
Questa settimana ho partecipato alla presentazione di una ricerca molto interessante realizzata da ING People Insights Lab con YouGov con l’obiettivo di descrivere la situazione dei tirocini in Italia dal punto di vista degli stagisti. Il progetto si inserisce nel solco della recente iniziativa di ING volta ad aumentare il rimborso spese ai tirocinanti fino a 1.500 euro al mese (ne ho parlato qui). I risultati del sondaggio confermano la tendenza degli ultimi anni, ma forse dovrei dire decenni: sia per le aziende che per i giovani lo stage rappresenta lo strumento principe per iniziare a costruire un percorso professionale.
L’importo del rimborso spese corrisposto agli stagisti sta diventando un fattore competitivo tra i datori di lavoro che cercano di attrarre i migliori studenti nelle loro imprese. Dai dati resi noti durante la presentazione, infatti, emerge che il 78 per cento dei ragazzi considera il rimborso spese insufficiente per far fronte alle proprie esigenze. Inoltre, più di un giovane su cinque ha rifiutato una proposta di tirocinio perché la somma riconosciuta dall’azienda era troppo bassa.
Si tratta di considerazioni di buon senso nel contesto in cui viviamo. Oggi, uno studente universitario fuori sede, senza una famiglia abbiente alle spalle, ha necessità di ricevere un rimborso spese adeguato per poter accettare una proposta di stage senza ansie. Quello che stride da un punto di vista legale è la mancata diffusione di contratti di lavoro che sarebbero in grado di garantire maggiormente i giovani che iniziano a lavorare.
Mentre lo stage è un accordo che disciplina esclusivamente un periodo di orientamento e di formazione, l’apprendistato è un vero e proprio un contratto di lavoro, pensato per unire formazione professionale e attività lavorativa. Ferie, malattia, tredicesima, Tfr sono tutti diritti spettanti agli apprendisti che non sono previsti per chi inizia uno stage. La scarsa adozione del contratto di apprendistato è dovuta a una normativa complessa e a degli oneri per le imprese maggiori rispetto al tirocinio. Per capirci, in Italia si stimano circa 100mila apprendisti, mentre gli stage arrivano a quasi 700mila.
Nel 2025 è difficile pensare che un giovane al primo impiego firmi un contratto a tempo indeterminato. D’altra parte, non è giusto rassegnarsi all’idea che l’unica leva azionabile dalle aziende sia l’aumento del rimborso spese agli stagisti. Basterebbe un po’ di sano pragmatismo per incentivare le imprese a utilizzare contratti come l’apprendistato in grado di coniugare le esigenze di formazione con le tutele dei lavoratori subordinati. Abbiamo inventato l’apprendistato nelle botteghe delle nostre maestranze rinascimentali, sarebbe un peccato continuare a non utilizzarlo.
*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni settimana. Qui per iscriversi