A mille ce n’è Ciambelle, panna montata e minestrina nelle Fiabe Sonore

Da Cappuccetto Rosso al Principe Rospo, decine e decine di favole su disco hanno fatto crescere generazioni di bambini. Le storie narrate della Fratelli Fabbri Editore hanno anche un lato goloso da scoprire

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«A mille ce n’è
nel mio cuore di fiabe da narrar.
Venite con me
nel mio mondo fatato per sognar…
Non serve l’ombrello,
il cappottino rosso o la cartella bella
per venire con me…
Basta un po’ di fantasia e di bontà».

Quanti hanno letto cantando queste poche righe? Tutti quelli che sono diventati grandi ascoltando le Fiabe Sonore, piccoli capolavori di musica, disegno e scrittura, pubblicate dalla Fratelli Fabbri Editori dal 12 dicembre 1966 al dicembre 1970. Erano dischi a 45 giri, in genere segnati e graffiati: negli anni successivi sono arrivate le cassette, i cd, i link per scaricare le fiabe, ma nulla può competere, nel cuore di chi è stato bambino negli anni Settanta, con quei solchi che la puntina percorreva e ripercorreva all’infinito, con tutti gli inciampi e i rumori che l’usura comportava.

C’era chi quelle fiabe le sapeva a memoria, alcuni bambini sapevano anche dove girare la pagina del libretto illustrato che accompagnava il disco, per far finta di leggere anche se avevano solo tre anni; e c’è chi ancora adesso le ricorda a memoria, e le recita ai propri bambini, con tanto di voci, inflessioni e intonazioni.

Chi ha amato le Fiabe Sonore sa che nel loro mondo fatato c’è tanto spazio anche per la bontà del gusto: come in tutte le favole il cibo riveste ruoli fondamentali, a partire da quello di ponte fra fantasia e realtà.

Cappuccetto Rosso
«La mia mamma le ciambelle aveva fatto
le aveva messe a raffreddare in un piatto
ne volevo assaggiare un po’
ma lei mi disse “non si può”,
le ciambelle son per la nonnina
che abita al di là della collina
che abita al di là della foresta
ed è ammalata: ha tanto mal di testa».

La storia di Cappuccetto rosso la conosciamo tutti («Come? Tu non la conosci? Allora bisognerà che te la racconti»). La mamma prepara un cesto con le ciambelle e un bel vasetto di burro, e manda la bambina dalla nonna raccomandandole di non passare per il bosco. Al monito della mamma si aggiunge la voce di Cantafiabe (il narratore) e del gufo che la guarda corrucciato, ma Cappuccetto si avvia per la foresta. L’incontro con il Lupo (che in questa versione ha una comica balbuzie) e tutto quello che segue è noto: la bestiaccia si addormenta satolla: «capirete, una nonna e una nipotina, per un lupo, sono come per noi tre piatti di pastasciutta, cinque polli, formaggio, frutta, quattro fette di dolce e un chilo di gelato». Il cacciatore libera Cappuccetto e la nonna dalla pancia del Lupo e tutto finisce bene, tranne per la povera bestia.

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Il principe rospo
Una principessina viziata, un rospo capace di recuperare la sua palla d’oro dal fondo fangoso di un lago, una promessa e un padre severo. La ragazzina promette cibo, affetto e accoglienza pur di riavere il suo giocattolo, pensando di ingannare il brutto rospo, ma il padre la obbliga a rispettare l’impegno preso: «Quel che hai detto manterrai, altrimenti sono guai». Così, alla tavola regale, il rospo si presenta: «Buona sera, maestà, buon appetito… Bella principessina, mi daresti da mangiare nel tuo piattino? Che buona minestrina!». Rospo e principessa battibeccano, il rospo prende un sorso di vino dal bicchiere d’oro della principessa e commenta che l’acqua del suo pantano non è altrettanto buona. La tavola imbandita, la minestra, il vino non sono altro che un passaggio verso quello che avverrà dopo: il rospo dormirà nel lettino della fanciulla, ma prima di entrare nel bel letto damascato inizia a gonfiarsi fino a diventare (ovviamente) «un giovane principe! Bello, alto e distinto».

Il gatto dagli stivali
«Ecco una lepre… Faccio finta di niente… Io sono morto! Vedi, lepre, come sono morto? Ma tu entra nel sacco, da brava, vai a mangiare il cruschello che è tanto buono! Non aver paura del sacco! Su, ancora un passettino… ancora! Adesso la prendo: uno, due e tre!» Chi conosce la fiaba sa che le battute del gatto vanno pronunciate con un marcato accento francese. E sa che la lepre è destinata alla tavola del re: «Cuochi! – esclama il sovrano – che questa lepre sia cucinata con tutti gli aromi e le spezie». Da lì un susseguirsi di lepri, quaglie e pernici, che non fanno altro che alimentare la curiosità e l’ammirazione regale nei confronti del padrone del gatto, il Marchese di Carabà. Dopo traversie, un orco sconfitto e mille arguzie del Gatto, il tutto non può che concludersi con un matrimonio tra il giovane e la principessa, e con un lauto banchetto: «Ora fate colazione, è già pronto nel salone. Ordinate gli sponsali. Viva il gatto… e gli stivali!».

