Meraviglioso e bulimicoL’arte di collezionare rivoluzioni, secondo Luca Bombassei

Il collezionista appartiene alla terza generazione della famiglia alla guida di Brembo, ma ha avuto il coraggio di inseguire i propri segni, riuscendo forse in ciò che al padre — ingegnere-imprenditore appassionato di pittura — non era stato concesso: fare dell’estetica, della creatività e della sensibilità artistica una professione, una cifra esistenziale

Photo by Jacopo Salvi

Fondatore di Luca Bombassei Studio, l’artista ha dato vita a una realtà progettuale dove passato e futuro dialogano senza gerarchie, tra interior, architettura, design e arte contemporanea. Tutto in lui racconta un’attitudine alla commistione: idee, linguaggi, materiali, tecnologie. Le sue architetture e i suoi interni sono pubblicati dalle più importanti riviste di settore per il loro eclettismo colto e raffinato.

Al tempo stesso, il suo approccio al collezionismo riflette la medesima sensibilità: nessuna ricerca enciclopedica, ma un impulso profondo, quasi intimo, che lo porta da oltre trent’anni a circondarsi di opere che raccontano un modo personale e stratificato di abitare l’arte. «Alla fine la scelta è solo mia – racconta – Anche se a guidarmi restano sempre l’istinto e il gusto, se penso a questi trent’anni di collezionismo, il filo rosso che più spesso affiora è l’apprezzare chi con l’arte ha voluto fare delle “rivoluzioni”».

Nel corso dell’intervista, Bombassei ci ha illustrato il proprio cammino – dalle prime fotografie comprate da studente a Milano agli odierni prestiti museali – sottolineando come la sua relazione con l’arte sia un dialogo in divenire, che si intreccia naturalmente alla progettazione degli spazi e all’evoluzione del pensiero. Collezionista restio all’esibizione ma consapevole del potere narrativo delle immagini, ha saputo trasformare ogni ambiente che abita e progetta in una piccola mostra permanente, in cui le opere non stupiscono, ma raccontano. Con uno sguardo sempre rivolto all’innovazione – dal mecenatismo alle sperimentazioni nel cinema e nelle piattaforme digitali – Luca Bombassei dimostra come l’architettura, l’arte e l’impresa possano fondersi in un’unica, personale forma di racconto: colta, sensibile, silenziosamente radicale.

Photo by Andrea Ferrari

Proviene da una famiglia di collezionisti?
In un certo senso. Sono il figlio maggiore di un ingegnere-imprenditore che ha dedicato tutta la sua vita al lavoro e all’azienda di famiglia, ma la cui vera passione è sempre stata la pittura. Il tempo per dedicarvisi era così poco, e il lavoro tanto, che smise di dipingere, ma questa sensibilità per l’arte e per un pensiero dietro ciò di cui si circonda è rimasta: sono così cresciuto in una casa moderna degli anni Settanta in stile Le Corbusier, con opere e arredi antichi miscelati a elementi di design contemporaneo tutti attentamente scelti. I miei genitori non hanno però mai collezionato arte contemporanea. A quello ci ho pensato io.

Quando e come ha cominciato a comprare opere d’arte contemporanea?
Quando mi sono trasferito a Milano per vivere da solo e studiare architettura, dopo due anni passati studiare economia e a cercare di rincorrere il sogno imprenditoriale di famiglia. Spiegai a mio padre questa passione, che lui non aveva avuto modo di perseguire: pur non condividendo questa scelta mi lasciò la responsabilità di decidere. Arrivato a Milano fui travolto dalla rivoluzione che allora rappresentò la modalità di arredare di IKEA, con cui arredai il mio appartamento, e inserii a contrasto delle fotografie che avevo acquistato durante un viaggio. Documentai questo interno, il mio primo interno, per l’esame di interior design e ne fui premiato con un trenta e lode. Poi non mi sono più fermato.

Quanto pesava e pesa l’architettura e la sua professione nel suo essere collezionista?
L’arte, l’architettura e il design si compenetrano e si completano. Ho un gusto e un approccio estetico chiari e definiti, ma allo stesso tempo non mi pongo limiti. Ovviamente, il mio modo di pensare all’arte è sempre legato allo spazio abitato, anche se molte volte, per me e per i miei committenti, parto dalle opere per completare gli ambienti con il design. È qualcosa che mi gratifica, mi appaga, e che è diventata anche la mia cifra stilistica come professionista.

Photo by Andrea Ferrari

Come si è evoluto il suo gusto estetico? Rimpianti o rimorsi a livello di collezionismo?
Nessuno. Sono cresciuto e maturato soprattutto attraverso gli incontri che l’arte porta con sé e continua ad alimentare. Alcune opere non mi parlano più come un tempo, ma non le rinnego: sono una parte di me, con tutte le emozioni e i pensieri di cui sono veicolo. All’inizio amavo la fotografia, che ora, immersi come siamo nella società dell’immagine, mi colpisce meno ed è diventata minoritaria nella mia collezione. Poi capita anche che, tornando a guardare nel mio magazzino le opere che ho raccolto e che – tra l’altro – non ho mai né scambiato né venduto, io trovi nuovi messaggi e racconti in lavori acquisiti trent’anni fa.

