Una quindicina d’anni fa pensai per qualche quarto d’ora di scrivere un saggio intitolato “La stanza dei giochi dei maschi”. Non ho idea di dove siano gli appunti d’epoca, quindi non so a quali prodotti mi volessi riferire per raccontare quello che allora era un meccanismo embrionale e adesso è consolidato: la cultura è veicolata da gente che non sa parlare alle (e delle) donne, ed è però consumata quasi solo dalle donne.
All’epoca era solo Fabio Fazio, adesso sono arrivati un po’ tutti, da Joe Rogan a Diego Bianchi, e in parallelo a questa invasione di maschi tremebondi non in grado di confrontarsi col femminile se non in certe sue manifestazioni stereotipate è successa un’altra cosa, che rende il meccanismo assai più contorto e interessante: il pubblico femminile ha smesso di fidarsi solo degli uomini.
Prima le lettrici (cioè: il segmento di mercato che da sempre decreta il successo o il fallimento d’un libro o d’un programma) seguivano la tradizione per cui le storie delle donne vanno raccontate dagli uomini: il romanziere maschio era garante della qualità del prodotto, da “Anna Karenina” a “Madame Bovary”. Adesso, dei romanzieri maschi non frega più niente a nessuna, purché sia donna diamo il Nobel pure ad Annie Ernaux, purché sia donna recuperiamo qualunque minore del Novecento elevandola a genio incompreso.
È per identitarismo (se sono donna m’interessano storie raccontate dalle donne)? O è per lo slittamento dell’autorevolezza percepita raccontato dal Financial Times? Secondo lo studio fatto da due economisti, il pubblico viene convinto più facilmente da una tesi se gli si dice che la studiosa che l’ha elaborata è donna: tendiamo a pensare che, per avercela fatta in un mondo maschile, debba essere proprio bravissima. Fatto sta che si vendono quasi solo i libri scritti dalle donne.
Epperò i programmi culturali sempre quelli sono, li fanno sempre i maschi i quali, sulla difensiva come sono le specie in pericolo, hanno acuito la loro incapacità di relazionarsi alle femmine. Poiché nel frattempo è arrivato il femminismo fatto a cancelletti (la massa critica è stata rimpiazzata dalla massa delle notifiche), nessuno vuole farsi condannare dal #tuttimaschi, e quindi tutti hanno trovato la loro eccezione culturale.
Diego Bianchi ha le dolenti autrici di reportage o i riassunti femminili delle cronache, avvincenti come voci Wikipedia. Fabio Fazio ha i cartoon: l’anticonformista, la vegliarda, la stonata. Joe Rogan ha qualche accademica e qualche caso di cronaca nera, ma in una percentuale così bassa rispetto agli ospiti maschi che per permettertela devi essere Joe Rogan, too big per fregartene qualcosa dei cancelletti.
Per notare un meccanismo, bisogna ch’esso s’inceppi, e il granello di sabbia nell’ingranaggio (scusate, è la settimana nazionale delle metafore sciatte) è Concita De Gregorio che va all’ultima puntata di “Che tempo che fa” a presentare un libro così incontrovertibilmente femminile da intitolarsi “Di madre in figlia” (Feltrinelli).
Sono tentatissima d’essere così arrogante da compilare un elenco di domande che Fazio avrebbe potuto fare a Concita se fosse riuscito a interessarsi a un libro con tre protagoniste, un libro praticamente privo di uomini, un libro che ha la squisita furbizia di rendere persino la più stolida delle protagoniste, l’adolescente, capace di osservazioni di micidiale precisione: «Mia madre dice sempre “totalmente” e non dice mai la verità».
Ma non lo farò, e vi parlerò invece di Larry David, uno dei grandi geni di questo secolo, maschio nonché etero nonché bianco nonché boomer (proprio tecnicamente, mica nello slittamento semantico per cui i giovani analfabeti usano “boomer” nel senso in cui noialtri da giovani analfabeti usavamo “matusa”).
Per la prima abbondante metà della sua vita, fino a quarantadue anni, Larry David è un comico fallito. Poi lui e Jerry Seinfeld s’inventano “Seinfeld”, la sitcom di maggior successo della storia del mondo. Per capire la portata, dovete ricordarvi quel tempo in cui la tv si guardava in tv, si guardava mentre andava in onda, non si recuperava a pezzettini sui social. La puntata finale di “Seinfeld”, nel 1998, in America la videro settantasei milioni e spicci di spettatori.
A quel punto David neanche ci lavorava più, perché aveva guadagnato abbastanza: coi contratti del Novecento, un autore aveva proventi a vita, a ogni replica, a ogni successiva messa in onda su altri canali. Adesso “Seinfeld” sta su Netflix, sono passati trentasei anni da quando cominciò su Nbc, e David continua a incassare.
Avrebbe potuto non lavorare mai più, ma a un certo punto si è reso conto che poteva aggiornare George Costanza. Costanza era il personaggio di “Seinfeld” ispirato a David, persino più pieno di idiosincrasie e brutto carattere degli altri. Ma privo d’una caratteristica che il povero Larry allora non aveva e dopo sì: essere un multimiliardario che può permettersi tutto il malumore che vuole.
Nacque “Curb your enthusiasm”, che David ha fatto coi tempi capricciosi d’un miliardario, dodici stagioni in ventiquattr’anni, fino all’anno scorso. In “Curb”, Larry David era Larry David, uno che ha fatto tanti di quei soldi da non aver più remore nella propria stronzaggine ma che, per far andar avanti la trama, deve trovarsi in mezzo a rotture di coglioni assortite.
