Leone XIV, che non sembra uno sprovveduto, ma le ha confermato la disponibilità delle sacre stanze al dialogo; dopodiché la premier ha chiamato Donald Trump, Friedrich Merz, Emmanuel Macron, Keir Starmer e Ursula von der Leyen. E fino a qui siamo dentro la logica dell’Occidente che Meloni pensa, anzi spera di tenere unito con il suo ruolo di ponte romano.
Il problema è che dovrebbe chiamare pure il signore della guerra che abita al Cremlino, il quale proprio ieri ha fatto dire al suo simpatico portavoce Dmitry Peskov di non sapere nulla di negoziati a metà giugno in Vaticano. Indiscrezione che ha lanciato il Wall Street Journal, ma lo stesso giornale ha sottolineato che Trump avrebbe espresso dubbi sulle intenzioni di Putin nel voler raggiungere un’intesa. Ma allora di cosa stiamo parlando? A cosa serve questo attivismo di Meloni?
Al di là della buona fede e dal desiderio di fermare la sanguinosa e brutale aggressione russa dell’Ucraina, la premier sta cercando di rientrare nel gruppo dei Paesi europei in prima fila, i cosiddetti volenterosi depurati dalle cattive intenzioni, secondo Palazzo Chigi. Ovvero mandare soldati in Ucraina a salvaguardia del cessate il fuoco. Ma siccome di far tacere le armi Putin non ha alcuna intenzione, tutto il resto è noia. Siamo al limite del bluff, alle puntate di un reality show che in onda alla Casa Bianca di Trump ha una logica, ma non al Vaticano.
Nessuno può immaginare che il Papa americano possa rendersi disponibile a fare l’attore di una serie televisiva inconcludente. La diplomazia dello Spirito Santo è troppo avveduta e seria, oltre che millenaria, per offrirsi come set televisivo. Da questo punto sono illuminati le parole del nunzio apostolico a Kyjiv, l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, che dall’inizio della guerra di aggressione russa non ha mai lasciato la sede della nunziatura. In un’intervista al Messaggero dice che si è aperto uno spiraglio per avviare negoziati in Vaticano, ma tutto dipende da Putin. «Dal punto di vista logico purtroppo si è visto cosa è accaduto a Istanbul, dove il vertice è finito con un nulla di fatto, tranne l’aspetto umanitario (lo scambio di mille prigionieri, ndr) che però funge quasi da foglia di fico per mascherare il disastro diplomatico. Adesso – aggiunge l’arcivescovo – si ipotizza questa nuova prospettiva in Vaticano. Da un punto di vista tecnico la diplomazia e la politica sanno bene che per avviare dei veri colloqui non basta solo una buona location, poiché tutto dipende dalla base comune necessaria ad avviare dei veri colloqui».
La buona location non basta. Visvaldas Kulbokas sa cosa rema contro, vive sulla sua pelle la divisione tra l’ortodossia ucraina e quella russa guidata dal Patriarca di Mosca Kirill, che non vedrebbe con favore una pace o una semplice tregua all’ombra del cupolone e di un Papa cattolico e americano. Putin, anche volendo e non lo vuole, non può tornare indietro da un’economia di guerra, con un milione di soldati in trincea pagati bene e il rischio di trovarsi tutti i veterani in giro per le città russe. Era successa una cosa nel genere nel 1917, quando scoppiò la rivoluzione bolscevica. Poi magari arriverà il giorno dei miracoli, ma per quelli c’è tempo, che Meloni lo voglia o meno.