Qual è, o quali sono, i fili conduttori?
In realtà, non c’è un vero e proprio criterio scientifico nell’acquisto di un’opera: è piuttosto un bisogno, un piacere profondo legato anche al possesso, non solo fisico ma anche del contenuto dell’opera. Collezionare è una dimensione tutta mia, intima. Per questo non amo impormi limiti, ma preferisco seguire e vivere il mio tempo, con una fruizione dell’arte che si è naturalmente trasformata nel corso degli anni. Non c’è un curatore a capo della collezione: ricevo costantemente stimoli da amici e professionisti del mondo dell’arte che frequento, ma alla fine la scelta è solo mia: forse, però, tutto alla fine torna e c’è un senso e profonda coerenza. Anche se a guidarmi restano sempre l’istinto e il gusto, se penso a questi trent’anni di collezionismo il filo rosso che più spesso affiora è l’apprezzare chi con l’arte ha voluto fare delle ‘rivoluzioni’

Che rapporto ha con il senso del possesso?
Meraviglioso e bulimico: persino quando le opere sono in prestito per delle mostre, ne sento la mancanza perché non posso più goderne. Il mio collezionare è un meraviglioso dialogo in divenire tra me e l’opera d’arte, tra me e il pensiero che essa porta con sé.

Photo by Andrea Ferrari

Perciò che tipo di collezionista è?
Gli altri mi hanno definito collezionista prima che capissi io stesso di esserlo. Per me, egoisticamente, è anche un rapporto tra me e il messaggio dell’opera. Colleziono non per investimento, né per status symbol o mondanità. Colleziono perché mi piace, e perché prevale un senso di appartenenza e di dare ordine a ciò che mi affascina e faccio di istinto. Così, da pochi anni, ho cominciato ad archiviare e tenere traccia di tutto ciò che entra nella collezione. È un modo per vivere l’opera anche dopo averla acquisita, ma non mi chieda quante opere ho. Non mi interessa il numero, non l’ho mai voluto sapere.

Quindi non ha mai contagiato nessuno con la sua collezione né dato giudizi?
I miei amici e chi vive con me, vengono inevitabilmente coinvolto dalle opere della mia collezione, che si espandono in tutti gli spazi che abito: dallo studio alla camera da letto, fino al bagno. Non penso molto al giudizio di chi entra in questi ambienti. A qualcuno alcune opere, ad esempio, suscitano perplessità, ma alla fine prevalgo io e il mio punto di vista. E intanto queste opere sono ancora al loro posto.

Photo by Andrea Ferrari

Spesso si vedono sue opere sulle pagine delle più belle riviste di architettura: che rapporto ha con questa esposizione e autorappresentazione?
Il rapporto con l’esposizione delle mie opere d’arte sulle riviste specializzate è, direi, ambivalente ma fertile. Da un lato c’è in me una naturale inclinazione alla riservatezza: la collezione è per me qualcosa di intimo, un dialogo silenzioso che si sviluppa negli anni e nei luoghi che abito. Dall’altro, come architetto, mi trovo inevitabilmente a dover mostrare i risultati del mio lavoro, e quindi anche le case — le mie o quelle che progetto — che sono spesso il contenitore e al tempo stesso il palcoscenico di queste opere. Questo dualismo tra il desiderio di discrezione e la necessità di rappresentazione, più che un conflitto, è diventato una cifra del mio approccio. L’arte non è mai usata per stupire, ma per raccontare. E se quella narrazione viene colta e pubblicata, non la vivo come un’esibizione, ma come una testimonianza di un certo modo di vivere lo spazio — colto, stratificato, mai gridato. In fondo, è proprio in questa tensione tra pubblico e privato che si genera il valore autentico di certi progetti.

Quanto pesa il rapporto con gli artisti?
Non è mai stato il punto di partenza, anzi: spesso provo un certo timore nell’incontrare gli artisti che colleziono. Da un lato nutro un rispetto quasi reverenziale, dall’altro temo il confronto con le aspettative. Credo che l’opera debba parlare da sola, senza bisogno dell’intermediazione di chi l’ha creata. Ci sono però come sempre delle eccezioni: ascoltare Penone raccontare il proprio lavoro mi ha letteralmente stregato e mi ha spinto ad acquisire una sua opera. È anche vero che da qualche anno accanto all’arte contemporanea, sto approfondendo una mia personale rilettura del passato, in cui rivaluto con nuovo sguardo la performance e gli anni Settanta.

In trent’anni di collezionismo l’arte non l’ha mai annoiata?
Mai e non mi faccio annoiare: è il secondo rapporto sentimentale più lungo della mia vita. 

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