Una decina d’anni fa recensii una stagione di “Curb”, e un lettore indignato mandò la sua brava letterina al giornale richiedendo una correzione della mia interpretazione – che non era, ohibò, quella che aveva letto dallo stesso LD in un’intervista. Dell’idea che la critica culturale si faccia tenendo conto di quel che l’autore dice del proprio prodotto (cioè: della morte della critica culturale) parliamo un’altra volta. Perché qui il problema è l’incapacità di capire il mondo.
È ovvio che nessuno dei meccanismi necessari a una serie comica – la gente che ti si piazza in casa, la moglie del tuo amico che ti vessa, il direttore del circolo del golf che ti maltratta – possono avvenire davvero nella vita d’un multimiliardario: è ovvio che la versione televisiva di LD è più mite di quella reale, e non più stronza come racconta l’autore. Come si fa a non capirlo? Non è che ha ragione Fran Lebowitz e che non è possibile avere arte d’un certo livello perché il pubblico non è all’altezza? (Certo che ha ragione).
A un certo punto di quella delirante conversazione in cui Concita De Gregorio alza sotto rete palle che Fabio Fazio non schiaccia – l’ho scritto perché la macchina si è inceppata e sono stata ferma un po’ in garage, dice, e Fazio non dice niente che somigli a «spieghiamo: hai avuto un cancro», più determinato a non sporcarsi parlando di cose, santo cielo, umane che a rispettare la grammatica televisiva per cui il pubblico deve capire di che cazzo parli; m’immagino lo spettatore che non sappia gli ultimi anni di vita di Concita, e si chieda di cosa diamine sia allegoria la macchina in garage – a un certo punto Concita dice che la nonna del libro è quel che lei vorrebbe essere.
La nonna è un personaggio magnifico, una che di fronte alla nipote facente parte d’una generazione priva d’ambizioni, d’orizzonti culturali, d’identità vere, la nipote esponente d’una disastrata generazione determinata ad avere malattie immaginarie che la facciano sentire speciale ma anche parte di qualcosa, di fronte a quella nipote col cervello lavato si comporta come bisogna comportarsi, come ci si comporta con una che delira e che tu adulta mica puoi assecondare.
«Poi mi ha chiesto e che malattia avresti? Avresti, ha detto. Con un tono. Era chiaro che non mi avrebbe creduta, cosa ci parli a fare con una che ti dice avresti». Ma anche: «Non posso stare qui tre mesi. Tre mesi così muoio. Mi butto dalla rupe, piuttosto. Non ci avevo mai pensato a buttarmi da una rupe, certo se non hai una rupe non ti viene in mente, è ovvio. Farebbe scena. Se avessi il mio telefono farei un video».
La nonna di Adelaide le ha sequestrato il telefono senza bisogno di leggere Jonathan Haidt, perché se sei un’adulta – quella qualità che questo secolo s’impegna a eliminare – che a una ragazzina non possa far bene guardare il mondo da un oblò, un oblò oltretutto con telecamera nella quale rimirarsi, non hai bisogno che te lo dica la saggistica da classifica per saperlo.
Concita è furba quasi quanto Larry David, e quindi che la nonna sia un genio, sia un’adulta, sia quel che nessuno di noi (neppure Larry David, neppure Concita stessa) osa essere in scena, un’adulta che sa che le scemenze patologizzate degli adolescenti vanno trattate come scemenze e non come patologie, un’adulta che non ha tempo da perdere con le scemenze, che la nonna sia l’eroina della storia non lo dice, la fa raccontare dalla voce di Adelaide che prende sul serissimo le proprie scemenze.
Il lettore rimbecillito di questo secolo non è in grado di capire che «io» non significa «io» e quindi, poiché la nonna la racconta Adelaide, assumerà il suo punto di vista: lo vedi com’è fragile questa ragazzina, lo vedi che stronza la nonna che non la prende sul serio. Il lettore e il critico, entrambi emanazione del ceto medio complessato, crederanno che Concita sia Adelaide, e quindi abbasseranno le difese, certi di star leggendo un’orazione su quanto sia importante non tagliare i contatti tra una ragazzina che si compiace a far liste di modi in cui ammazzarsi e la sua psicologa.
È così che il cavallo entra a Troia (ve l’avevo detto che era la settimana nazionale delle metafore sciatte): facendo finta che il femminile sia quella cosa sensibile e accogliente, quella speciale sfumatura di dolentismo che Fazio lascia raccontare senza interrompere perché lui mica può sapere, sarebbe appropriazione culturale, fate voi, dite voi, le madri, le figlie, le nonne, le nipoti, mica posso intromettermi.
«Io non mi chiamo Adelaide», dice l’adolescente. «Certo che ti chiami Adelaide», risponde la nonna, sanamente disinteressata alle menate adolescenziali del ceto medio complessato, l’identità di genere, le costrizioni binarie, la condanna dell’essere mammiferi nonché registrati all’anagrafe.
Katharine Hepburn disse a Philip Barry, il commediografo che doveva scrivere per lei “Scandalo a Filadelfia”, di fare una protagonista «come me, ma che a tre quarti s’ammorbidisce». Era un secolo fa, ma già al pubblico inattrezzato dovevi andargli incontro. Era un secolo fa, valeva ciò che rappresentavi in scena, non le spiegazioni che davi fuori scena: Hepburn non aveva social o talk show nei quali spiegare che il personaggio che interpreto è una stronza ma io son tanto sensibile.
L’ereditiera troppo assertiva dovevi romanticizzarla, allora. La nonna troppo adulta devi filtrarla dalla voce dell’adolescente, oggi. Quelle verità inaccettabili che se le dicesse un maschio lo lincerebbero, devi farle dire al femminile. Nella stanza dei giochi dei maschi devi entrarci di soppiatto, fingendo d’essere lì solo perché hai preparato la merenda, non vi disturbo, continuate pure coi soldatini e le macchinine.