Hänsel e Gretel
La casetta nel bosco è un emblema della potenza che ha il cibo nelle fiabe. Niente marzapane in questa versione, ma porta di candito, ghirigori di zucchero, tetto di panna e una cantina ripiena di biscotti con la crema. Quanto basta da far esclamare ai fratellini: «Che casetta! Non vedo l’ora di assaggiare un gradino! Io mangerò la maniglia… Io le colonnette… E io il campanello!». La vecchia che abita la casa invita i bambini a entrare, offre loro latte, noci, frittelle. Il seguito è noto: la vecchia vuole ingrassare i fratellini per mangiarseli, ma l’astuzia della piccola riesce a mandare a monte il suo piano. La strega finisce chiusa nel forno e i bimbi tornano a casa con un tesoro.

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Il lupo e i sette capretti
Il lupo canta: «Toc toc… ho portato toc toc… un regalo a ognuno di voi sette: una torta fatta a fette». I capretti rispondono: «No no, caro lupo, no no, non ti apriamo: hai la voce troppo grossa, tu non sei la mamma nostra…». Uscita di casa mamma capra, i piccoli in casa da soli devono affrontare i mille tentativi del lupo di mangiarli. E in questo caso il cibo traccia una linea narrativa negli espedienti della bestiaccia: la torta a fette non basta, la voce scura del lupo lo tradisce, quindi il rimedio è andare di corsa da un pasticciere e divorare un grosso pezzo di dolce. Ecco che la voce del lupo diviene dolcissima, ma è una zampaccia scura sulla finestra a tradirlo. Quindi il lupo va di corsa dal fornaio per imbiancarsi le zampe con un po’ di farina, ma il fornaio lo scaccia con la scopa: è il mugnaio, spaventato, a fornirgli un sacco di farina. E questa volta il lupo, con le zampe bianchissime, riesce a farsi aprire e a mangiarsi sei dei sette capretti.

Il lieto fine, vagamente horror, vede mamma capra rientrare:

«Il lupo se la dorme
con la pancia piena piena
e sogna di mangiare ancora capre a pranzo e a cena.
È ingordo, troppo ingordo,
e gli ingordi, non lo sa,
spesso son traditi dalla lor voracità.
I sei capretti interi
ha mangiato troppo in fretta
e senza masticare li ha ingoiati, e la capretta
lo sa e si avvicina a quel brutto lupo là».

Mamma capra taglia la pancia al lupo, estrae i suoi piccoli ancora vivi, riempie il ventre di pietre e assicura alla bestiaccia un brutto risveglio: assetato va a bere al ruscello, ma perde l’equilibrio per il peso delle pietre e finisce annegato.

Il piffero magico
Nessuno poteva resistere al suono del piffero magico: non i neri pipistrelli, non le zanzare impertinenti, non i topi che infestavano la città di Hamelin e che il pifferaio portò via. Ma purtroppo neppure i bambini della città, che vennero stregati dal musicista dopo che il sindaco lo ebbe imbrogliato. Tutti i bimbi furono ammaliati dalla melodia, oltre che dalla promessa di mille golosità:

«Venite, bambini, dai più grandi ai più piccini,
di panna ne darò a ciascuno un bel po’,
e tanta cioccolata da farne una mangiata!
Di frutta e di crema io ho la casa piena!…
Venite, bambini, dai più grandi ai più piccini,
di torte ne ho duecento e ognun sarà contento;
la menta saporita non sarà mai finita,
di canditi e di croccanti io ne ho tanti tanti tanti!»

Solo un povero zoppino non riuscì a seguire le dolci note del flauto, e rimase l’unico bambino in città, senza nessuno con cui giocare. Questa volta il finale non è lieto: Hamelin fu per lunghi anni la città più triste della Germania, senza bambini a rallegrarla.

Pollicino
«Apri moglie mi voglio asciugar,
e un montone intero mangiar.
Io son l’orco della favola, ho una pancia spaventosa
e quando vado a tavola preferisco mangiar.
Sì. Mi piacciono i bambini tondi e piccolini,
mi piaccion fatti al forno, patate di contorno,
mi piaccion pure a lesso, con salsa, lo confesso.
Qui vicino qui vicino, sento odore di bambino,
cosa noto, cosa noto, questo odore è accanto al fuoco,
che diletto, che diletto, questo odore è sotto il letto!».

Non si può non chiudere questa rassegna che con la canzone dell’Orco, dove il cibo sono i sette bambini e che il mostruoso essere, con il suo vocione tonante, vuole far ingrassare e cucinare. Le cose non andranno come da lui desiderato, e il lieto fine non mancherà.

«Finisce così
questa favola breve se ne va
il disco fa click
e, vedrete, fra un po’ si fermerà,
ma aspettate, e un altro ne avrete.
“C’era una volta” il Cantafiabe dirà
e un’altra favola comincerà».

Una nota: nelle versioni digitali più moderne manca il verso «Il disco fa click». Semplicemente perché non c’è più il click finale dei 45 giri. E forse, insieme a quel rumore, si è persa un po’ di magia, e di bontà.

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